La testimonianza

«Le avevo detto di abbassarsi, ma era troppo tardi»

I racconti di chi era al rave dello Schachen quando sono partiti gli spari: mezz'ora di rianimazione, sette persone nascoste in uno stanzino, e un messaggio alla madre alle 3.04 del mattino
©MICHAEL BUHOLZER
Red. Online
31.08.2026 19:32

Erano le 2.30 di domenica quando all'Aarauer Rave, sull'ippodromo dello Schachen, è cambiato tutto. Una ragazza italiana di 22 anni è morta. Cinque persone sono rimaste ferite, alcune gravemente. Nella notte fra domenica e lunedì la Polizia cantonale argoviese ha fermato un cittadino svizzero di 43 anni, gravemente indiziato. Sulle circostanze e sul movente le autorità non diranno nulla fino a mercoledì pomeriggio.

Nel frattempo, a parlare sono i testimoni. Le loro voci, raccolte da 20 Minuten, restituiscono quello che le conferenze stampa finora non hanno raccontato: le due ore in cui, dentro quel perimetro, nessuno sapeva dove fosse chi stava sparando.

Dietro la consolle del DJ

Kilian ha 18 anni. Al momento dei primi colpi si trovava con i suoi amici dietro il banco del DJ: lo mostrano alcuni video in possesso della testata zurighese. «È successo tutto insieme, all'improvviso è scoppiato il caos puro», racconta.

La prima reazione è stata quella di tanti altri, quella notte: «All'inizio pensavamo che qualcuno fuori stesse facendo esplodere dei petardi. Quando è stato chiaro che erano spari ci siamo buttati subito a terra a cercare riparo». Accanto a lui c'era la vittima. «Le avevo ancora detto di abbassarsi, ma ormai era troppo tardi. È stata colpita da un proiettile».

Il colpo, dice Kilian, ha mancato lui per pochi centimetri. «Quando mi sono voltato verso di lei era immobile a terra e sanguinava dalla bocca e dal tronco». Lui e altri presenti hanno iniziato subito le manovre di rianimazione. Mentre lo facevano, uno dei suoi amici è stato colpito ai glutei.

«Dopo circa dieci, quindici minuti gli spari sono cessati. Abbiamo rianimato la ragazza per mezz'ora in tutto, purtroppo senza successo». Poi è arrivata la polizia, che ha ordinato al gruppo di uscire dalla sala con le mani alzate.

«Mamma, ti voglio bene. Ho tanta paura»

N., 23 anni, quella notte lavorava alla festa. Il rave sarebbe dovuto finire alle 2, ma la musica stava ancora andando. Poco prima delle 2.30 era andata un momento alla sua auto, nella parte posteriore dell'area. Al ritorno ha visto un bagliore dietro un tendone: «Ho capito subito: dev'essere uno sparo». Poco dopo ha visto gli addetti alla sicurezza correre verso il capannone, avvertendo la gente di mettersi in salvo.

N. è rimasta dapprima in un corridoio di collegamento fra la sala dell'evento e l'ippodromo. «Non sapevo dove fosse chi sparava». Con altri ha cercato riparo in una nicchia; da una finestra vedeva persone correre attraverso il prato e scavalcare ostacoli. Ha sentito spari più volte.

Alla fine si è rifugiata con altre sei persone in un piccolo locale. «Mi sono nascosta sotto una pila di sedie contro il muro». Più tardi ha sentito qualcuno percorrere il corridoio: crede fosse l'uomo armato. «In quel momento credevo fosse finita». Alle 3.04 ha scritto a sua madre: «Mamma, ti voglio bene! Ho tanta paura».

Da una serranda filtravano le urla provenienti dalla sala. E i tentativi di rianimazione. «Si sentiva che diverse persone contavano ad alta voce: uno, due, tre, quattro, cinque». Non poter fare nulla è ciò che ancora la tormenta: «Sei lì in quella stanza e sai che non puoi aiutare quelle persone, perché non sai dove sia chi spara».

Quando la polizia è arrivata nel corridoio, non ha individuato subito gli agenti: la porta del loro nascondiglio era chiusa. «Alla fine l'abbiamo aperta dall'interno e siamo dovuti uscire con le mani alzate». I presenti sono poi stati portati in una palestra per una prima deposizione.

Il silenzio della polizia

La Polizia cantonale argoviese afferma di essere arrivata sul posto pochi minuti dopo la prima segnalazione, giunta alle 2.30. Ulteriori indicazioni sui fatti non ne fornirà fino a mercoledì pomeriggio: sul caso è stato imposto un blackout informativo, deciso dopo l'arresto del 43enne.

Restano quindi aperte le domande di fondo. Il movente. Il legame, se ne esiste uno, fra la sparatoria al rave e i colpi esplosi pochi minuti dopo alla vicina piazzola di sosta dei nomadi, a circa 350 metri. La provenienza delle armi: gli inquirenti hanno recuperato bossoli di calibro 9 mm e una dozzina di bossoli di un fucile d'assalto della famiglia AK 47.

Come sarà il dopo?

N. sta cercando di tornare alla normalità. Ha già ripreso a lavorare, perché lì si sente più al sicuro che a casa da sola. E parlarne, dice, l'aiuta: «È più facile parlarne che non parlarne per niente. In qualche modo ti senti ascoltata». L'amico di Kilian ha potuto lasciare l'ospedale lunedì. «Sta bene, viste le circostanze», dice il diciottenne. Per lui, elaborare quanto accaduto resta difficile: «È talmente surreale. Non riuscirò a dimenticarlo per tutta la vita».

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