Parlamento

Nucleare, prima di togliere il divieto Albert Rösti dovrà rifare i compiti

Il Consiglio nazionale vuole rimandare il controprogetto al Consiglio federale: bisogna considerare le implicazioni finanziarie per lo Stato e solo dopo valutare se permettere la costruzione di nuove centrali – Il «ministro» dell’Energia: «Non si tratta di deciderlo ora» – Decisivi i voti del Centro
© KEYSTONE/Peter Schneider
Luca Faranda
15.06.2026 22:22

Nell’interminabile dibattito sul nucleare c’è stato spazio anche Enzo Jannacci. A portare il noto cantautore nella sala del Consiglio nazionale ci ha pensato il consigliere nazionale Bruno Storni. Per il socialista ticinese, se il Consiglio federale vuole un ritorno al nucleare (come chiedono l’iniziativa popolare «Stop al blackout» e il relativo controprogetto indiretto elaborato dall’esecutivo), allora deve presentare «un piano concreto e completo».

Non deve limitarsi semplicemente ad abolire il divieto per poi vedere come andare avanti. Insomma, ha parafrasato Storni riprendendo Jannacci, è «come andare allo Zoo Comunale e gridare “Aiuto, aiuto, è scappato il leone”. E vedere di nascosto l’effetto che fa».

Il risultato, è che prima di andare allo zoo comunale, il «ministro» dell’Energia Albert Rösti deve rifare i compiti. Il Consiglio nazionale ha infatti deciso di rinviare al Consiglio federale il controprogetto indiretto elaborato proprio dal Governo, «con l’incarico di elaborare un nuovo disegno tenendo conto di un esame approfondito delle possibilità di finanziamento di nuove centrali nucleari».

Una differenza di tre voti

Dopo il fiume di parole di un centinaio di parlamentari (più di nove ore in tre giorni di dibattiti), il Consiglio nazionale - in sostanza - ha deciso di non decidere. E lo ha fatto attraverso una votazione al cardiopalma, terminata con 100 voti contro 97 e due astensioni. In realtà, però, l’esito va letto come un successo parziale di chi si oppone al ritorno dell’atomo. A far pendere l’ago della bilancia a favore del rinvio è stato il gruppo parlamentare del Centro (ad eccezione di sei deputati su 31), che hanno votato insieme a PS, Verdi e Verdi liberali sulla minoranza proposta dalla consigliera nazionale Priska Wismer-Felder (Centro/LU). Già nel 2017, quando si è votato sulla Strategia energetica 2050 (e il graduale abbandono dell’atomo) a fare la differenza era proprio stato l’allora PPD.

E ora? Già questa mattina il Consiglio degli Stati dovrà esprimersi su questa proposta (ovvero se incaricare o meno il Consiglio federale di tenere conto anche dei possibili finanziamenti). Se i «senatori» non seguiranno la stessa linea, allora il Consiglio nazionale tornerà a discuterne già entro la fine di questa settimana (mercoledì, oppure giovedì). Nel frattempo, l’iniziativa dovrà rimanere «congelata» fino a nuovo avviso.

Non toccare la Costituzione

Un piccolo passo indietro. L’iniziativa popolare «Energia elettrica in ogni tempo per tutti», più nota come «Stop al blackout», chiede che l’approvvigionamento di energia elettrica sia garantito in qualsiasi momento e che la Confederazione definisca le responsabilità in questo ambito. I promotori, in particolare, vogliono modificare l’articolo 89 della Costituzione federale affinché ci sia la possibilità di autorizzare tutti i tipi di produzione di energia elettrica rispettosi dell’ambiente e del clima. Sebbene il nucleare non venga mai esplicitamente menzionato, è lì che l’iniziativa vuole andare a parare.

Il Consiglio federale, dal canto suo, respinge l’iniziativa, ma attraverso un controprogetto intende adeguare la legge federale sull’energia nucleare (senza dover dunque modificare la Costituzione) affinché in Svizzera possano nuovamente essere autorizzate nuove centrali nucleari.

Un primo sì agli Stati

Il Consiglio degli Stati, lo scorso marzo, ha già deciso di respingere l’iniziativa (33 voti contro 8) e ha dato il via libera al controprogetto (con 26 voti a 12 e 3 astenuti). Il Nazionale, dal canto suo, ha ora fermato tutto per un motivo chiaro: l’incertezza attorno ai finanziamenti pubblici nel caso della costruzione di una nuova centrale. Si stimano infatti costi pari a circa 13 miliardi di franchi

Il nodo sta proprio qui. Oggi, come hanno confermato al Corriere del Ticino i principali gruppi energetici svizzeri: per Axpo, BKW e Alpiq (tutte e tre attive anche nell’ambito del nucleare) è impensabile realizzare altre centrali senza un aiuto statale. Oltre a un profondo cambiamento delle condizioni quadro, per dare vita a un nuovo impianto sarebbero con ogni probabilità necessari ingenti sussidi pubblici.

