Rösti: «Gli eventi come il Lauberhorn appartengono alla tv pubblica»

Da promotore dell’Iniziativa «200 franchi bastano!», Albert Rösti in veste di consigliere federale ha dovuto cambiare casacca. Oggi, il capo del DATEC, si schiera contro l’iniziativa, ma auspica un cambiamento all’interno della SSR SRG. Lo abbiamo intervistato.
Lei figura
tuttora nella lista dei 25 promotori dell’iniziativa SSR. Eppure, ora deve
convincere la popolazione che non si tratta di una proposta sostenibile. Come
pensa di essere una voce credibile e affidabile in questa campagna?
«Firmare
un’iniziativa significa voler cambiare qualcosa. Vuol dire non essere d’accordo
con la situazione attuale. Questo mio modo di pensare non è cambiato nemmeno
quando sono diventato consigliere federale: per questo motivo ho lanciato un
controprogetto (tramite ordinanza, ndr). Nel corso delle discussioni con la
SSR, con l’Ufficio federale delle comunicazioni e anche in Consiglio federale
abbiamo constatato la necessità di una migliore delimitazione tra i media
privati e l’azienda mediatica di servizio pubblico. Per ottenere questo
risultato è necessaria una riduzione del canone, in modo da lasciare più spazio
ai privati».
Trecento franchi
all’anno bastano?
«Abbiamo
considerato che con il canone per le economie domestiche a 300 franchi e
sgravando l’80% delle imprese si dovrà già realizzare un risparmio
considerevole, pari al 17% del fatturato totale della SSR. E non si dovrebbe
andare oltre, perché sono convinto che quello che perde la SSR non finirà ai
media privati, ma a qualche grande gruppo mediatico internazionale, come per
esempio Google. Credo di poter essere credibile in questa campagna: voglio che
ci sia una chiara separazione tra privati ed emittente pubblica. Sono però
dell’opinione che occorra una SSR forte, che possa continuare a esprimersi in
quattro lingue e quattro culture».
Esentando le
aziende dal pagamento del canone, si sarebbe potuto evitare la partecipazione
dell’USAM nella campagna di voto. Con il controprogetto del Governo è stato un
errore «limitarsi» ad alzare il limite di fatturato da 500 mila franchi a 1,2
milioni annui e non esonerare del tutto le imprese?
«No, bisogna
sempre prendere decisioni che siano proporzionate. Se avessimo concesso uno
sgravio a tutte le imprese, l’iniziativa sarebbe stata praticamente attuata.
Ciò sarebbe costato alla SSR altri 150 milioni di franchi annui per uno sgravio
relativamente esiguo a favore delle imprese. Tra le PMI, l’80% non pagherà più
nulla. E altre pagheranno meno. Si tratta di una cifra relativamente modesta.
Capisco le piccole imprese, chi gestisce un’attività commerciale e ascolta la
radio sia a casa che in ufficio e paga il doppio. Sì, capisco che possa dare
fastidio. Ma non per le grandi multinazionali come Nestlé, che non sa quante
persone impiega anche dall’estero».
Ci sono però
anche altre aziende più piccole. Come la Regazzi SA (il consigliere agli Stati
Fabio Regazzi è presidente dell’USAM), per fare un esempio conosciuto dal
Ticino.
«Le aziende più
piccole pagheranno già meno grazie al controprogetto del Consiglio federale. Ma
le grandi aziende puntano molto sulla stabilità della situazione in Svizzera. È
anche per questo che sono qui e abbiamo una situazione stabile grazie alla democrazia
diretta. E c’è una buona e forte diversità mediatica. Si può ragionevolmente
pretendere che le grandi aziende contribuiscano a pagare il servizio pubblico».
Oltre all’USAM,
l’iniziativa è sostenuta anche dall’UDC e dai giovani PLR. I sondaggi non
indicano un risultato chiaro: cosa può fare la differenza tra il sì e no in
queste ultime settimane di campagna?
«La
mobilitazione. In questo momento, osservo che sono attivi ambienti molto
diversi tra loro che sostengono il no all’iniziativa, per esempio:
organizzazioni sportive, culturali e teatrali che stanno lavorando molto
intensamente. All’8 marzo vedremo cosa succederà».
Nella campagna,
in questi giorni, si è inserita a sorpresa anche RT DE, piattaforma in lingua
tedesca dell’emittente statale russa RT, nota come Russia Today.
«Non credo che
ciò possa avere un’influenza sul risultato. I cittadini svizzeri che vanno a
votare non si lasciano influenzare da Russia Today».
Con un canone a
200 franchi, alla SSR rimarrebbero circa 850 milioni di franchi annui (introiti
commerciali inclusi). Non sono sufficienti per assicurare la missione di
servizio pubblico in quattro lingue?
«Non sono di
sicuro sufficienti in una struttura decentralizzata come lo è la SSR: dispone
di sette sedi principali e una ventina di sedi secondarie. È quindi molto più
decentralizzata di quanto non lo sia con una presenza limitata a quattro
regioni. Credo che sia proprio questo ciò che vogliono gli svizzeri: un
programma differenziato a livello regionale, realizzato da giornalisti che
parlano dall’italiano al romancio, ma anche il dialetto grigionese o quello di
Basilea, con le loro varie specificità. E non semplicemente giornalisti di
Zurigo e Losanna».
