Bilaterali III

Pacchetto UE, è scontro sulla doppia maggioranza

Le commissioni delle istituzioni politiche di Stati e Nazionale vogliono sottoporre gli accordi con Bruxelles al referendum obbligatorio tramite una modifica costituzionale – «Questo modo di procedere è giustificato dall’enorme importanza del pacchetto» – Il progetto, però, solleva critiche tra i commissari della politica estera
©ALESSANDRO DELLA VALLE
Luca Faranda
22.05.2026 23:59

Referendum semplice, referendum obbligatorio con doppia maggioranza di popolo e cantoni, senza dimenticare il cosiddetto referendum «sui generis». Lo scontro politico sugli accordi negoziati tra Svizzera e Unione europea, per il momento, si è acceso sulla forma, prima ancora che sui contenuti. E la questione si complica.

Ma facciamo un passo indietro. Il 30 aprile 2025, il Consiglio federale - che non aveva ancora firmato gli accordi - era giunto alla conclusione che il «il referendum facoltativo rappresenta la soluzione più condivisa e politicamente sostenibile». Ovvero, raccolta firme e (soprattutto) la sola maggioranza popolare. Per il Governo, non esistono i presupposti giuridici per la doppia maggioranza, prevista solo in caso di adesione a una comunità sovranazionale (come l’UE) o a un’organizzazione di sicurezza collettiva (come la NATO). Ad avere l’ultima parola è però il Parlamento: qui, si prospetta una battaglia all’ultimo voto.

Base costituzionale

A fine marzo, la Commissione delle istituzioni politiche degli Stati ha tenuto addirittura un’audizione pubblica: cinque esperti di diritto europeo si sono confrontati per ore sul tipo di referendum. A inizio maggio, su proposta del consigliere agli Stati Andrea Caroni (PLR/AR), la commissione ha sparigliato le carte: il 5 maggio ha infatti deciso di depositare un’iniziativa parlamentare che chiede un «adeguamento costituzionale concernente i Bilaterali III». Ovvero, l’approvazione del pacchetto di accordi con l’UE va inserito nella Costituzione federale mediante una disposizione transitoria.

In questo modo si va a toccare la Carta fondamentale e per ogni modifica costituzionale è necessaria la doppia maggioranza di popolo e Cantoni (che alza l’asticella di difficoltà per ottenere il sì alle urne). La decisione era stata presa a stretta maggioranza, con il voto decisivo della presidente della commissione: la consigliera agli Stati Heidi Z’graggen (Centro/UR).

La prassi Schubert

Secondo Caroni, si tratta di eliminare le incertezze relative alla costituzionalità della modifica dell’accordo sulla libera circolazione delle persone (ALC). Ci sarebbe, infatti, una contraddizione tra l’estensione della libera circolazione, in particolare a livello di ricongiungimento familiare e di diritti di soggiorno, e l’articolo della Costituzione relativo alla gestione autonoma dell’immigrazione (articolo 121a, approvato nel 2014 con il sì all’iniziativa dell’UDC contro l’immigrazione di massa). Si vuole così chiarire anche giuridicamente che queste regole sull’immigrazione non si applicano agli accordi con Bruxelles. Si vuole in particolare garantire l’applicazione della cosiddetta «prassi Schubert», secondo cui una legge federale interna prevale su un trattato internazionale precedente se il Parlamento svizzero ha deciso di derogarvi consapevolmente. In altre parole, in caso di contraddizione tra il pacchetto di accordi da una parte e la Costituzione o una legge federale dall’altra, il Tribunale federale deve applicare il diritto svizzero quando il legislatore si è consapevolmente discostato da tali accordi.

Una lettera ai «senatori»

Oggi, c’è stato un nuovo capitolo. La Commissione delle istituzioni politiche del Nazionale ha infatti approvato (con 15 voti contro 10) l’iniziativa degli Stati che prevede la doppia maggioranza. «Questo modo di procedere è giustificato dall’enorme importanza del pacchetto di accordi, il quale riveste carattere costituzionale», spiega in una nota la commissione, aggiungendo però che la via più semplice - a loro dire - sarebbe quella del referendum obbligatorio sui generis (ovvero quello utilizzato per la votazione sullo Spazio economico europeo del 1992, respinta dal popolo). I commissari del Nazionale hanno pertanto scritto una lettera ai colleghi degli Stati per «approfondire ulteriormente questa via alternativa».

Non è detta l’ultima parola

Il quadro, dunque, si complica. A mancare è soprattutto l’unità di intenti. Oggi, infatti, la maggioranza della Commissione della politica estera degli Stati (tendenzialmente più filoeuropea rispetto a quella delle istituzioni politiche) si è espressa contro il referendum obbligatorio e anche contro la disposizione transitoria nella Costituzione proposta dalla commissione delle istituzioni politiche. La giudica superflua e ritiene che il pacchetto Svizzera-UE sia «del tutto conforme alla Costituzione».