Sotto la lente

Oltre Crans-Montana: «Vogliamo costruire qualcosa di positivo da tutto questo dolore»

La neo costituita associazione delle famiglie italiane dei sopravvissuti chiede giustizia, con l'obiettivo di cambiare, concretamente, le cose, affinché tragedie come quella del Constellation non si ripetano – Il presidente Francesco Riva sulla possibilità di riaprire i locali dei Moretti: «Una nuova e profonda ferita»
©JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Federica Serrao
10.07.2026 20:06

Andare oltre non è facile: ma può e deve essere possibile. Soprattutto per le persone coinvolte nell'incendio di Capodanno a Crans-Montana. A più di sei mesi da quella tragica notte del 1. gennaio, i feriti portano ancora i segni sulla loro pelle. Parallelamente, le loro famiglie si battono, senza sosta, affinché venga fatta chiarezza. Ma anche per ricavare qualcosa di positivo da tutto quel dolore e quella sofferenza. «In un primo momento eravamo concentrati sui feriti e sulle loro condizioni. Ora, però, vogliamo che questa tragedia porti anche qualcosa di buono». A dichiararlo, al CdT, è Francesco Riva, padre di uno dei ragazzi italiani che, quella maledetta notte, è rimasto ferito durante i festeggiamenti del nuovo anno al bar Constellation. Riva è anche presidente di «Oltre Crans-Montana 1 gennaio 2026 - famiglie italiane dei sopravvissuti». Un'associazione costituita ufficialmente il 7 luglio che, da un lato, vuole – inevitabilmente – chiedere giustizia e difendere la sicurezza pubblica. Dall'altro, ha però anche l'obiettivo concreto di cambiare le cose. Migliorando, per esempio, le condizioni e gli standard qualitativi dei locali, per evitare che tragedie come quella di Capodanno si ripetano in futuro. Al tempo stesso, l'associazione vuole affiancare alle iniziative legali un rigoroso e strutturato impegno sociale e scientifico. «Lavoriamo con il governo italiano, con gli ospedali e i centri di ricerca. La nostra associazione, infatti, sta stimolando nuove scoperte mediche nel trattamento delle gravi ustioni e delle lesioni respiratorie e, inoltre, stiamo creando protocolli nuovi, per i nostri figli», spiega Riva. Parliamo di protocolli che prima dell'incendio al Constellation non esistevano, e che sono stati istituti d'emergenza, dopo il 1. gennaio. «Il nostro intento è fare in modo che il nome di Crans-Montana non resti esclusivamente legato alla tragedia, ma che divenga un punto di partenza per garantire supporto e orientamento concreto alle famiglie e ai giovani coinvolti». 

L'associazione, in altre parole, vuole trasformare un dolore inaccettabile in un motore di cambiamento e speranza. Come sottolinea il suo stesso nome – scelto e pensato proprio dai ragazzi feriti –, vuole aiutare i sopravvissuti ad andare oltre la tragedia, e a tornare alla vita. «Non vogliamo alimentare polemiche, ma solo sostenere i nostri figli, avere giustizia per loro», sottolinea il presidente dell'associazione. «Desideriamo, però, che si creino anche i presupposti per evitare che situazioni del genere si ripetano». A tal proposito, Riva sottolinea l'importanza di restare uniti e non creare «blocchi» tra parti. «Un ferito è un ferito: che sia italiano, svizzero o francese, resta tale. Dobbiamo lavorare insieme, non dividerci, per riuscire davvero a migliorare le cose». 

Ed è proprio con questo spirito che, nel mese di giugno, è stata lanciata la petizione online contro la riapertura dei locali dei coniugi Moretti. Secondo quanto si legge nella raccolta firme (a cui hanno aderito, attualmente, più di 45.000 persone), il Vieux Chalet di Lens e il ristorante Senso di Crans-Montana, entrambi gestiti dai proprietari del Constellation, potrebbero rivedere la luce nei prossimi mesi. Una decisione che, già nelle scorse settimane, aveva suscitato numerose critiche. «La sicurezza pubblica e la vita umana non sono merci di scambio», sottolinea l'associazione, opponendosi fermamente alla riapertura di questi due locali e «rigettando categoricamente la narrazione diffusa dai loro legali». Secondo gli avvocati dei coniugi Moretti, la riapertura sarebbe infatti un «atto di solidarietà», finalizzato a risarcire le vittime. Un'argomentazione finanziaria che viene, tuttavia, definita «del tutto pretestuosa». «Se esistesse una reale e immediata volontà di supportare le famiglie colpite, i fondi verrebbero destinati a questo scopo in modo diretto e incondizionato, senza subordinarli a futuri e ipotetici profitti commerciali». Proprio per questa ragione, legare l'indennizzo delle vittime agli incassi dei locali ancora al centro di un'inchiesta, per l'associazione di Francesco Riva è una strategia «inaccettabile». 

Ma non è tutto. «Per noi questa petizione rappresenta un tentativo di esercitare pressione, affinché arrivino delle risposte. Se le istituzioni permettono a chi è indagato di omicidio colposo di riaprire i propri locali, prima ancora che venga fatta chiarezza, facciamo passare un messaggio sbagliato», sottolinea Riva. Le responsabilità penali e civili di quanto accaduto nella notte del 1. gennaio devono infatti essere ancora pienamente accertate dalle autorità svizzere competenti. Sono tante, ancora, le domande ancora senza risposta, sulla tragedia. Ma nel frattempo, vanno fatti alcuni passi. «Dobbiamo dare ai ragazzi la speranza di lottare nel mondo che ci circonda, e alle istituzioni va ricordato di proteggere la comunità, soprattutto in una situazione come questa», sostiene l'associazione che descrive come «inconcepibile, oltre che profondamente irrispettoso» forzare un ritorno alla normalità commerciale, con la riapertura dei locali dei Moretti. «Per le nostre famiglie, questo annuncio non rappresenta una mano tesa, ma una nuova e profonda ferita», aggiunge, ancora, Riva, chiedendo alle istituzioni e alle autorità elvetiche di intervenire. «Non accetteremo in alcun modo che il dolore dei sopravvissuti e la necessità di giustizia vengano utilizzati come leva per riabilitare attività su cui pende l'ombra di 41 vittime. L'accertamento della verità e la tutela della sicurezza pubblica devono precedere qualsiasi ritorno agli affari». 

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