L'intervista

Rösti: «Gli eventi come il Lauberhorn appartengono alla tv pubblica»

Da promotore dell’Iniziativa «200 franchi bastano!», Albert Rösti in veste di consigliere federale ha dovuto cambiare casacca – Oggi, il capo del DATEC, si schiera contro l’iniziativa, ma auspica un cambiamento all’interno della SSR SRG
© KEYSTONE/Alessandro della Valle
Luca Faranda
20.02.2026 06:00

Da promotore dell’Iniziativa «200 franchi bastano!», Albert Rösti in veste di consigliere federale ha dovuto cambiare casacca. Oggi, il capo del DATEC, si schiera contro l’iniziativa, ma auspica un cambiamento all’interno della SSR SRG. Lo abbiamo intervistato.

Lei figura tuttora nella lista dei 25 promotori dell’iniziativa SSR. Eppure, ora deve convincere la popolazione che non si tratta di una proposta sostenibile. Come pensa di essere una voce credibile e affidabile in questa campagna?
«Firmare un’iniziativa significa voler cambiare qualcosa. Vuol dire non essere d’accordo con la situazione attuale. Questo mio modo di pensare non è cambiato nemmeno quando sono diventato consigliere federale: per questo motivo ho lanciato un controprogetto (tramite ordinanza, ndr). Nel corso delle discussioni con la SSR, con l’Ufficio federale delle comunicazioni e anche in Consiglio federale abbiamo constatato la necessità di una migliore delimitazione tra i media privati e l’azienda mediatica di servizio pubblico. Per ottenere questo risultato è necessaria una riduzione del canone, in modo da lasciare più spazio ai privati».

Trecento franchi all’anno bastano?
«Abbiamo considerato che con il canone per le economie domestiche a 300 franchi e sgravando l’80% delle imprese si dovrà già realizzare un risparmio considerevole, pari al 17% del fatturato totale della SSR. E non si dovrebbe andare oltre, perché sono convinto che quello che perde la SSR non finirà ai media privati, ma a qualche grande gruppo mediatico internazionale, come per esempio Google. Credo di poter essere credibile in questa campagna: voglio che ci sia una chiara separazione tra privati ed emittente pubblica. Sono però dell’opinione che occorra una SSR forte, che possa continuare a esprimersi in quattro lingue e quattro culture».

Esentando le aziende dal pagamento del canone, si sarebbe potuto evitare la partecipazione dell’USAM nella campagna di voto. Con il controprogetto del Governo è stato un errore «limitarsi» ad alzare il limite di fatturato da 500 mila franchi a 1,2 milioni annui e non esonerare del tutto le imprese?
«No, bisogna sempre prendere decisioni che siano proporzionate. Se avessimo concesso uno sgravio a tutte le imprese, l’iniziativa sarebbe stata praticamente attuata. Ciò sarebbe costato alla SSR altri 150 milioni di franchi annui per uno sgravio relativamente esiguo a favore delle imprese. Tra le PMI, l’80% non pagherà più nulla. E altre pagheranno meno. Si tratta di una cifra relativamente modesta. Capisco le piccole imprese, chi gestisce un’attività commerciale e ascolta la radio sia a casa che in ufficio e paga il doppio. Sì, capisco che possa dare fastidio. Ma non per le grandi multinazionali come Nestlé, che non sa quante persone impiega anche dall’estero».

Si può ragionevolmente pretendere che le grandi aziende contribuiscano a pagare il servizio pubblico
Albert Rösti

Ci sono però anche altre aziende più piccole. Come la Regazzi SA (il consigliere agli Stati Fabio Regazzi è presidente dell’USAM), per fare un esempio conosciuto dal Ticino.
«Le aziende più piccole pagheranno già meno grazie al controprogetto del Consiglio federale. Ma le grandi aziende puntano molto sulla stabilità della situazione in Svizzera. È anche per questo che sono qui e abbiamo una situazione stabile grazie alla democrazia diretta. E c’è una buona e forte diversità mediatica. Si può ragionevolmente pretendere che le grandi aziende contribuiscano a pagare il servizio pubblico».

Oltre all’USAM, l’iniziativa è sostenuta anche dall’UDC e dai giovani PLR. I sondaggi non indicano un risultato chiaro: cosa può fare la differenza tra il sì e no in queste ultime settimane di campagna?
«La mobilitazione. In questo momento, osservo che sono attivi ambienti molto diversi tra loro che sostengono il no all’iniziativa, per esempio: organizzazioni sportive, culturali e teatrali che stanno lavorando molto intensamente. All’8 marzo vedremo cosa succederà».

Nella campagna, in questi giorni, si è inserita a sorpresa anche RT DE, piattaforma in lingua tedesca dell’emittente statale russa RT, nota come Russia Today.
«Non credo che ciò possa avere un’influenza sul risultato. I cittadini svizzeri che vanno a votare non si lasciano influenzare da Russia Today».

Credo che sia proprio questo ciò che vogliono gli svizzeri: un programma differenziato a livello regionale, realizzato da giornalisti che parlano dall’italiano al romancio, ma anche il dialetto grigionese o quello di Basilea, con le loro varie specificità
Albert Rösti

Con un canone a 200 franchi, alla SSR rimarrebbero circa 850 milioni di franchi annui (introiti commerciali inclusi). Non sono sufficienti per assicurare la missione di servizio pubblico in quattro lingue?
«Non sono di sicuro sufficienti in una struttura decentralizzata come lo è la SSR: dispone di sette sedi principali e una ventina di sedi secondarie. È quindi molto più decentralizzata di quanto non lo sia con una presenza limitata a quattro regioni. Credo che sia proprio questo ciò che vogliono gli svizzeri: un programma differenziato a livello regionale, realizzato da giornalisti che parlano dall’italiano al romancio, ma anche il dialetto grigionese o quello di Basilea, con le loro varie specificità. E non semplicemente giornalisti di Zurigo e Losanna».

