Votazioni

Neutralità, nessun ripiegamento: e dalla colomba ora si passa alle armi

Per il «ministro» degli Esteri Ignazio Cassis, la neutralità «nel corso del tempo si è adattata alle realtà internazionali e alle esigenze della Svizzera»
©PETER SCHNEIDER
Luca Faranda
27.09.2026 21:45

Una scoppola. Senza attenuanti. Il segnale mandato dalla popolazione svizzera è chiaro: la neutralità continuerà a essere uno strumento e non un fine. Tradotto: non va resa più rigida, né imbrigliata in un articolo costituzionale. Ciò implica che la cooperazione militare potrà proseguire anche in futuro, sia con i partner europei sia con i Paesi della NATO. Il Consiglio federale è inoltre legittimato ad allinearsi alle sanzioni, come quelle adottate dall’Unione europea nei confronti della Russia.

Il verdetto non lascia spazio a interpretazioni: i no hanno raggiunto il 70,2% a livello nazionale. Inoltre, nessun Cantone si è detto favorevole all’iniziativa. Solo in Ticino la proposta ha quasi fatto breccia:i no hanno prevalso «solo» con il 51,75%. La partecipazione, in Svizzera, si è attestata al 47,1% (nel nostro Cantone si è fermata al 46%). L’iniziativa, lanciata da Pro Svizzera e sostenuta soprattutto dall’UDC, è naufragata.

Ieri, oggi e domani

«La neutralità deve servire a preservare la sicurezza e l’indipendenza del nostro Paese. E a evitare che la Svizzera venga trascinata in una guerra. Per questo deve potersi adattare alle circostanze», ha spiegato oggi il «ministro» degli Esteri Ignazio Cassis al termine dello spoglio (per la prima volta, dopo nove anni in Governo, il ticinese era responsabile di un dossier in votazione).

Il consigliere federale lo ha detto chiaramente: «Non è un voto contro la neutralità: la Svizzera era neutrale ieri, lo è oggi e lo sarà anche in futuro». La prassi del Governo «ha dato buoni risultati da 180 anni» ed è ora legittimata dal popolo. «Il Consiglio federale potrà continuare a decidere caso per caso se l’adozione di sanzioni economiche sia nell’interesse della Svizzera. E questo margine di manovra è importante anche per la nostra sicurezza», ha aggiunto il ticinese. «La nostra neutralità ci protegge quando la Svizzera è utile agli altri. Per farlo, deve poter aprire le porte quando altri le chiudono. È quello che facciamo facilitando il dialogo con gli altri». Per Cassis, la neutralità «nel corso del tempo si è adattata alle realtà internazionali e alle esigenze della Svizzera. In certi periodi è stata più restrittiva, in altri più aperta alla collaborazione», come avvenuto nel 2022 con le sanzioni a seguito dell’invasione russa in Ucraina.

Nelle mani del Governo

Per l’UDC (dopo l’iniziativa SSR a marzo e l’iniziativa «contro una Svizzera da 10 milioni!»), si tratta della terza pesante battuta d’arresto, sebbene la proposta sia stata ufficialmente lanciata da Pro Svizzera. «È una chiara sconfitta, e sarebbe disonesto negarlo», afferma il consigliere agli Stati Marco Chiesa (UDC). «Prendiamo atto che la netta maggioranza dei votanti ha deciso di confermare la linea del Consiglio federale e di Ignazio Cassis, affidando al Governo un ampio margine di discrezionalità nella gestione della neutralità, caso per caso. Questa flessibilità comporta però anche una responsabilità molto chiara: d’ora in avanti le conseguenze delle scelte ricadranno pienamente sul Consiglio federale».

Un concetto più granitico

«Gli effetti di questa decisione si potranno valutare soltanto nel tempo. La neutralità, infatti, non dipende solo da come la definiamo noi, ma anche da come viene percepita e riconosciuta all’estero. Mi auguro quindi che questo voto non indebolisca l’immagine della Svizzera come Paese neutrale, affidabile e prevedibile». Chiesa, poi, aggiunge: «Bisognerà anche vigilare affinché questo margine di manovra non trasformi la neutralità a seconda delle maggioranze, delle personalità presenti in Governo o di chi tira più forte la giacca alla Svizzera. Questo rischio esiste». Il risultato ticinese, secondo Chiesa, manda comunque un segnale preciso: «In Ticino esiste una concezione della neutralità più granitica. È legata a una sensibilità molto forte per l’indipendenza, la sovranità e la libertà di decisione del nostro Paese. Da noi esiste anche una particolare attenzione verso ogni forma di allineamento automatico all’Unione europea: la Svizzera deve collaborare con l’Europa, ma non diventare un Paese suddito dell’UE».

«Nessuna contraddizione»

E ora? Dalle colombe della pace, che hanno popolato i manifesti accompagnati dalla scritta «No alla guerra, sì alla neutralità svizzera», si passa alla spinosa questione delle armi. Un’ipocrisia evidenziata dal Gruppo per una Svizzera senza Esercito (GSsE): «L’UDC, partner di Swissmem, sarà in difficoltà quest’autunno nell’affermare che la promozione delle esportazioni di materiale bellico è più importante della pace, dopo aver dichiarato quest’estate che non c’è niente di più importante dell’assenza di guerra». Il prossimo 29 novembre, infatti, si voterà sull’allentamento della Legge sul materiale bellico. L’UDC come può ora risultare credibile promuovendo prima «la colomba della pace» e poi favorendo l’esportazione di armamenti? Chiesa respinge la critica: «La neutralità svizzera è sempre stata una neutralità armata. Non c’è alcuna contraddizione. Essere neutrali significa anche essere capaci di difendersi senza dipendere dalla benevolenza altrui. Per questo dobbiamo mantenere in Svizzera una capacità industriale e tecnologica nel settore della difesa. Anche questa è una componente della nostra indipendenza. Un Paese che per la propria sicurezza dipende interamente dagli altri finisce inevitabilmente per perdere la propria libertà».