Berna

Serve menzionare l’origine di chi ha commesso reati?

gli Stati si prospetta una battaglia all’ultimo voto su un’iniziativa parlamentare UDC che chiede di indicarela nazionalità degli autori di crimini – Il Servizio per la lotta al razzismo: «Solo se è rilevante per la comprensione»
© KEYSTONE/Michael Buholzer
Luca Faranda
28.02.2026 06:00

Sono passati due anni da quando un 32.enne armato di ascia aveva preso in ostaggio 15 persone su un treno regionale diretto a Yverdon, nel canton Vaud, per circa quattro ore. L’uomo, un richiedente asilo iraniano, era poi stato ucciso durante l’intervento della polizia. Era il febbraio 2024 e allora i giornalisti svizzero-tedeschi della SRF avevano deciso di non comunicare la nazionalità e lo status dell’autore. La nazionalità di un sospettato, secondo le linee guida redazionali vigenti allora, viene menzionata solo se è importante per la comprensione dell’accaduto.

In seguito a un reclamo presentato da un telespettatore, l’organo di mediazione della SRF aveva bacchettato la redazione, sostenendo che l’emittente avrebbe dovuto dichiarare la nazionalità e lo status di richiedente asilo dell’autore. Le informazioni celate, infatti, avrebbero contribuito alla comprensione dell’accaduto ed erano rilevanti per contestualizzare l’atto nel dibattito pubblico.

Impatto sull’opinione pubblica

Nelle scorse settimane - è notizia di pochi giorni fa - la SRF ha deciso di modificare le linee guida e di menzionare la nazionalità degli autori e delle vittime. «I media hanno una responsabilità particolare, perché la loro copertura mediatica ha un grande impatto sulla percezione dell’opinione pubblica», spiega al Corriere del Ticino Marianne Helfer, responsabile del Servizio per la lotta al razzismo (SLR), organo nazionale per la prevenzione e la lotta al razzismo, nonché per la promozione dei diritti umani. A suo avviso, «la menzione frequente o non necessaria può rafforzare i pregiudizi, soprattutto se non vengono fornite informazioni comparabili», ad esempio sui responsabili svizzeri o su altre caratteristiche come il sesso o l’età.

La proposta di Benjamin Fischer

La questione se rivelare o meno la nazionalità degli autori di reati (o delle vittime) è un punto all’ordine del giorno non solo per i media, ma anche per le istituzioni. A inizio marzo, il Consiglio degli Stati sarà infatti chiamato a prendere una decisione in merito. I «senatori» dovranno esprimersi sull’iniziativa parlamentare del consigliere nazionale Benjamin Fischer (UDC/ZH) dal titolo: «Indicare età, sesso e nazionalità nei comunicati di polizia». Per il democentrista, «l’informazione fornita alla popolazione deve includere l’indicazione dell’età, del sesso e della nazionalità degli autori dei reati, degli indiziati e delle vittime, salvo che vi si oppongano motivi di protezione della personalità o che tali dati consentano di identificare persone».

Fischer è dell’idea che esista un interesse pubblico e soprattutto che sia necessario creare una prassi uniforme a livello nazionale. E non lasciare margine di manovra ai singoli Cantoni o ai singoli corpi di polizia.

Voto decisivo del presidente

L’iniziativa parlamentare è stata accolta (a sorpresa) dal Consiglio nazionale lo scorso settembre con 100 voti a 84 e 5 astensioni. Nella commissione degli affari giuridici della Camera del popolo, tuttavia, la proposta era stata respinta per 15 voti contro 9 poiché la maggioranza riteneva «che questa pratica, in parte già diffusa a livello cantonale, comporti il rischio di uso abusivo dei dati personali e di strumentalizzazione politica, sottolineando che il fattore esplicativo pertinente quando si tratta di criminalità non sia la nazionalità bensì il profilo socio-economico».

E agli Stati? La Commissione degli affari giuridici, lo scorso 27 gennaio, si è opposta all’atto parlamentare con 6 voti contro 6 e il voto decisivo del presidente (il liberale-radicale Andrea Caroni). La maggioranza risicata ritiene che non sia opportuno imporre alle autorità di perseguimento penale quali dati dei sospettati debbano comunicare. Il plenum sarà chiamato a prendere una decisione martedì 3 marzo. In caso di sì dei «senatori», verrà elaborato un progetto di legge.

Evitare la stigmatizzazione

Il Servizio per la lotta al razzismo, dal canto suo, ritiene che comunicare questi dati (nazionalità, sesso ed età) possa contribuire alla trasparenza se le informazioni sono fornite in modo coerente, completo e contestualizzato. Una chiara distinzione tra nazionalità, status di soggiorno ed esperienza migratoria può ridurre i malintesi. Tuttavia, ci sono aspetti negativi: «Se la nazionalità viene menzionata anche se non è rilevante per la comprensione del caso, ciò può contribuire alla stigmatizzazione di determinati gruppi e rafforzare pregiudizi e stereotipi». Per Marianne Helfer, può generalizzare determinati gruppi e promuovere l’impressione di un aumento della criminalità di singole nazionalità.

La responsabile del Servizio per la lotta al razzismo elenca anche alcuni fattori per evitare la stigmatizzazione, tra cui criteri di rilevanza chiari (ovvero menzionare la nazionalità solo se rilevante per la comprensione), contestualizzazione, linee guida di comunicazione uniformi e una verifica regolare «per accertare che la pratica di pubblicazione non produca effetti discriminatori involontari».