È una questione di soldi

L’obiettivo è di presentare «i dati finanziari necessari per decidere sulla revoca del divieto di nuove costruzioni», ha tenuto a sottolineare già la scorsa settimana l’autrice della proposta di rinvio, Priska Wismer-Felder, ricordando che ciò era anche un auspicio della Commissione delle finanze. «Le implicazioni finanziarie della revoca del divieto di nuove centrali nucleari e i rischi connessi per il settore pubblico devono essere chiariti preventivamente, o meglio, presentati in modo trasparente, e la loro sostenibilità per le finanze pubbliche deve essere valutata».

Lo stesso Rösti ha dovuto riconoscere che non si possono costruire nuove centrali nucleari senza il sostegno statale. Eppure, a suo avviso, discutere già ora delle possibili implicazioni finanziarie è prematuro. «Non si tratta di decidere se vogliamo una centrale nucleare oppure no», ha tenuto a sottolineare nel corso del suo lungo intervento incentrato sulla politica energetica elvetica, ricordando che il nucleare è importante per garantire l’approvvigionamento soprattutto d’inverno.

«Ministro» sotto pressione

Il «ministro» dell’Energia, però, non ha fatto i conti con gli oppositori: i contrari al ritorno dell’atomo lo hanno infatti incalzato a più riprese, mettendolo sotto pressione e subissandolo di domande. Per Rösti è stata una vera e propria battuta d’arresto. Adesso tocca ai «senatori» decidere se chiudere temporaneamente la porta. A marzo, i rapporti di forza - con 26 «senatori» a favore e solo 12 contrari - erano chiari. Oggi però tutto è rimesso in discussione: la risposta è attesa già entro metà mattinata.

Fino a ottant’anni di vita per Gösgen e Leibstadt

Oggi, in Svizzera ci sono quattro centrali nucleari: Beznau I e II, Leibstadt (tutte nel canton Argovia) e Gösgen (Soletta), In realtà ci sarebbe anche quella di Mühleberg (nel canton Berna), ma attualmente si trova in fase di smantellamento. L’impianto era attivo dal 1972, ma l’azienda che gestiva la centrale (la BKW Energie) ha «staccato la spina» a fine 2019. Il sito verrà sgomberato da tutto il materiale radioattivo entro il 2031.

Nessuna data di scadenza

Le aziende elettriche prevedono una durata di esercizio di circa 60 anni, ma gli impianti dispongono di autorizzazioni di esercizio a tempo indeterminato e possono rimanere in funzione fintantoché la loro sicurezza è garantita. Tuttavia, anche Beznau I e II hanno una data di disattivazione prevista: il 2033. E le altre due? Fino a poco tempo fa, anch’esse avevano un limite: Gösgen nel 2039 e Leibstadt nel 2044.

Lo scorso 13 maggio, tuttavia, il Consiglio federale ha sparigliato le carte: in un rapporto, in risposta a un postulato del «senatore» argoviese Thierry Burkart, ex presidente del PLR, il Governo è arrivato alla conclusione che un esercizio a lungo termine fino a 80 anni delle centrali nucleari di Gösgen e Leibstadt è tecnicamente possibile e anche redditizio. Pertanto, la vita delle due centrali potrebbe essere prolungata fino al 2059 (Gösgen), rispettivamente al 2064 (Leibstadt).

Confronto internazionale

Il Consiglio federale, inoltre, sottolinea nel rapporto che oggi «tutte le centrali nucleari svizzere presentano un buon livello di sicurezza nel confronto internazionale».

L’evoluzione del mix

Nel rapporto è stata analizzata anche l’evoluzione del mix elettrico svizzero fino al 2060 in base a vari scenari. I risultati indicano che in futuro nella Confederazione, soprattutto in inverno, rimane un rischio considerevole di aumento della dipendenza dalle importazioni. E quindi, per il Consiglio federale «un esercizio a lungo termine delle centrali nucleari esistenti, accompagnato da un potenziamento sistematico delle energie rinnovabili, può contribuire a ridurre la dipendenza dalle importazioni durante l’inverno».