«Le vittime di Crans-Montana colpevolizzate per paura che una tragedia simile possa colpire chiunque»

«Perché non sono scappati?». «Perché hanno filmato l'incendio, anziché correre fuori dal locale?». E ancora: «Perché non si sono accorti del pericolo?». Sono solo alcune delle domande che, da giorni, rimbalzano sui social media, dopo la tragedia di Crans-Montana in cui hanno perso la vita 40 persone, tra cui anche diversi minorenni. Da Instagram a Tiktok, gli utenti si sono interrogati – spesso senza risparmiare pesanti critiche – sul perché alcuni giovani non abbiano compreso la pericolosità della situazione in cui si trovavano. Per qualcuno, si è trattato di un «problema di età». Detto in altre parole, c'è chi sostiene che i ragazzi, giovanissimi, abbiano sottovaluto il rischio. Ma il contesto in cui si sono trovati e la tragedia di cui sono stati vittime impongono, necessariamente, riflessioni più profonde. Che escludano un'insensata colpevolizzazione.
Quella capitata la notte di Capodanno a Crans-Montana è stata una tragedia. Ma anche una situazione improvvisa e mai vissuta prima, che ha avuto origine da quello che, fino a pochi attimi, era solo un «momento di festa». In questi casi, come ci spiega Rosalba Morese – ricercatrice e docente in psicologia e neuroscienze sociali dell'USI – il nostro cervello fatica a credere a ciò che sta succedendo. «È un meccanismo psicologico di difesa», spiega l'esperta.
Freezing
In questi giorni, online e sui social, si è sentito parlare molto di «freezing». Il fenomeno per il quale alcuni giovani si sarebbero «congelati» di fronte alle prime fiamme, non riuscendo a scappare. Come sottolinea Morese, però, è bene sapere che «il freezing non è passività». Si tratta, piuttosto di un «blocco», che è a sua volta una particolare risposta di paura, ma anche una risposta di difesa automatica e fisiologica di fronte a un pericolo che viene percepito come «insormontabile».
Il freezing è anche una reazione del sistema nervoso che, di fronte a un pericolo troppo grande e improvviso per essere valutato, ci «congela». «Questo succede per permettere al nostro cervello di raccogliere più informazioni possibili prima di compiere un'azione che potrebbe essere sbagliata». In un contesto come quello dell'incendio di Crans-Montana, dunque, non è scontato scappare. Al contrario, come chiarisce Morese, di fronte a un pericolo – come le prime fiamme, in questo caso – il nostro sistema nervoso si attiva rispetto a possibili modalità di risposta. «In questo caso, lotta, fuga o freezing sono tutte reazioni fisiologiche adattive». Il che spiega perché qualcuno, tra i giovani, sia riuscito a mettersi in salvo, mentre qualcun altro sia rimasto «paralizzato».
La giovane età
C'è un altro aspetto fondamentale nella questione, ossia quello relativo alla giovane età delle vittime. Molti utenti sui social, come anticipato, hanno colpevolizzato i ragazzi per non essersi resi conto del pericolo e aver filmato l'incendio, anziché scappare. «Questo gesto, che molti giudicano come insensibile o da "generazione social" ha in realtà profonde radici nella psicologia umana e non è esclusivo nei giovani», spiega Morese. «Fa parte di un processo della mente umana: indipendentemente dall'età, il gesto di filmare può svolgere funzioni psicologiche precise durante un evento al di fuori del proprio controllo». Come sottolinea l'esperta, la ricerca sul trauma indica che di fronte a un'esperienza ingestibile la mente cerca forme di dissociazione o distanziamento. «Quando ci troviamo di fronte a una minaccia o a un evento traumatico, il nostro il nostro cervello si attiva, generando uno stato di iperattivazione caratterizzato da paura intensa o panico». Di conseguenza, spostare l'attenzione dall'emozione paralizzante a un compito concreto e controllabile può rappresentare una forma di «strategia automatica difensiva che riduce, temporaneamente, l'emozione intensa negativa». Ciò significa che in un caso come quello di Crans-Montana lo schermo dello smartphone, con cui i ragazzi hanno ripreso i primi istanti dell'incendio, «può aver agito letteralmente come una barriera fisica e psicologica tra il sé e l'evento».
L'illusione di «sapersi comportare meglio»
Ma non è finita qui. I meccanismi di difesa accusatori, in questi casi, nascondono emozioni più complesse. «La forte critica pubblica rivolta ai ragazzi che hanno filmato l'evento rappresenta un fenomeno psicosociale classicamente studiato come tendenza a colpevolizzare le vittime di eventi tragici o casuali», puntualizza Morese. «Questo meccanismo non è casuale, ma risponde a precisi bisogni psicologici di chi osserva da fuori».
Questo succede perché accettare che una tragedia colpisca persone innocenti «può creare uno stato di allarme e allerta», che ci fa rendere conto che situazioni drammatiche di questo tipo possono capitare a chiunque, in qualsiasi momento. Per questo motivo, in alcuni casi, si sceglie «la via più semplice», in cui si punta il dito contro le persone coinvolte. «Colpevolizzare le vittime, criticandone il comportamento, ripristina l'illusione del controllo e della giustizia. In altre parole, ci porta a credere che a nessuno di noi potrebbe capitare una tragedia simile perché, in una situazione di questo tipo, ci comporteremmo "bene", "in maniera adeguata"». Questa, secondo l'esperta, è la tendenza sistematica a sovrastimare i fattori disposizionali, come tratti di personalità, moralità e scelte, che porta al tempo stesso a sottostimare i fattori situazionali, come contesto, ambiente e responsabilità altrui. «È importante ricordarsi che colpevolizzare le vittime significa cedere a un meccanismo di difesa psicologica che ci fa sentire più al sicuro». A costo, però, di negare la realtà traumatica e infliggere un danno secondario a chi ha già subito il trauma.
