Non ci sono garanzie che Trump rispetti l'accordo con la Svizzera

Questione di giorni, forse di ore. Eppure, fino a nuovo avviso, per la Svizzera continuano ad applicarsi tariffe doganali al 39%. Berna e Washington, quasi un mese fa, avevano finalmente trovato un primo accordo, firmando anche una dichiarazione d’intenti. Eppure, Berna e soprattutto l’economia orientata all’esportazione sono ancora in attesa che i dazi vengano ridotti al 15%, come promesso lo scorso 14 novembre.
In estate, all’Unione europea erano bastati solo una decina di giorni: Bruxelles aveva trovato l’accordo con Trump il 27 luglio. I dazi al 15% negoziati dall’UE erano poi stati applicati dal 7 agosto. Dalla Segreteria di Stato dell’economia (SECO), sostengono che l’entrata in vigore sarà realtà entro metà dicembre. Il motivo di questa (lunga) attesa, però, non è noto, così come non è ancora dato sapere quali siano i contenuti dell’accordo raggiunto dal Consiglio federale. Il Parlamento, con una raffica di quesiti alla tradizionale Ora delle domande, ha chiesto di fare luce su queste ombre.
Credibilità in gioco
Finora, una delle poche certezze è che la Svizzera ha stipulato con gli Stati Uniti una dichiarazione d’intenti giuridicamente non vincolante, in base alla quale gli USA ridurranno al 15% i dazi aggiuntivi applicati alle esportazioni provenienti dalla Svizzera.
Tuttavia, quali garanzie ci sono che questa percentuale (peraltro non ancora applicata) non venga nuovamente aumentata in futuro in caso di mancato raggiungimento degli obiettivi stabiliti da Washington? Alla domanda della consigliera nazionale Laurence Fehlmann Rielle (PS/GE), il Consiglio federale non ha però spazzato via i dubbi. «Gli Stati Uniti, come la Svizzera, hanno tutto l’interesse a rispettare questo accordo. È in gioco la credibilità sia degli Stati Uniti che della Svizzera, poiché entrambi devono rispettare le varie parti del loro accordo», spiega il Consiglio federale, aggiungendo che finora Washington ha rispettato «le concessioni fatte nell’ambito delle dichiarazioni d’intenti concluse con altri Paesi e hanno ridotto le tariffe come concordato».
Accordo non vincolante
Il problema, però, è che la dichiarazione d’intenti firmata a novembre non è giuridicamente vincolante. E, dunque, «non prevede una procedura di risoluzione delle controversie che consenta alla Svizzera di esigere dagli Stati Uniti il rispetto dei propri impegni».
Pertanto, il Governo vuole ora negoziare il più rapidamente possibile un accordo giuridicamente vincolante. Venerdì, ha così dato il via libera al progetto di mandato negoziale per un accordo commerciale con gli USA. La SECO, dal canto suo, auspica la conclusione di questi negoziati entro la fine del primo trimestre del 2026.
I regali nello Studio Ovale
I parlamentari hanno anche chiesto delucidazioni al Governo sulla presenza degli imprenditori (a inizio novembre) nello Studio Ovale per convincere Trump ad abbassare i dazi. La risposta del Governo, in questo caso, è stata chiara: «Il Consiglio federale accoglie con favore l’impegno del settore privato e delle organizzazioni economiche svizzere. Tutte le forze del Paese sono benvenute per ottenere un buon risultato per la nostra economia», spiega il Consiglio federale, chiarendo però che l’Esecutivo «è e rimane l’unico responsabile dei negoziati sulla dichiarazione d’intenti con gli Stati Uniti».
Nessun giro di vite
Se già la visita dei manager non è piaciuta a vari parlamentari, c’è un altro aspetto che ha sollevato ancora più critiche: i regali offerti al presidente statunitense (un lingotto e un orologio per un valore di circa 100 mila franchi). Oltre alle segnalazioni al Ministero pubblico della Confederazione, come fatto dalla consigliera nazionale Greta Gysin, c’è chi ha chiesto al Governo se non sia il caso di regolamentare in modo chiaro «le costose azioni simboliche di accompagnamento in politica estera». Perentoria la risposta dell’Esecutivo: «Il Consiglio federale non ritiene opportuno tentare di regolamentare le visite di privati a governi esteri. Tali visite si svolgono quotidianamente in tutto il mondo e sono utili per presentare gli interessi delle imprese a tali governi».
Ancora molti punti in sospeso
Il Consiglio federale, inoltre, continua per il momento a mantenere il riserbo sui contenuti dei negoziati, come i controversi Cybertruck di Tesla. Attualmente, le forme (particolarmente squadrate e spigolose) rendono impossibile l’omologazione della vettura in Svizzera, ma il Governo sta valutando se gli standard tecnici americani possano essere riconosciuti in Svizzera.
E l’ormai noto «pollo al cloro»? La richiesta di introdurre nella legge il divieto (ora in vigore solo a livello di ordinanza) di importare pollame trattato chimicamente è apparsa sui banchi del Consiglio degli Stati, ma i «senatori» hanno deciso di approfondire il dossier in commissione. È prematuro decidere ora su un aspetto che tocca i negoziati.
