Svizzera

«Nel nuovo disordine mondiale la Svizzera difende la neutralità, mentre l'Italia farà i conti con Vannacci»

All'Auditorium del Campus USI di Lugano il fondatore di Limes Lucio Caracciolo analizza la fine dell’egemonia americana, le guerre in Ucraina e Medio Oriente, interrogandosi sul futuro della neutralità elvetica e sull’avanzata delle destre tra AfD e Vannacci
©Gabriele Putzu
Mattia Sacchi
09.09.2026 21:02

«Siamo entrati in una fase rivoluzionaria e dentro una rivoluzione non si capisce quello che sta succedendo. Un paio di cose però mi paiono sicure: la prima è che l’egemonia americana è finita. La seconda è che, nel nuovo assetto mondiale che un giorno ci sarà, la Cina non prenderà il posto dell’America, ma avrà un ruolo decisivo». Lucio Caracciolo parte da qui per leggere il «nuovo disordine mondiale», un sistema nel quale le vecchie certezze si stanno sgretolando mentre i nuovi equilibri rimangono ancora difficili da distinguere.

Il fondatore e direttore di Limes ne ha parlato questa sera davanti a un Auditorium del Campus USI pieno in ogni ordine di posto, ospite del Circolo liberale di cultura Carlo Battaglini e dell’Associazione Carlo Cattaneo. A dialogare con lui Bernardino Regazzoni, già ambasciatore svizzero, tra gli altri, in Italia, Francia e Cina. Un confronto partito dal tramonto dell’egemonia statunitense per arrivare alla Cina, alle guerre in Ucraina e Medio Oriente, alla crisi delle democrazie e all’avanzata delle destre in Europa. Con Svizzera e Italia chiamate a trovare il proprio spazio in un panorama profondamente mutato.

Per la Confederazione il tema incrocia inevitabilmente quello della neutralità, a poche settimane dalla votazione federale del 27 settembre. «La neutralità per voi è un marchio a cui non si può resistere, è troppo affascinante, molto sperimentato. Però, diciamo la verità, ognuno lo interpreta un po’ come gli pare. È del tutto evidente, per esempio, che se ci fosse stata la guerra con l’Unione Sovietica la Svizzera non sarebbe stata neutrale». Più della definizione, conta dunque ciò che Berna può ancora fare sfruttando una posizione costruita nel corso dei decenni. «In una fase come questa di cambiamento degli assetti, se la Svizzera riesce a rimanere una specie di conduttura fra mondi che altrimenti si parlano poco o nulla, non abbiamo nulla da perdere e voi avete molto da guadagnare sotto ogni profilo».

La capacità di mediazione elvetica deve però confrontarsi con un ambiente molto meno favorevole rispetto al passato. «È molto più facile essere un mediatore in un mondo ordinato che essere un mediatore in un mondo incasinato. E quindi alcuni talenti svizzeri adesso vengono messi seriamente alla prova». Caracciolo ricorda a questo proposito un incontro con l’ex presidente del CICR Peter Maurer per il volume L’importanza di essere Svizzera: «Lui descriveva la diplomazia svizzera come una “meccanica fine”, una specialità molto raffinata e distillata che distingue la Svizzera come Paese di mediazione e di negoziato. E questo credo che esista ancora».

Gran parte dell’instabilità nasce oggi dagli Stati Uniti e dalla loro crisi interna. Donald Trump, in questa lettura, ne è più il prodotto che la causa. «Io dubito che Trump sia veramente il problema. Credo anzi che il presidente statunitense sia proprio l’espressione di questo caos americano che ci mette un po’ tutti a disagio». Anche il suo attivismo internazionale andrebbe letto principalmente attraverso la politica domestica. «Non è vero che lui è così attento a quello che succede all’estero. Usa l’estero per gli affari interni. Vuole smettere di spendere soldi per gli alleati, vuole riportare i soldi a casa, vuole riportare i posti di lavoro a casa».

Dietro questa strategia, per il direttore di Limes, si intravede una lacerazione ancora più profonda. «Quando Trump parla del “nemico interno” ti dà l’idea che l’America sia in guerra civile, di fatto, che ci sia una spaccatura tale che non è componibile». Una crisi che si riflette inevitabilmente sulla capacità di Washington di muoversi all’estero.

