L'intervista

«Proteggere i bambini significa ascoltarli, prima che necessitino di essere "salvati"»

Triste primato sul maltrattamento di minori nel 2025 in Svizzera – Ne parliamo con Roberta Ruggiero, direttrice della Children’s Rights Academy dell’Università di Ginevra
© CdT/Gabriele Putzu
Jenny Covelli
07.07.2026 06:00

Duemilatrecentottanta. In Svizzera i casi segnalati di maltrattamento su bambini e adolescenti hanno raggiunto, nel 2025, il livello più alto mai registrato dall’avvio della rilevazione nazionale dei dati nel 2009. Si tratta di 198 casi al mese, più di sei al giorno. Le cifre sono state messe nero su bianco nel rapporto del Gruppo di specialisti in protezione dell’infanzia di Pediatria Svizzera, l’organizzazione degli operatori del ramo. Nei 19 ospedali pediatrici del Paese sono stati presi in carico o trattati 2.380 minori per casi presunti o accertati di maltrattamento. Violenza fisica, negligenza, abuso sessuale, maltrattamenti psicologici. Ne parliamo con Roberta Ruggiero, direttrice della Children’s Rights Academy e coordinatrice accademica del Children’s Rights European Academic Network (CREAN) presso il Centre for Children’s Rights Studies (CCRS) dell’Università di Ginevra.

Dottoressa Ruggiero, come leggere questi dati?
«È necessario mettere in piedi quella che io chiamo una lettura divergente dei dati, non bisogna limitarsi all’interpretazione più immediata o convenzionale. Le statistiche non dovrebbero mai essere lette come una fotografia della realtà, ma aiutare in una valutazione su come migliorare il sistema di riferimento, in questo caso la protezione dell’infanzia, in maniera costante».

Che cosa significa?
«Sono dati sicuramente preoccupanti, ma devono essere interpretati con attenzione. Non sappiamo se riflettono un aumento della violenza o una maggiore capacità del sistema di individuarla. In ogni caso, ci dicono che il fenomeno rimane importante».

Che cosa l’ha colpita?
«Due aspetti, in particolare. Da un lato, l’aumento dei maltrattamenti psicologici e dei bambini esposti alla violenza domestica, anche ‘‘solo’’ in qualità di testimoni. Dall’altro, il fatto che più del 40% delle vittime ha meno di 6 anni. Questo ci ricorda quanto sia effettivamente importante un’attività di prevenzione, e farla anche molto presto: sostenere e supportare le famiglie, intervenire sulla parentalità positiva».

È sbagliato dire che non siamo capaci di proteggere i bambini?
«Non mi sento di rispondere affermativamente. La risposta non può essere soltanto l’intervento quando il danno è già avvenuto (i servizi sociali, gli ospedali). Dobbiamo rafforzare la prevenzione. C’è un aspetto del quale non abbiamo ancora completamente capito come vada attuato a livello sistemico: l’ascolto dei bambini. Un bambino che sa di potersi esprimere, di poter dire ciò che prova, ciò che vive, e che viene preso sul serio ed è coinvolto nell’identificazione di soluzioni a quello che è un vissuto personale complicato che lo riguarda, è anche un bambino che ha più probabilità di chiedere aiuto quando vive una situazione di violenza, di negligenza. E questo ha un impatto forte sulla qualità della sua esistenza. Ora discutiamo tantissimo di ‘‘partecipazione’’, io le parlo di ascolto sistemico».

Concretamente?
«Quello che manca oggi nei nostri sistemi, non solo in quello svizzero, sono servizi più efficaci. Un’istituzione indipendente sui diritti dei bambini. Che non debba intervenire sui casi singoli, perché sarebbe, di nuovo, un attore reattivo. Serve un ente a livello nazionale, locale, che possa monitorare il funzionamento del sistema, rafforzare l’ascolto dei bambini, aiutare le autorità a migliorare continuamente le politiche di prevenzione (prima) e di protezione (poi)».

Con i bambini al centro, quindi...
«Proteggere i bambini significa certamente intervenire quando questi sono in pericolo o quando hanno già subito violenza. Ma significa, soprattutto, costruire una società in cui possono essere ascoltati prima ancora di aver bisogno di essere ‘‘salvati’’».

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