«Sans moi le déluge»: Donald Trump attacca, poi stringe la mano

Se per Luigi XV la realtà era riassumibile con la storica espressione «Après moi le déluge» – che annullava ogni interesse del regnante in prospettiva –, Donald Trump piuttosto ama osservare il mondo secondo il filtro del «Sans moi le déluge». E vale anche rispetto alla Svizzera. Lo ha detto chiaro e tondo: «Senza di noi (senza gli americani, ndr), la Svizzera non sarebbe ciò che oggi è». Senza gli Stati Uniti, il mondo sarebbe sommerso da una sorta di diluvio universale. A cominciare proprio dalla Svizzera, che oggi lo ha accolto e ospitato.
Che cosa ha detto
All’interno del suo discorso, oggi, il presidente americano ha dedicato cinque minuti buoni proprio al nostro Paese, ritornando su quanto accaduto la scorsa estate – anzi, da aprile in avanti – e utilizzandoci quale modello negativo di comportamento nei suoi confronti. E lo ha fatto in Svizzera. «Vi racconterò una storia», ha iniziato proprio così, Donald Trump. «Gli svizzeri producono orologi fantastici, i Rolex e tutti gli altri. Ma quando esportavano i loro prodotti negli Stati Uniti, non pagavano nulla. Avevamo un deficit enorme rispetto alla Svizzera. Un Paese bellissimo, l’ho appena sorvolato. Così mi sono detto: applichiamo dazi del 30%, così recuperiamo qualcosa. Ma a quel punto si è scatenato l’inferno». Il racconto di Trump è poi proseguito. «A un certo punto ho capito che loro sono bravi solo grazie a noi. La maggior parte dei soldi che guadagnano, è grazie a noi, perché non abbiamo mai fatto pagare loro nulla. Niente dazi, niente di niente». Il problema, agli occhi di Trump, è che, di fronte a quel 30% arbitrario, l’allora presidente della Confederazione, Karin Keller-Sutter, ha provato a farlo ragionare. «Credo fosse la prima ministra, o la presidente, credo la prima ministra, in tutti i casi era una signora, molto ripetitiva, e mi diceva che non potevo farlo. “Siamo un Paese molto piccolo”, ripeteva lei. Sì, piccolo ma con un deficit enorme. Mi ha proprio dato fastidio. E sono passato al 39%». A quel punto, «tutti mi hanno fatto visita, anche la Rolex. Ho capito, e ho ridotto i dazi, perché io non voglio far del male a nessuno. Ciò detto, non significa che l’imposta non tornerà a salire». Dalla sottolineatura della concessione alla minaccia è stato un attimo, insomma. Trump è tornato allora a parlare di quella telefonata con Karin Keller-Sutter, mai citata per nome. «Non so perché fosse così aggressiva. Ma da quella conversazione ho capito che gli Stati Uniti tengono a galla tutto il mondo. Potrei citare altri esempi, anche se adesso le persone che rappresentano quei posti stanno abbassando lo sguardo... Noi non vogliamo distruggere nessuno, ma ripeto che senza di noi molti Paesi non esisterebbero più. Senza neppure parlare del fattore protezione...». A quel punto il suo discorso è andato oltre.
L'incontro con i consiglieri federali
Donald Trump si è poi intrattenuto, in un incontro bilaterale, con tre membri del Consiglio federale. Oltre all’attuale presidente Guy Parmelin, c’erano anche Ignazio Cassis e la stessa Karin Keller-Sutter, la quale ha dovuto fare buon viso a cattivo gioco. La delegazione statunitense, particolarmente nutrita, ha coinvolto anche il segretario di Stato Marco Rubio, il segretario al Commercio Howard Lutnick e il rappresentante per il Commercio Jamieson Greer. Di questo incontro, è stata subito riportata la battuta di Parmelin a Trump: «Davos non sarebbe Davos senza di te». Successivamente, lo stesso presidente della Confederazione avrebbe poi spiegato brevemente a Trump il sistema politico elvetico. Insomma, giusto per fare chiarezza sui termini: «presidente», e non «premier». Non sono emersi altri contenuti dell’incontro – durato una quindicina di minuti –, se non un’altra battuta. Il presidente americano avrebbe infatti parlato sempre di Keller-Sutter come di «una dura». In ogni caso, è arrivata l'attesa stretta di mano fra i due. Parmelin, per il resto, è stato piuttosto vago, preferendo porre l’accento sui tanti dialoghi avuti oggi. I consiglieri federali presenti a Davos hanno infatti incontrato, tra gli altri, il presidente argentino Javier Milei, il presidente della FIFA Gianni Infantino e il presidente serbo Aleksandar Vucic, ma anche il primo ministro palestinese Mohammad Mustafa e il presidente israeliano Isaac Herzog. La curiosità di tutti era però solo per Trump. Questo, d’altronde, si sta confermando come «il WEF di Trump». Un giornalista presente ha provato a stuzzicare Parmelin: «Ma come, un capo di Stato insulta il Paese ospitante, insulta la sua ex presidente, e voi gli dite che Davos non sarebbe Davos senza di lui?», il tono della domanda. Risposta: «Questa è la diplomazia». Avrebbe suonato meglio, forse, con un pizzico di ironia, della serie: «È la diplomazia, bellezza». Ma quel che resta nell’aria, a Davos, è anche una forte amarezza. E questo al netto di ogni parola distensiva che lo stesso Parmelin ha utilizzato per descrivere i fatti.
Priorità all’economia
In fondo, lo stesso Guy Parmelin ha ammesso che la Confederazione, in questa fase, si sta concentrando proprio sul tutelare il più possibile l’economia nazionale. L’obiettivo unico è «negoziare» e confermare l’aliquota del 15%. Evitando, al contempo, di risalire come minacciato da Donald Trump sino al 30% o, peggio, al 39%. In questo senso, Parmelin ha sottolineato l’importanza della presenza, oggi al «tavolo» bilaterale, di Jamieson Greer. È con lui che, da mesi, Berna ha un filo diretto sulla questione commerciale, e non più con il più ostico – almeno questo è ciò che risultava dalle dichiarazioni pubbliche, alcune delle quali molto aggressive – segretario al Commercio Howard Lutnick. E nei Grigioni il presidente della Confederazione si è intrattenuto anche con gli esponenti dell’industria. C’erano rappresentanti di aziende di grosso calibro. Insomma, tutto torna.
