Medio Oriente

Per Vance il momento è storico: ma Trump fa saltare il banco

Il primo round di colloqui diretti tra Stati Uniti e Iran sul Bürgenstock si è chiuso anzitempo – Il tycoon è tornato a minacciare la Repubblica Islamica, che ha risposto sospendendo i negoziati – Intanto, lo Stretto di Hormuz rimane chiuso
©Fabrice Coffrini

«È l’inizio di un negoziato tecnico che non risolverà ogni divergenza, ma ci permetterà di sederci insieme, per la prima volta nella storia, per capire cosa conta davvero per ciascuna delle parti, per affrontare le questioni aperte e lavorare verso un futuro migliore. È tempo di voltare pagina».

Con queste parole il vicepresidente americano JD Vance aveva salutato come «storico» il vertice di oggi al Bürgenstock tra Stati Uniti e Iran. Un entusiasmo durato poco. Nel pomeriggio, Donald Trump è infatti tornato ad attaccare la Repubblica Islamica sui social, vanificando in poche ore l’effetto diplomatico dell’incontro. La risposta di Teheran non si è fatta attendere, e nel tardo pomeriggio, l’Iran ha sospeso i colloqui.

Parole di fuoco

Il casus belli, come detto, è arrivato direttamente dalla voce del presidente americano. In un’intervista a Fox News, trasmessa mentre i negoziatori erano ancora seduti al tavolo sul lago di Lucerna, Trump ha alzato il tiro: «Se chiudete Hormuz, non avrete più un Paese». E non si è fermato lì, minacciando di colpire Teheran «se il regime non costringe immediatamente i suoi proxies in Libano – Hezbollah – a smettere di creare problemi». Parole durissime che Teheran ha scelto di non ignorare.

La prima replica è arrivata via social. Mohammad Ghalibaf, presidente del parlamento iraniano e membro della delegazione al Bürgenstock, ha pubblicato un post su X dal tono netto: «Gli USA farebbero meglio a stare attenti alle loro dichiarazioni. Le nostre forze armate sono pronte a rispondere in altro modo. Loro parlino quanto vogliono, noi agiamo».

Dopo una pausa tecnica «per consultazioni interne», la delegazione di Teheran ha quindi sospeso i colloqui. Secondo l’emittente di Stato Press TV, gli iraniani avrebbero anche «presentato una formale protesta agli americani», dichiarando che valuterà «una risposta appropriata».

Eppure la giornata era cominciata in tutt’altro clima. I colloqui si erano aperti nel segno della cautela, ma anche di una certa solennità storica. Vance, a capo della delegazione di Washington, aveva parlato davanti alla stampa internazionale con toni insoliti per la diplomazia americana nei confronti di Teheran, auspicando che i negoziati potessero consentire di «voltare pagina» in Medio Oriente.

La diffidenza, però, era palpabile fin dal primo momento. Secondo l’agenzia iraniana Tasnim, la delegazione di Teheran – guidata dallo stesso Ghalibaf e dal ministro degli Esteri Abbas Araghchi – si è infatti rifiutata di stringere la mano agli americani e di partecipare alla foto di rito. Quando Vance ha preso la parola davanti alle telecamere, gli iraniani non erano in sala.

I dossier sul tavolo

Sul tavolo, ricordiamo, ci sono tre dossier principali: il programma nucleare iraniano, lo Stretto di Hormuz (richiuso da Teheran nelle scorse ore in risposta agli attacchi israeliani in Libano) e i fondi iraniani congelati, per una prima tranche di 12 miliardi di dollari prevista dal Memorandum d’intesa firmato nei giorni scorsi.

Fino al momento della sospensione dei colloqui da parte della delegazione iraniana nel pomeriggio di oggi, qualche spiraglio si era comunque aperto. Sul fronte nucleare, il presidente iraniano Masoud Pezeshkian aveva dichiarato che Teheran è disposta a mettere per iscritto la propria rinuncia all’arma atomica: «Ciò che gli Stati Uniti chiedono è che l’Iran non costruisca una bomba. Non è una novità, e possiamo anche affermarlo per iscritto». Una disponibilità accompagnata però dall’irrinunciabile rivendicazione del diritto ad arricchire l’uranio.

A rafforzare l’impressione di un possibile terreno comune era intervenuto anche il ministro degli Esteri pakistano Muhammad Ishaq Dar – il Pakistan è uno dei due mediatori, insieme al Qatar – secondo cui l’Iran sarebbe pronto a ridurre le proprie scorte di uranio arricchito.

Segnali che ora rischiano di essere travolti dalla dinamica innescata da Trump. La sospensione dei colloqui non equivale, almeno formalmente, a una rottura definitiva. Ma le minacce del presidente americano hanno bruciato in poche ore la fiducia faticosamente costruita al Bürgenstock, riportando la crisi a un livello di tensione che sembrava, almeno temporaneamente, superato.

