Vallese

Lina Peak, la torre più alta del Paese ai piedi del Cervino

Heinz Julen vuole costruire a Zermatt un grattacielo con 560 appartamenti per frenare la speculazione: «Basta vendere Heidiland ai turisti»
© Lina Peak
Red. Online
14.10.2026 17:30

Per Zermatt, come scrive il Tages-Anzeiger, il Cervino è una benedizione e una condanna. La località vallesana, conosciuta in tutto il mondo, è diventata vittima del proprio successo. L’edilizia corre senza freni, i prezzi esplodono e residenti e lavoratori stagionali vengono spinti sempre più giù, verso il fondovalle. Per il Comune, di riflesso, la sfida è enorme.

Heinz Julen, 62 anni, architetto, artista e albergatore di Zermatt, propone una soluzione che fa discutere ben oltre i confini del villaggio: a qualche chilometro dal centro vuole costruire la torre più alta della Svizzera. Denominata Lina Peak, misurerebbe 260 metri e conterrebbe 560 appartamenti per turisti, residenti e dipendenti delle attività locali. Visione audace, scempio alpino o argine alla febbre del mattone? Julen sta raccogliendo le firme per un’iniziativa comunale, così da far decidere la popolazione. Al Tages-Anzeiger ha spiegato le ragioni del progetto.

«Come Manhattan»

Un grattacielo così vicino al Cervino, dicevamo: una provocazione? Julen respinge l’accusa. «Il Cervino è uno scenario naturale unico. Deve restare accessibile a tutti, indipendentemente da quanti soldi si hanno». Ma questa meraviglia ha un prezzo: «L’overtourism mette sotto enorme pressione la popolazione, senza che le attività locali ne traggano necessariamente vantaggio». E il problema, attenzione, non riguarda solo Zermatt: anche nei Comuni vicini, come Täsch e Randa, la qualità di vita ne risente.

Per l’architetto è ora che il Comune affronti la crisi degli alloggi da sé. «Una torre ha senso dove non ci sono alternative. L’esempio migliore è Manhattan: per mancanza di spazio si è cominciato presto a costruire in altezza. A Zermatt la situazione è simile». Il centro del villaggio, avverte, «sarà presto completamente cementificato, con immobili a prezzi esorbitanti che nessun residente può più permettersi». Costruire fuori dal centro significherebbe invece allentare la pressione sul mercato immobiliare e «preservare il cuore di Zermatt».

Niente legno vecchio sul cemento

La Svizzera, all’estero, vive anche della sua immagine da cartolina. E una torre di vetro, ne converretem non è esattamente il sogno alpino. Julen, che lavora da 40 anni tra architettura e turismo, non ci sta. E rilancia: «Sono sempre stato contrario a vendere ai nostri ospiti un Heidiland. Si costruisce in cemento e poi si riveste tutto con legno vecchio, per far finta di essere ancora contadini di montagna. Non corrisponde alla realtà». E precisa: «Non ho nulla contro la tradizione, ci lavoro moltissimo. Ma mi rifiuto di invecchiare le cose artificialmente».

Secondo il suo ideatore, il Lina Peak proteggerebbe il villaggio in più modi. Primo, sorgerebbe fuori dal centro. Secondo, è previsto un accesso diretto al comprensorio sciistico: in pochi minuti si salirebbe al Rothorn, con vista sul Cervino, e si arriverebbe sulle piste senza attraversare il nucleo. «Il villaggio ne trarrebbe un sollievo tangibile».

Le bocciature in Romandia

Le torri, in Svizzera, non hanno vita facile. A Losanna e a Bussigny, infatti, progetti molto meno alti sono stati respinti alle urne. Una torre di 260 metri in piena natura vallesana, viene da chiedere, non è destinata al fallimento in partenza? «Il contesto è completamente diverso», ribatte Julen. «Una torre a Losanna o a Basilea si vede da ogni lato. Qui no: chi la trova brutta la vedrà solo arrivando da Täsch o scendendo da Zermatt verso valle».

Il primo riflesso, ammette, è vederla come un elemento di disturbo. «Io ci vedo invece l’occasione di creare una vera icona per l’arco alpino: architettonica, ma anche in termini di qualità di vita, accettazione, sostenibilità economica ed ecologia». E poi c’è la questione delle proporzioni: «Si dimentica facilmente quanto siano enormi i Quattromila che sovrastano la valle. Rispetto a queste torri naturali di roccia, 260 metri sono molto modesti». Il progetto, nelle intenzioni dell’architetto, sarebbe anche un luogo di incontro, cultura e sport.

«Una fuga in avanti»

Il popolo svizzero, dal canto suo, ha più volte detto basta all’edilizia incontrollata in montagna. Rispondere alla pressione immobiliare costruendo ancora non è una contraddizione? «È una domanda legittima», concede Julen. Si possono fare nuove leggi per limitare l’accesso alle montagne e mettere fine all’overtourism, dice, «ma non sono sicuro che le regioni ci guadagnerebbero». Zermatt, che lo si voglia o no, continuerà ad attirare ospiti e a crescere. «Fermare una macchina del genere è quasi impossibile». Per ragioni economiche, ma anche emotive: «Il desiderio di persone di tutto il mondo di vedere il Cervino con i propri occhi almeno una volta nella vita. Non lo si può vietare». Il Lina Peak è la miglior risposta possibile, secondo Julen: «Una fuga in avanti mirata». La ricetta è la densificazione controllata, che fermerebbe la dispersione insediativa e frenerebbe la speculazione. Con una componente sociale: la vendita dei piani alti finanzierebbe gli appartamenti destinati ai residenti.

Plusvalore limitato al 2% annuo

Ma 560 nuovi appartamenti non alimenteranno ulteriormente la speculazione? «No, se usiamo gli strumenti giusti», risponde l’architetto. Chi compra non potrà rivendere dopo qualche anno al doppio del prezzo: l’aumento di valore sarà limitato al 2% annuo del prezzo d’acquisto. «È un progetto sociale che protegge il villaggio».

Molti abitanti, spiega, sono profondamente legati al loro Comune ma devono andarsene per mancanza di alloggi accessibili. Oggi un metro quadrato di prima abitazione a Zermatt costa tra i 15.000 e i 20.000 franchi. E le nuove prime case finiscono spesso a cittadini che trasferiscono semplicemente il domicilio a Zermatt. Per legge non possono più essere affittate ai turisti, e questo, negli ultimi anni, ha fatto lievitare ancora di più il valore di mercato delle residenze secondarie già esistenti. Il limite in questione è quello introdotto dopo il sì all’iniziativa sulle abitazioni secondarie (la cosiddetta Lex Weber) del 2012. «Abbiamo bisogno di un’altra visione», conclude Julen. «E ne abbiamo bisogno adesso».