Pena di morte, il DFAE convocherà l’ambasciatore israeliano Tibor Schlosser

Il Dipartimento federale degli affari esteri (DFAE) terrà la prossima settimana dei colloqui con l'ambasciatore israeliano in Svizzera in merito all'estensione della pena di morte nel suo paese. Il capo della Divisione pace e diritti umani Tim Enderlin è già intervenuto presso l'ambasciatore israeliano a Berna, ha comunicato oggi un portavoce del DFAE all'agenzia Keystone-ATS in relazione a una notizia del SonntagsBlick. Il domenicale ha scritto che il DFAE avrebbe «convocato» il diplomatico. Secondo quanto riferito dal portavoce, Enderlin esporrà anche personalmente la posizione della Svizzera all'ambasciatore Tibor Schlosser. Un incontro è previsto per la prossima settimana.
«La Svizzera rifiuta la pena di morte ovunque e in ogni circostanza, poiché è incompatibile con il diritto alla vita e la dignità umana», ha sottolineato il DFAE. Per questo motivo la Svizzera ha espresso la propria posizione nei confronti di Israele sia a livello bilaterale che pubblicamente. La Confederazione invita Israele a rispettare pienamente i propri obblighi internazionali, compreso il divieto di discriminazione e le garanzie dello Stato di diritto e procedurali.
La Svizzera mette inoltre in guardia contro qualsiasi forma di discriminazione nei confronti dei palestinesi. «La Svizzera respinge categoricamente qualsiasi forma di sostegno alla discriminazione», afferma il DFAE, contattato dal Blick. Berna si impegna «con coerenza a favore della non discriminazione e del rispetto degli obblighi internazionali», tra cui rientra anche il principio della parità di trattamento davanti alla legge.
Una legge contro i palestinesi
Lunedì la Knesset, il parlamento monocamerale israeliano, ha approvato – con 62 voti a favore e 48 contrari – la legge sull'estensione della pena di morte. Essa prevede che per «chi uccide intenzionalmente una persona nell'ambito di un atto di terrorismo, con l'intento di negare l'esistenza dello Stato di Israele» venga inflitta la pena di morte o l'ergastolo. Davanti ai tribunali militari israeliani nei Territori palestinesi la pena di morte è addirittura obbligatoria in tali casi e, in caso di condanna deve essere eseguita entro 90 giorni tramite impiccagione da parte di una guardia carceraria.
Un ricorso presentato dall'associazione israeliana per i diritti civili è attualmente pendente presso la Corte suprema dello Stato ebraico. I critici considerano la legge razzista, poiché di fatto riguarda solo i palestinesi.
Il segretario generale del Consiglio d’Europa (COE), Alain Berset, in un post su X ha scritto: «Il voto alla Knesset che ripristina la pena di morte è un grave passo indietro dalla civiltà. Una scelta che distanzia chi l’ha fatta dal sistema di valori sostenuto dal COE».
«Con questa legge, Tel Aviv si allontana ulteriormente dal consesso occidentale. Non possiamo più considerare Israele come uno Stato che si fonda sui valori e sui principi dei diritti umani, della solidarietà, dell’inclusione», ha dichiarato al Corriere del Ticino Marco Mascia, titolare della cattedra UNESCO Diritti umani, democrazia e pace dell’Università di Padova, e direttore nello stesso ateneo del Centro per i Diritti Umani “Antonio Papisca”. «Le norme che prevedono la condanna a morte per i palestinesi accusati di terrorismo confermano piuttosto l’intenzione genocidaria del Governo di Israele: sono un atto di discriminazione istituzionalizzata e di violenza razzista contro i palestinesi. Ribadiscono la strategia israeliana che abbiamo conosciuto a Gaza. La pena di morte per i soli palestinesi è un atto assolutamente discriminatorio che viola in primo luogo il diritto alla vita, ma anche tutte le norme del diritto internazionale relative ai diritti umani».