Nel 2024, la SSR ha destinato 317,4 milioni di franchi (21% del totale) per il settore «intrattenimento e film», nonché 227 milioni (15%) per lo sport. Sfruttando il potenziale di risparmio anche negli altri ambiti, è davvero necessario centralizzare a Berna o a Zurigo le attività?
«Seguendo il controprogetto del Consiglio federale, la SSR dovrà già risparmiare 270 milioni. È possibile ottenere un notevole risparmio in termini di efficienza grazie a prestazioni trasversali, senza intervenire direttamente sui programmi e sulla struttura. Con un dimezzamento degli introiti del canone, non si potranno evitare tagli massicci anche alla programmazione. Probabilmente ciò significherebbe che non si potrebbero più trasmettere programmi di intrattenimento e sport. Credo ci voglia un buon mix: il Consiglio federale sostiene che ci si debba concentrare su cultura, istruzione e informazione. Ma non dice di non voler né intrattenimento, né sport. Credo che sia necessario fidelizzare le persone ai programmi e trovo che ad esempio i grandi eventi sportivi in Svizzera appartengano alla tv pubblica svizzera».

Dove intravede potenziale di risparmio?
«Non spetta a me dire dove ci sono margini di risparmio. Dico solo che un potenziale di risparmio del 17% è sicuramente realizzabile, senza che l’intera struttura cada a pezzi e senza dover valutare se trasmettere o meno dalla Svizzera italiana. Un dimezzamento delle entrate solleverebbe sicuramente la questione delle sedi. Io mi limito a dire semplicemente che, se si deve tagliare, tendenzialmente lo si dovrà fare più nell’intrattenimento e nello sport. Ma dove e come è compito dei responsabili dei programmi. Sarebbe presuntuoso che lo dica un consigliere federale».

È sicuramente fondamentale che la Svizzera italiana abbia una voce importante
Albert Rösti

Uno degli aspetti citati dai contrati all’iniziativa è che si mette a rischio la coesione nazionale. È davvero così? Concretamente, per una regione come il Ticino, cosa significa?
«È sicuramente fondamentale che la Svizzera italiana abbia una voce importante. E non sono sicuro che in caso di sì all’iniziativa, non ci si limiterebbe ad avere una emittente a Losanna e una a Zurigo e che i notiziari e i programmi si traducano in italiano da lì. Non sarebbe nemmeno garantita la presenza di dipendenti italofoni sul posto».

Ma la coesione nazionale dipende dalla SSR?
«Sono parole un po’ grosse. Ritengo che la tutela della lingua sia un argomento più calzante della coesione nazionale. Direi che la SSR dà sicuramente un contributo, ma la Svizzera non sta certo cadendo a pezzi. La domanda è piuttosto: si vuole rinunciare a 100 franchi (i 200 franchi di canone dell’iniziativa al posto dei 300 franchi imposti dal Governo, ndr), ma cosa si ottiene in cambio? Con 300 franchi all’anno ricevo un programma completo per tutto il giorno, quasi 24 ore su 24, mentre con le televisioni private ho solo poche ore di programmi e il resto sono repliche».

Rappresentanti dell’UDC sostengono l’iniziativa SSR perché giudicano che l’informazione non sia imparziale. Cosa cambierebbe con il canone a 200 franchi?
«Abbiamo realizzato questo controprogetto, abbiamo stabilito a chi e in che misura debba essere applicata la tassa e detto che rinnoveremo la concessione solo quando sapremo quanti fondi avrà a disposizione la SSR. Sono i fondi disponibili a determinare il possibile contenuto. Per me l’equilibrio e la corretta presentazione di fatti e avvenimenti saranno assolutamente al centro e in primo piano. E ritengo che ci siano sicuramente singoli programmi con margini di miglioramento. Credo che si debba prestare maggiore attenzione al bilanciamento e ciò è stato anche uno dei motivi per cui è stata lanciata questa iniziativa. Solo che con una SSR centralizzata a Zurigo, con giornalisti provenienti dal Kreis 4 che non conoscono la mia regione (l’Oberland bernese, ndr) o il Ticino, l’equilibrio sarebbe probabilmente meno garantito. Pertanto, direi che con questo compromesso del Consiglio federale è possibile risparmiare, ma operare e produrre ancora in modo decentralizzato. Questo andrà poi stabilito nella futura concessione».

E come vede la concessione del futuro? Ci deve ancora essere posto per sport, quiz e serie TV, oppure bisognerà rivolgersi alle piattaforme di streaming?
«L’importante è che i programmi restino attrattivi. E ciò sarà possibile se continuerà ad esserci un ampio mix. Ma l’attenzione, come ha affermato più volte il Consiglio federale, deve concentrarsi sull’informazione, la formazione e la cultura. Ciò significa che sarebbe sicuramente sbagliato acquistare i diritti sportivi da emittenti private che vogliono acquisirli e che li contendono. Non sarebbe sicuramente giusto. Ma è chiaro che la SSR debba continuare a trasmettere i grandi eventi come la discesa del Lauberhorn. Questo fa parte del suo mandato. È importante che la SSR sia presente in modo audiovisivo in differita con tutte le trasmissioni, ma senza testi troppo lunghi. Non deve essere in concorrenza con i media privati che scrivono testi. Queste sono le condizioni quadro che dovremo definire».

La SSR dovrà essere più presente sui social media?
«Sì, dovranno essere presenti anche sui social media. Deve essere così, con le trasmissioni che vengono comunque prodotte. Altrimenti queste trasmissioni non vengono guardate».

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