Mafia

«Non c’è dubbio: Cosa Nostra ha investito molto in Svizzera»

L'intervista al procuratore di Palermo Maurizio De Lucia: «Il tesoro di Matteo Messina Denaro, ad esempio, è finito anche nei depositi delle banche svizzere»
©AP Photo/Salvatore Cavalli
Francesco Anfossi
04.09.2026 06:00

Cosa Nostra è tornata. Anzi, per la verità non se n’era mai andata. Prospera all’ombra del silenzio, adeguandosi ai tempi, come spiega il procuratore di Palermo Maurizio De Lucia nel suo libro, «La mafia che cambia».

«La stiamo contenendo, lo dimostra la cattura del latitante Matteo Messina Denaro e di altri boss, ma continua a fare affari. Tolta l’eccezione dei corleonesi di Totò Riina, Cosa Nostra ha sempre preferito il silenzio al clamore. Oggi torna al suo core business tradizionale, gli affari, con profili di modernità che prima non c’erano». Riflessioni interessanti, anche alla luce del processo che si è aperto al Tribunale penale federale di Bellinzona, dopo l’operazione «Imponimento», che nel luglio 2020 aveva portato all’arresto in Svizzera e in Italia di oltre 70 persone.

La capacità di adattarsi alle nuove tecnologie è impressionante. Oggi la mafia prospera sulle criptovalute. Il vecchio «follow the money» di Falcone oggi diventa «follow the bitcoins»?
«Anche. Noi diciamo soprattutto "follow the data": segui i dati. Il nuovo valore sta nell’enorme massa di informazioni che circolano nella rete. Chi riesce ad acquisirne di più, acquisisce potere. Se possiedo informazioni sulle condizioni sanitarie di una persona, posso modificare le mie strategie. Se so che un capomafia concorrente, apparentemente sano, ha un fine vita prossimo, cambia il mio modo di dialogare o di scontrarmi con quel pezzo dell’organizzazione. Attraverso i dati posso anche orientare i mercati, organizzare le elezioni di un amministratore colluso, capire quali spazi abbiano le droghe sintetiche rispetto a quelle tradizionali e decidere dove investire. Le mafie ragionano come grandi imprese o perfino come Stati».

I capitali dei mafiosi finiscono anche in territorio elvetico?
«Non c’è dubbio che Cosa Nostra abbia investito molto in Svizzera, abbiamo certezza di denari importanti investiti qui da decenni. Il tesoro di Matteo Messina Denaro, ad esempio, gestito in tutta Europa dal socio in affari Giacomo Tamburello, è finito anche nei depositi delle banche svizzere».

Ci sono anche operazioni di riciclaggio in attività imprenditoriali?
«No, si parla sostanzialmente di depositi. I depositi bancari nelle banche svizzere sono una forma di riciclaggio mascherato, dove per i mafiosi i soldi possono e devono stare "tranquilli". Ma non c’è solo il patrimonio di Messina Denaro. Ci sono molti capitali da cercare nel sistema finanziario elvetico: parliamo di decine e decine di milioni di euro. Abbiamo in corso diverse rogatorie ma la legislazione svizzera è particolarmente complicata. Inoltre non incontriamo un grande spirito di collaborazione da parte delle banche».

