Guerra

Le accuse dall'Ucraina: «La tecnologia svizzera arriva ancora in Russia»

Vladyslav Vlasyuk, consulente di Zelensky per le politiche sanzionatorie nei confronti di Mosca, punta il dito: «Servono misure concrete», quelle prese dalla SECO sono «insufficienti»
© KEYSTONE (EPA/SERGEY KOZLOV)
Red. Online
17.05.2026 11:47

«Le consegne della morte». Così titola un'inchiesta della NZZ am Sonntag. «Come decine di migliaia di prodotti essenziali per la guerra, provenienti da aziende svizzere, finiscono in Russia». Vladyslav Vlasyuk, consulente e commissario del presidente ucraino Volodymyr Zelensky per le politiche sanzionatorie nei confronti di Mosca, accusa la Svizzera di negligenza nella gestione delle esportazioni rilevanti per il conflitto. Nello specifico, parla di prodotti microelettronici di fabbricazione svizzera che, nonostante le sanzioni, finiscono nell’industria bellica russa attraverso intermediari.

Se ne parla da inizio guerra

È dall'inizio della guerra che si parla di come per costruire droni vengano utilizzati componenti occidentali, provenienti anche dalla Svizzera. Dal 4 marzo 2022, a seguito dell’invasione russa in Ucraina, la Confederazione ha vietato l’esportazione diretta di microchip verso Mosca, in quanto considerati strategici e fondamentali per le armi del Cremlino. In Russia non dovrebbero arrivare, invece pare che il flusso non si sia mai interrotto, malgrado le sanzioni. Si parla di prodotti definiti «non militari» che arrivano in Russia passando da altri Paesi.

Secondo Vlasyuk, nove droni russi su dieci contengono componenti prodotti da aziende svizzere. Anche dopo quattro anni di guerra, la situazione non sarebbe cambiata. «Mr. Sanzioni» – così come viene chiamato il consulente di Zelensky – definisce insufficienti le reazioni della Segreteria di Stato dell'economia (SECO) alle segnalazioni provenienti dall’Ucraina. «Altri Stati avrebbero agito in modo efficace contro tali catene di approvvigionamento, mentre la Svizzera sembra sottovalutare la portata del problema».

Alla base delle critiche – scrive la NZZ am Sonntag – c'è un'indagine condotta sulla base dei dati doganali russi. Dalla quale emerge che, dall'inizio della guerra in Ucraina, circa 30.000 spedizioni di beni strategici per la guerra sono state inviate in Russia da cinque aziende svizzere tramite società terze. E una parte delle importazioni sarebbe stata gestita attraverso una rete di contrabbandieri legata all'esercito russo.

Servono «misure concrete»

La SECO ha dichiarato alla NZZ am Sonntag di essere a conoscenza della questione e di essere in contatto con le aziende interessate e con gli Stati partner coinvolti per impedire l'acquisizione e la riesportazione di tali beni. «Si tratta di beni industriali prodotti in serie, con ampie applicazioni civili e industriali», che vengono distribuiti attraverso numerosi distributori. La SECO, tuttavia, esorta le aziende ad attuare un «monitoraggio molto rigoroso delle proprie catene di approvvigionamento». La Svizzera è «in stretto contatto con l'Ucraina in merito ai componenti per armi collegati alla Svizzera» e la SECO «informa regolarmente le autorità ucraine sui risultati delle sue analisi».

Poche settimane fa, le autorità ucraine hanno scoperto in un drone russo – un Geran-2 abbattuto vicino a Cherkasi, a sud di Kiev – un chip di un produttore svizzero che era stato fabbricato solo nell’ottobre 2025. Vlasyuk, ha quindi commentato: «Dopo tutti questi anni, abbiamo bisogno di azioni, abbiamo bisogno di risultati. Ciò di cui non abbiamo bisogno sono altre scuse».

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