Le scarpe On e quella croce svizzera che crea malumori a Palazzo federale

Toblerone, dopo aver trasferito parte della produzione in Slovacchia, ha tolto l’immagine del Cervino dalla confezione del celebre cioccolato. La nazionale svizzera di hockey su ghiaccio ha invece deciso di non indossare più la maglia con lo scudo rossocrociato. Il noto marchio On, dopo una disputa durata anni, l’ha spuntata e può ora contrassegnare le scarpe con la croce bianca in campo rosso, anche se le calzature vengono prodotte all’estero.
Tutte le tre vicende ruotano attorno a una sola parola: Swissness. La Svizzera, a partire dal 2017, ha infatti voluto proteggere maggiormente i suoi marchi e i suoi simboli dai possibili abusi commerciali. Lo ha fatto modificando alcune leggi, tra cui la legge sulla protezione dei marchi e la legge sulla protezione degli stemmi.
Indicazione di provenienza
La designazione «Svizzera», utilizzata da sola o con altre espressioni come «Made in Switzerland», «Ricetta svizzera» o «Swiss Quality», è un’indicazione di provenienza. Rientrano in questa categoria anche i simboli come la Croce svizzera, il Cervino, Guglielmo Tell oppure Elvezia. A sorvegliare sul rispetto di questi criteri c’è l’Istituto federale della proprietà intellettuale (IPI), che «interviene nel momento in cui sono in gioco gli interessi della Confederazione, in particolare se si presume che siano utilizzati in modo abusivo lo stemma svizzero o la croce svizzera». Per ottenere il marchio «Swiss Made», di regola, almeno il 60% dei costi di produzione dei beni industriali deve essere sostenuto in Svizzera. Per i prodotti alimentari, l’80% del peso delle materie prime deve provenire dal Paese (anche in questo caso si applicano delle eccezioni, ad esempio per il cioccolato).
Questi criteri rimangono invariati, ma dallo scorso mese di marzo c’è una nuova prassi: l’IPI ha allentato le regole per l’utilizzo della croce svizzera in combinazione con diciture come Swiss Engineering, Swiss Research o Swiss Design.
Favorire le imprese
Per risolvere il contenzioso con le scarpe On, l’IPI ha allentato le regole, poiché ritiene che l’economia svizzera sia «sotto forte pressione a causa del persistente apprezzamento del franco e degli elevati dazi doganali statunitensi». La soluzione? «Applicare le leggi nel modo più favorevole possibile alle imprese», indica l’istituto.
Un’azienda che sviluppa i propri prodotti nella Confederazione ma li fabbrica all’estero potrà utilizzare la croce svizzera o altri simboli elvetici (a determinate condizioni). Si tiene così maggiormente in considerazione elementi come ricerca, sviluppo, progettazione o anche design. Tale fase del processo deve essere chiaramente indicata sul prodotto insieme alla croce svizzera o ad altri simboli elvetici.
Ci sarà, insomma, una sorta di Swissness a due velocità: chi produce in Svizzera e può dunque sfoggiare (quasi) liberamente i simboli elvetici e chi invece potrà mettere la croce svizzera solo con una serie di condizioni: deve essere posizionata tra due parole (ad esempio tra «Swiss» ed «Engineering», o tra «Swiss» e «Design») e, inoltre, la lunghezza dei lati del quadrato non deve superare la dimensione dei caratteri della scritta.
Svendere i punti di forza
«Questo cambiamento di prassi indebolisce drasticamente il valore della croce svizzera, considerata uno dei simboli più significativi della qualità svizzera. Ciò avviene in un contesto commerciale internazionale in cui i punti di forza della Svizzera devono essere preservati e rafforzati, non svenduti», critica senza tanti giri di parole la consigliera nazionale Sophie Michaud Gigon (Verdi/VD), presidente della Federazione romanda dei consumatori (FRC). In un’interpellanza al Governo, chiede ad esempio se ciò non rischia di incoraggiare alcune aziende a delocalizzare la produzione, o addirittura ad abbandonare del tutto la Svizzera.
Oggi, la bandiera svizzera ha un valore anche a livello commerciale, poiché associata a precisione, affidabilità e qualità. Una percezione e un’identità che portano i consumatori a pagare un prezzo più elevato per i prodotti su cui appare la croce bianca in campo rosso. Con tale allentamento, c’è il timore di una perdita di credibilità dei marchi svizzeri? «Sì», ci conferma il «senatore» ticinese Fabio Regazzi (Centro), presidente dell’Unione svizzera delle arti e mestieri (Usam), ricordando che molte aziende negli ultimi anni hanno fatto ingenti investimenti per soddisfare i requisiti Swissness. «Erano stati pensati per premiare la produzione all’interno del nostro Paese. Ora si rischia di indebolire questo principio e di creare una disparità di trattamento, con possibili distorsioni della concorrenza. È vero che deve essere associata a una scritta, ma è la bandiera svizzera l’elemento centrale». A suo avviso, bisogna fare chiarezza anche a livello politico.
Fissare parametri chiari
Nel corso della corrente sessione, su impulso dell’Usam, saranno depositate due mozioni (una al Nazionale e una agli Stati) proprio per intervenire sulla legge sulla protezione dei marchi. Non solo. Anche il consigliere nazionale David Roth (PS/LU) ha inoltrato oggi un’iniziativa parlamentare per fissare dei paletti: per il deputato socialista, le condizioni devono essere decise dal Parlamento «e non unicamente tramite una modifica della prassi amministrativa».
«Abbiamo interesse che in Svizzera venga mantenuta tutta la catena di creazione del valore (che include tra le altre cose ricerca, sviluppo e fabbricazione). L’idea è di fissare parametri chiari, in modo da non lasciare più spazio di manovra e di evitare questa zona grigia in cui si è insinuato il marchio On con la compiacenza dell’Istituto federale della proprietà intellettuale», sottolinea dal canto suo Regazzi.
«È una decisione aziendale»
E la stessa IPI cosa ne pensa? Il cambio di prassi potrebbe incoraggiare le aziende a delocalizzare la produzione? «La scelta di produrre o meno in Svizzera è una decisione aziendale», ci rispondono, indicando che la fabbricazione dei prodotti può ad esempio essere trasferita negli Stati Uniti per eludere i dazi. «Tuttavia, grazie a questa precisazione della prassi, rimane l’incentivo, in casi simili, a mantenere almeno la ricerca e lo sviluppo in Svizzera o a trasferirli in Svizzera».
Inoltre, stando all’IPI, i criteri Swissness non cambiano. «Come in passato, solo le aziende che producono effettivamente in Svizzera possono utilizzare liberamente la croce svizzera. Non viene loro tolto nulla». Per gli altri, «in base a un’eccezione prevista dalla legge stessa», la croce può ora essere utilizzata in un unico modo ben definito. Ma solo se il 100% della ricerca e dello sviluppo avviene effettivamente in Svizzera. «Questi posti di lavoro nel settore della ricerca e dello sviluppo in Svizzera contribuiscono in modo determinante al fatto che la Svizzera occupi da anni il primo posto nel Global Innovation Index, ovvero sia “campionessa mondiale dell’innovazione”», si difende l’IPI.