I capimafia devono ancora stare fisicamente sul territorio o possono governare da lontano, quasi in «smart working»?
«Oggi possono governare a distanza e perfino dal carcere, dove solitamente i mafiosi sono detenuti modello, in modo da ottenere il più possibile facilitazioni e permessi di uscita per poi dare direttive. Raffaele Galatolo, esponente di primo piano della famiglia mafiosa dell’Acquasanta, usciva in permesso, veniva a Palermo, riorganizzava la cosca e poi manteneva i contatti con gli strumenti tecnologici, pc, smartphone eccetera. Ma si può governare anche dalla galera: diversi episodi su cui stiamo indagando hanno avuto come luogo delle decisioni celle di carceri italiane. Poche ore dopo essere entrati in carcere i mafiosi vengono muniti di apparecchi telefonici. Questa è una situazione che riguarda tutti gli istituti di pena. Nelle sole carceri di Palermo Pagliarelli e Ucciardone abbiamo scoperto a disposizione dei detenuti, tra il 2025 e il primo semestre del 2026, ben 297 cellulari. E centinaia ne abbiamo trovati in tutta la Sicilia. Vengono recapitati ai detenuti attraverso droni che oltrepassano nottetempo le mura delle carceri. Questi sono quelli che abbiamo recuperato, la cui introduzione nelle celle cioè è fallita. È immaginabile quanti invece siano riusciti a entrare negli istituti di pena senza che ce ne accorgessimo. In un mondo globalizzato si può comandare anche dall’estero: basta uno smartphone per governare grandi affari da qualunque parte del pianeta».

Cosa Nostra ha oggi un volume d’affari inferiore rispetto alla ’ndrangheta?
«Non partecipiamo al campionato fra le mafie. Dopo le stragi del ’92, i colpi dello Stato hanno fatto uscire Cosa Nostra dai grandi mercati internazionali, soprattutto dal traffico di stupefacenti. Oggi però assistiamo a un’inversione. La repressione l’ha indebolita e impoverita, anche grazie ai sequestri dei patrimoni. Per tornare forte deve tornare ricca. E non esiste una merce con un valore aggiunto più alto della cocaina. Per questo sta cercando di rientrare nel grande mercato della droga come negli anni Settanta e Ottanta».

Quanto rende?
«Cinquanta dollari spesi per comprare un chilo di cocaina in Colombia possono diventare ottantamila euro quando la droga viene venduta a Palermo. Cosa Nostra tenta di rientrare nel mercato internazionale non in contrapposizione alla ’ndrangheta, ma in accordo con essa. La torta è enorme e spartirla conviene a tutti. La ’ndrangheta resta il broker più importante, ma cerca alleanze. Cosa Nostra offre un marchio, che nel mondo criminale conserva valore, e il mercato siciliano, dove la domanda è molto forte».

La mafia cambia linguaggi e strumenti, lei ha scritto, ma resta violenza, intimidazione e ricatto.
«Esattamente. Possiamo incontrare intelligenze raffinatissime che investono nei mercati finanziari, ma alla fine i problemi vengono risolti con la pistola sul tavolo. Senza violenza non c’è mafia. Il senso del libro è ricordare che la storia è ben lungi dall’essere finita: dobbiamo essere soddisfatti del lavoro svolto, senza di-menticare che loro sono ancora qui fra noi. Come ho riferito alla commissione parlamentare antimafia, abbiamo trovato armi che vengono dal Salento ma la cui provenienza è l’area balcanica, cioè l’ex Jugoslavia, ma sappiamo di un interesse della mafia verso armi più sofisticate: quelle ad esempio del mercato nero nato con la guerra russo-ucraina. Abbiamo segnali di acquisto di droni lanciamine, armi da cui non siamo preparati a difenderci. C’è dunque un tentativo di ricostituire un arsenale di qualità. Questo sia nel circondario di Palermo che in altri territori».

Il «Padrino» di Mario Puzo e la trilogia di Francis Ford Coppola hanno favorito la mafia o ha aiutato i cittadini a comprenderla?
«Non esiste una sola risposta. Ha creato e rafforzato l’immaginario del mafioso. Leoluca Bagarella passava le serate a rivedere la videocassetta del "Padrino": i collaboratori di giustizia, in particolare Toni Calvaruso, hanno raccontato che era una delle sue grandi passioni. In questo senso il mafioso poteva sentirsi più forte. Dall’altra parte, il film ha aiutato chi possedeva strumenti culturali a capire quanto la mafia fosse pervasiva. Con "Il Padrino" se ne è parlato, e questo è un bene. Rimane però il rischio di offrire un’immagine affascinante del mafioso».