Nel 2024, la SSR
ha destinato 317,4 milioni di franchi (21% del totale) per il settore
«intrattenimento e film», nonché 227 milioni (15%) per lo sport. Sfruttando il
potenziale di risparmio anche negli altri ambiti, è davvero necessario
centralizzare a Berna o a Zurigo le attività?
«Seguendo il
controprogetto del Consiglio federale, la SSR dovrà già risparmiare 270
milioni. È possibile ottenere un notevole risparmio in termini di efficienza
grazie a prestazioni trasversali, senza intervenire direttamente sui programmi
e sulla struttura. Con un dimezzamento degli introiti del canone, non si
potranno evitare tagli massicci anche alla programmazione. Probabilmente ciò
significherebbe che non si potrebbero più trasmettere programmi di
intrattenimento e sport. Credo ci voglia un buon mix: il Consiglio federale
sostiene che ci si debba concentrare su cultura, istruzione e informazione. Ma
non dice di non voler né intrattenimento, né sport. Credo che sia necessario
fidelizzare le persone ai programmi e trovo che ad esempio i grandi eventi
sportivi in Svizzera appartengano alla tv pubblica svizzera».
Dove intravede
potenziale di risparmio?
«Non spetta a me
dire dove ci sono margini di risparmio. Dico solo che un potenziale di
risparmio del 17% è sicuramente realizzabile, senza che l’intera struttura cada
a pezzi e senza dover valutare se trasmettere o meno dalla Svizzera italiana.
Un dimezzamento delle entrate solleverebbe sicuramente la questione delle sedi.
Io mi limito a dire semplicemente che, se si deve tagliare, tendenzialmente lo
si dovrà fare più nell’intrattenimento e nello sport. Ma dove e come è compito
dei responsabili dei programmi. Sarebbe presuntuoso che lo dica un consigliere
federale».
Uno degli aspetti
citati dai contrati all’iniziativa è che si mette a rischio la coesione
nazionale. È davvero così? Concretamente, per una regione come il Ticino, cosa
significa?
«È sicuramente
fondamentale che la Svizzera italiana abbia una voce importante. E non sono
sicuro che in caso di sì all’iniziativa, non ci si limiterebbe ad avere una
emittente a Losanna e una a Zurigo e che i notiziari e i programmi si traducano
in italiano da lì. Non sarebbe nemmeno garantita la presenza di dipendenti
italofoni sul posto».
Ma la coesione
nazionale dipende dalla SSR?
«Sono parole un
po’ grosse. Ritengo che la tutela della lingua sia un argomento più calzante
della coesione nazionale. Direi che la SSR dà sicuramente un contributo, ma la
Svizzera non sta certo cadendo a pezzi. La domanda è piuttosto: si vuole
rinunciare a 100 franchi (i 200 franchi di canone dell’iniziativa al posto dei
300 franchi imposti dal Governo, ndr), ma cosa si ottiene in cambio? Con 300
franchi all’anno ricevo un programma completo per tutto il giorno, quasi 24 ore
su 24, mentre con le televisioni private ho solo poche ore di programmi e il
resto sono repliche».
Rappresentanti
dell’UDC sostengono l’iniziativa SSR perché giudicano che l’informazione non
sia imparziale. Cosa cambierebbe con il canone a 200 franchi?
«Abbiamo
realizzato questo controprogetto, abbiamo stabilito a chi e in che misura debba
essere applicata la tassa e detto che rinnoveremo la concessione solo quando
sapremo quanti fondi avrà a disposizione la SSR. Sono i fondi disponibili a
determinare il possibile contenuto. Per me l’equilibrio e la corretta
presentazione di fatti e avvenimenti saranno assolutamente al centro e in primo
piano. E ritengo che ci siano sicuramente singoli programmi con margini di
miglioramento. Credo che si debba prestare maggiore attenzione al bilanciamento
e ciò è stato anche uno dei motivi per cui è stata lanciata questa iniziativa.
Solo che con una SSR centralizzata a Zurigo, con giornalisti provenienti dal
Kreis 4 che non conoscono la mia regione (l’Oberland bernese, ndr) o il Ticino,
l’equilibrio sarebbe probabilmente meno garantito. Pertanto, direi che con
questo compromesso del Consiglio federale è possibile risparmiare, ma operare e
produrre ancora in modo decentralizzato. Questo andrà poi stabilito nella
futura concessione».
E come vede la
concessione del futuro? Ci deve ancora essere posto per sport, quiz e serie TV,
oppure bisognerà rivolgersi alle piattaforme di streaming?
«L’importante è
che i programmi restino attrattivi. E ciò sarà possibile se continuerà ad
esserci un ampio mix. Ma l’attenzione, come ha affermato più volte il Consiglio
federale, deve concentrarsi sull’informazione, la formazione e la cultura. Ciò
significa che sarebbe sicuramente sbagliato acquistare i diritti sportivi da
emittenti private che vogliono acquisirli e che li contendono. Non sarebbe
sicuramente giusto. Ma è chiaro che la SSR debba continuare a trasmettere i
grandi eventi come la discesa del Lauberhorn. Questo fa parte del suo mandato.
È importante che la SSR sia presente in modo audiovisivo in differita con tutte
le trasmissioni, ma senza testi troppo lunghi. Non deve essere in concorrenza
con i media privati che scrivono testi. Queste sono le condizioni quadro che
dovremo definire».
La SSR dovrà
essere più presente sui social media?
«Sì, dovranno
essere presenti anche sui social media. Deve essere così, con le trasmissioni
che vengono comunque prodotte. Altrimenti queste trasmissioni non vengono
guardate».
