Presto Parmelin a Bruxelles per firmare l’accordo con l’UE

L’Unione europea termina il suo iter di approvazione del pacchetto di accordi con la Svizzera. Riuniti a Bruxelles nel Consiglio Affari Generali, i ministri per gli Affari Europei dei 27 Paesi membri approveranno oggi, come punto senza discussione, le decisioni relative alla firma e alla conclusione dei cosiddetti «Bilaterali III». Si tratta dell’ultimo passaggio formale da parte dei governi dell’Unione, che mettono così un punto fermo nel nuovo corso delle relazioni tra Bruxelles e Berna. Non sono previste ratifiche nazionali ulteriori negli Stati membri: per completare la procedura dell’UE manca adesso solo il sì da parte del Parlamento europeo, che potrebbe arrivare nei prossimi mesi. Una prima discussione è in agenda già domattina, con la presentazione del rapporto redatto dall’eurodeputato Christophe Grudler (liberale francese) in commissione parlamentare Affari Esteri. L’UE vuole, insomma, farsi trovare preparata in attesa che anche la Svizzera sia pronta alla piena entrata in vigore del pacchetto, dopo aver seguito i processi interni alle Camere federali e poi per via referendaria.
La cerimonia di firma degli accordi sarebbe questione di giorni: secondo quanto si apprende a Bruxelles, il presidente della Confederazione Guy Parmelin dovrebbe essere ricevuto a Palazzo Berlaymont da Ursula von der Leyen lunedì prossimo, 2 marzo. Ironia della sorte, toccherà proprio a Parmelin siglare l’intesa, quasi cinque anni dopo un’altra sua missione nella capitale dell’Unione, che allora ebbe esiti opposti: l’incontro della primavera 2021, a causa delle divergenze, vide arenarsi le trattative su un accordo quadro istituzionale con l’UE. Formalità a parte, nei palazzi dell’Unione si dimostrano, invece, prudenti sulla prospettiva di una riapertura nel merito del pacchetto, se dovesse essere richiesta da Berna: una revisione del contenuto degli accordi necessiterebbe di un nuovo voto. In ogni caso, il focus resta su quanto è già sul tavolo: inquadrato in un contesto di forte incertezza geopolitica, il pacchetto «apporterà benefici concreti sia ai cittadini e alle imprese svizzeri sia a quelli dell’UE. Rafforza la certezza del diritto ed estende la cooperazione a nuovi ambiti, tra cui l’energia elettrica, la sicurezza sanitaria e la sicurezza alimentare, oltre ad ampliare le opportunità per ricercatori e studenti attraverso i programmi dell’Unione», dicono dalla presidenza di turno del Consiglio dell’UE, che fino a fine giugno è esercitata da Cipro.
La giornata in cui la Confederazione incasserà il sì dei governi dell’UE alla firma dei «Bilaterali III», a Bruxelles è stata preceduta dal lavoro su un secondo dossier che stavolta non sorride alla Svizzera, ma che - trattando di materia commerciale - è esterno al pacchetto. Ieri sera le tre istituzioni dell’Unione (Parlamento, Consiglio e Commissione) si sono riunite per l’avvio del cosiddetto «trilogo», il formato di concertazione a tre per definire la versione finale di un testo normativo: oggetto dei negoziati sono i nuovi dazi sull’acciaio che l’UE istituirà dal prossimo 1. luglio con l’intento di proteggere la siderurgia dei 27. La proposta dimezza, infatti, il quantitativo di importazioni di acciaio extra-UE che possono entrare nel mercato unico senza dazi: la franchigia viene limitata a 18,3 milioni di tonnellate all’anno (-47% rispetto ai 30,5 milioni registrati nel 2024), mentre l’aliquota di dazi sulle eccedenze viene raddoppiata, dall’attuale 25% al 50%. L’obiettivo dichiarato dell’UE è farsi scudo dalla Cina e dai suoi maxi-volumi di acciaio a basso costo, un fenomeno noto come sovraccapacità produttiva globale. Le maglie strette della nuova misura catturano, però, anche i partner commerciali già integrati nelle filiere industriali come la Svizzera. Berna ha cercato di negoziare fino all’ultimo degli «sconti» per le proprie imprese siderurgiche, ma si è scontrata con il muro opposto dalla Commissione, il «governo» dell’UE: gli unici a ottenere da subito delle concessioni sono i Paesi dello Spazio economico europeo (SEE), quindi Norvegia, Islanda e Liechtenstein, che non saranno soggetti né a dazi doganali né a contingenti tariffari, e ciò - come precisato da funzionari dell’UE - in ragione del loro maggiore livello di integrazione nel mercato unico europeo. Il dialogo tra Bruxelles e Berna, tuttavia, continuerà pure dopo l’attesa approvazione, con la possibilità di individuare dei volumi elvetici a «dazi zero» corrispondenti alle quote storiche di export verso l’UE.
Sullo sfondo, c’è un ulteriore dossier industriale che ha il potenziale di rappresentare una nuova doccia gelata nelle relazioni con il vicino elvetico. Si tratta dell’«Industrial Accelerator Act», un provvedimento che - atteso giovedì, ma ora rinviato al 4 marzo - dovrà fissare dei paletti sulla preferenza da accordare negli appalti pubblici alle aziende che producono beni strategici nell’UE. La Francia ha insistito per mesi su questa misura, ribattezzata come «Buy European»: il dossier si è dimostrato particolarmente spinoso nei rapporti già tesi con gli Stati Uniti ora che le relazioni commerciali sono ancora una volta in bilico in seguito alla pronuncia con cui la Corte Suprema americana ha invalidato la base giuridica su cui poggiavano i dazi concordati con l’UE l’anno scorso. Per la Svizzera (così come per il Regno Unito) è un nodo delicato: nelle intenzioni, il trattamento di favore dovrebbe essere esteso alle industrie dei Paesi partner «più affidabili», una formula sufficientemente ampia che chiama in causa tutti. In attesa di definire meglio il perimetro e chiarire chi rimarrà fuori.