Difesa

«Non possiamo aspettare che un missile sia sopra Chiasso per intervenire»

Il capo dell’Esercito Benedikt Roos al LAC: «L’arma segreta della Confederazione è la milizia, ma serve anche la cooperazione internazionale» - Per il riarmo servono tempo e denaro: «La questione non è quanti soldi dare alle forze armate, bensì decidere quanta sicurezza vuole la Svizzera»
©ANTHONY ANEX
Luca Faranda
28.08.2026 16:35

«Avanti insieme». È questo il concetto che il capo dell’Esercito, Benedikt Roos, ha voluto trasmettere all’economia e alla società civile questa mattina al LAC di Lugano. Oltre 200 persone hanno partecipato all’incontro con il comandante di corpo: «Non siamo in guerra, ma non siamo nemmeno in un periodo di pace», ha sottolineato Benedikt Roos, che ha sostituito Thomas Süssli dallo scorso 1. gennaio. Il numero uno delle forze armate ha parlato di una svolta storica, mostrando una cartina del mondo con una prospettiva diversa: l’America a est, l’Asia a ovest e l’Europa, invece, ai margini. «Dal punto di vista geopolitico, l’Europa oggi non è più automaticamente al centro del mondo». Il multilateralismo e l’influenza si stanno spostando verso altri centri: «L’ordine mondiale sta cambiando: è tornata la politica di potenza e di forza (Machtpolitik, ndr)». E il pericolo esiste. «Un attacco ai Paesi baltici, ad esempio, è molto probabile», ha messo in guardia il capo dell’Esercito, ricordando che in caso di conflitto anche in Svizzera ci potrebbero essere conseguenze.

Arriverà presto in tutte le case del Canton Ticino un volantino informativo che fornisce consigli in caso di crisi. Ad annunciarlo è stato il consigliere di Stato Norman Gobbi, intervenuto al LAC di Lugano prima della presentazione del capo dell’Esercito. Il flyer informativo sarà verosimilmente inviato a tutti i fuochi entro la fine dell’anno. Conterrà informazioni di base e anche suggerimenti in merito all’approvvigionamento e al comportamento da adottare in caso di emergenza.

Servono tempo e soldi

Il problema? Allo stato attuale, l’Esercito è in grado di equipaggiare solo un terzo delle truppe. «La questione però non è quanto denaro dare all’Esercito, bensì capire quanta sicurezza vuole la Svizzera». Ma il riarmo, in equipaggiamenti e materiale bellico, richiede tempo e denaro. «Se oggi un Paese vuole qualcosa, un semplice ordine non è più sufficiente. Bisogna versare subito un acconto, altrimenti si scivola sempre più in fondo alla lista d’attesa», ha ricordato Roos. E la Svizzera non è di certo in cima alle priorità delle industrie belliche di altri Paesi, come ad esempio gli Stati Uniti (da cui Berna ha ordinato F-35 e Patriot, tra le altre cose).

«La Svizzera, però, ha un’arma segreta: la milizia», sostiene Roos, spiegando che i Paesi vicini oggi guardano alla Confederazione «poiché si sono resi conto che non basta un piccolo esercito di professionisti per proteggere un intero Paese».

Il missile sopra Chiasso

Sulla collaborazione con altri Paesi o con la NATO (e con la votazione sull’iniziativa sulla neutralità sullo sfondo), Roos è stato chiaro: «Dal Mediterraneo, in acque internazionali, oggi è possibile lanciare un missile da crociera verso la Svizzera. Immaginate che l’obiettivo sia, ad esempio, Palazzo federale. Per noi è di fondamentale importanza sapere quando il missile sorvola il Mediterraneo e sapere che sta puntando verso la Svizzera. Non possiamo aspettare fino a quando è sopra Chiasso. Non avremmo tempo per reagire. Per questo dobbiamo essere in grado di scambiare informazioni. Altrimenti il nostro tempo di reazione si accorcia sempre di più, fino ad arrivare a zero. E a quel punto non abbiamo nessuna possibilità. Dobbiamo quindi agire: i nostri sistemi devono poter comunicare tra loro. Dobbiamo capirci». Eppure, ha fatto notare Roos, «abbiamo spesso la sensazione che cooperare significhi: quando abbiamo un problema, arriva qualcun altro a risolverlo. Ma cooperare significa che anche noi dobbiamo portare qualcosa al tavolo e dimostrare di essere pronti a fare la nostra parte».