Il Medio Oriente ne offre uno degli esempi più evidenti. «È assolutamente impossibile che l’America vinca la guerra con l’Iran. Si è ficcata per conto di Israele in un’avventura senza sbocco, perché lo Stretto di Ormuz, alla fine, finché esiste l’Iran, sarà l’Iran a dire l’ultima parola». Il giudizio sull’attuale postura americana è severo: «L’America è talmente disorientata che compie delle mosse completamente contraddittorie, con una forte tendenza al suicidio».

Per l’Italia tutto questo cambia anche il significato del rapporto con Washington. Caracciolo ridimensiona innanzitutto le letture costruite sulla vicinanza personale fra Giorgia Meloni e Trump: «Noi siamo forse un po’ più sentimentali di altri, quindi immaginiamo che la politica sia fatta di odio e di amore, ma è del tutto evidente che non ci sono sentimenti fra Trump e Meloni». Dal punto di vista statunitense, il valore strategico della Penisola rimane legato soprattutto alla sua posizione e alle installazioni militari americane. Ma proprio queste ultime assumono oggi un significato diverso: «Mentre noi immaginavamo che le basi fossero una garanzia contro il nemico, adesso sappiamo che le basi sono un bersaglio per il nemico. Non solo non siamo più protetti come prima, ma potremmo diventare un bersaglio di un Paese che ce l’ha con l’America».

La fragilità non riguarda soltanto gli equilibri internazionali. In Europa investe direttamente la tenuta delle democrazie e la credibilità delle classi dirigenti. «Io temo che sarà un periodo molto duro perché insieme alla pace abbiamo anche in qualche modo messo in crisi le democrazie. E specialmente in Europa la politica è completamente delegittimata. La classe politica attuale non ha dato grandi prove di sé».

Un quadro nel quale si inserisce anche l’avanzata delle destre radicali. Il risultato della Sassonia-Anhalt, dove AfD ha sfiorato il 44% dei voti, porta il confronto sull’Italia e sulla possibilità che un fenomeno analogo possa favorire Roberto Vannacci. Caracciolo distingue i contesti, ma formula una previsione netta: «Penso che Vannacci avrà un buon successo elettorale. Non mi stupirei se magari raggiungesse anche qualcosa che avvicina il 10%. In ogni caso sarà lui a decidere il prossimo governo».

Qualche spiraglio arriva paradossalmente da uno dei fronti più drammatici degli ultimi anni. «Per la prima volta da quando è cominciata questa guerra comincio a vedere la luce in fondo al tunnel. Per un motivo tragico: l’Ucraina non ce la fa più, non ha più uomini da mandare al fronte». Anche il cambiamento del linguaggio di Volodymyr Zelensky, passato secondo Caracciolo dalla richiesta di una «pace giusta» a quella di una «pace dignitosa», sarebbe il segnale di una situazione profondamente mutata.

Il problema diventa allora quello del dopoguerra e delle responsabilità che anche l’Occidente dovrà assumersi. «Noi abbiamo, io credo, una responsabilità anche morale. Li abbiamo anche un po’ usati questi ucraini. Adesso abbiamo un buco nero in un territorio che è grande due volte l’Italia e che confina con la Russia. Che facciamo? Vogliamo cominciare a occuparci del dopoguerra o vogliamo unicamente continuare a mandare gli ucraini a morire e i russi a morire?».

È su questo terreno che il presente finisce per incontrare anche la storia del Circolo promotore della serata. Carlo Battaglini già nel Congresso della pace e della libertà tenutosi a Lugano nel 1872 individuava nel confronto e nella libera circolazione delle idee uno strumento per costruire la pace. Un’eredità richiamata dalla presidente Morena Ferrari Gamba di fronte a una polarizzazione internazionale che, ha sottolineato, mette nuovamente alla prova i pilastri delle democrazie.

«La Svizzera si interroga sulla propria neutralità e sull’efficacia dei buoni uffici in un sistema che sembra non riconoscere più la mediazione», ha ricordato Ferrari Gamba, indicando nel dialogo e nella cooperazione anche fra Svizzera e Italia una risposta alle spinte autoritarie. Un tema che riporta alla domanda centrale attraversata per tutta la serata: quale spazio resti alla politica quando sono nuovamente i rapporti di forza e la guerra a dominare il confronto internazionale.

La risposta di Caracciolo diventa così anche il monito conclusivo: «Bisogna assolutamente ritrovare il modo di rimettere la politica al centro di tutto. E anche il modo di non fare la guerra. Noi abbiamo abolito la politica, adesso tutti parlano di guerra come se fosse una scampagnata, ma ho l’impressione che abbiamo perso un po’ la misura delle cose».