«Trump è impegnato a un cessate il fuoco in tutta la regione», ha assicurato dal canto suo Vance che, fra i suoi obiettivi in Svizzera, ha quello di ottenere un invito iraniano per gli ispettori dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA) delle Nazioni Unite a visitare i siti nucleari colpiti dagli Stati Uniti. Le rassicurazioni del vicepresidente, però, rischiano di non essere prese seriamente dagli iraniani visto come Trump lo ha scavalcato e, di fatto, indebolito.

Per la Svizzera i colloqui hanno aperto una nuova opportunità per svolgere un ruolo di mediazione, mentre fino a 2.000 militari e agenti di polizia garantiscono la sicurezza al Bürgenstock. Il consigliere federale Ignazio Cassis ha incontrato il ministro degli esteri iraniano Abbas Araghchi, il direttore generale dell’AIEA Rafael Grossi, il premier pakistan Shehbaz Sharif e Vance.

Israele non molla il Libano: «Qui per il tempo necessario» 

Mentre in Svizzera hanno preso il via i colloqui fra Stati Uniti e Iran (interrotti in serata, vedi articolo sopra) per tentare di raggiungere una pace duratura in Medio Oriente, Israele non sembra intenzionato a mollare su uno dei punti centrali del memorandum di intesa firmato settimana scorsa: il Libano. Non solo: per Tel Aviv, un’altra linea rossa invalicabile riguarda l’arricchimento dell’uranio da parte di Teheran. Insomma, la situazione resta fragilissima, a tutti i livelli.

Nessun ritiro

Internamente, la narrazione rimane quella di sempre. Il ministro israeliano delle Finanze Bezalel Smotrich, ad esempio, ha promesso che Israele rimarrà nella zona di sicurezza che controlla all’interno del Libano per gli anni a venire e non si ritirerà nemmeno di fronte a una richiesta esplicita in tal senso da parte degli Stati Uniti. In un’intervista al quotidiano degli ultra ortodossi «Makor Rishon» pubblicata nel fine settimana, Smotrich ha aggiunto che, a suo avviso, una richiesta del genere da parte degli Stati Uniti non arriverà, perché «capiscono quali sono le nostre linee rosse». Lo stesso concetto è stato espresso nelle ultime ore anche dal ministro della Difesa Benjamin Katz. «Come ha chiarito il premier Netanyahu, e io stesso, Israele non si ritirerà dalla zona di sicurezza in Libano. Il cessate il fuoco annunciato venerdì lascia l’IDF (l’esercito israeliano, ndr) in tutte le posizioni occupate all’interno della zona di sicurezza. Non vi è stata e non vi è alcuna limitazione all’azione delle forze armate in Libano per rimuovere le minacce». E proprio a proposito di minacce, Israele ha reso noto di aver scoperto sotto il villaggio di Majdal Zoun, nel distretto di Tiro, nel sud del Libano, un tunnel sotterraneo profondo 25 metri con centinaia di armi e quattro postazioni di lancio puntate verso Israele: «Le truppe stanno operando nell’area, in conformità con gli accordi vigenti, a circa 10 chilometri all’interno del territorio libanese». Nel corso dell’operazione sono stati uccisi oltre 20 membri di Hezbollah, tra cui più di 10 appartenenti all’unità Radwan, la forza d’élite dell’organizzazione. Smantellate oltre 50 infrastrutture terroristiche, tra cui postazioni di osservazione e depositi di armi.

La lezione del 7 ottobre

La situazione resta dunque tesissima. E, in relazione ai colloqui al Bürgenstock fra USA e Iran, assumono particolare importanza le parole del premier Benjamin Netanyahu espresse ieri sera durante la commemorazione del fratello, l’eroe d’Israele tenente colonnello Yonatan (Yoni) Netanyahu, nel 50.esimo anniversario della sua caduta in servizio. «Abbiamo ottenuto risultati straordinari e non vi rinunceremo. Per quanto riguarda l’Iran: qualunque siano gli sviluppi politici e diplomatici, non permetterò all’Iran di dotarsi di armi nucleari. Finché sarò primo ministro di Israele, questo non accadrà. A questo sacro obiettivo ho dedicato la mia vita sin dal giorno della tua caduta, Yoni», ha detto il premier. «Siamo pronti a continuare a operare e a impedire la riabilitazione di Hezbollah. Una delle lezioni fondamentali del massacro del 7 ottobre è che non permetteremo più alle organizzazioni terroristiche radicali di insediarsi lungo i nostri confini», ha sottolineato.

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