Votazioni

Sono state le donne a bloccare l’estensione delle autostrade

Secondo un sondaggio di Tamedia, l’elettorato femminile ha avuto un ruolo decisivo nell’affossamento dei progetti di ampliamento della rete – Il suo no ha prevalso anche nel diritto di locazione – I quattro precedenti storici
© CdT/ Chiara Zocchetti
Red. Confederazione
26.11.2024 10:27

Il potenziamento della rete autostradale è caduto domenica in votazione popolare con il 52,7% di voti contrari. Al suo più deciso sostenitore, il consigliere federale Albert Rösti, sono mancati soprattutto i voti del campo borghese. Secondo un sondaggio di Tamedia, il 31% degli elettori UDC, il 46% di quelli del Centro e un quarto di quelli del PLR non ne hanno voluto sapere di estendere la capacità viaria per far fronte agli ingorghi. Ma più del divario politico, a essere decisivo è stato quello di genere. Il progetto è stato sostenuto dal 56% degli uomini ma è stato respinto dal 61% delle donne, stando all’istituto Leewas, che ha effettuato un rilevamento il 21 novembre, sulla base di 13.215 decisioni di voto. L’elettorato femminile è stato decisivo. Anche negli altri tre oggetti in votazione c’è stata una differenza tra uomini e donne. Queste ultime hanno respinto la modifica del Codice delle obbligazioni relativa alla sublocazione nella misura 56%, mentre il 54% degli uomini che si sono recati alle urne ha detto sì. La revisione è stata respinta, nel complesso, con il 51,6% di voti contrari. L’altra proposta, relativa alla disdetta da parte dei proprietari per bisogno personale, è stata bocciata con il 53,8% di no: il 52% degli uomini ha votato sì, ma il 59% delle donne si è opposto. Il divario di genere si è ripresentato nella votazione sulla riforma sanitaria (approvata con una maggioranza del 53,3%); in questo caso sono stati decisivi gli uomini con il 60% di sì contro il 53% di no delle donne. In definitiva, su tutti e quattro gli oggetti in votazione, gli uomini hanno votato sì e le donne no.

Dal matrimonio ai Gripen

Non è la prima volta che il divario di genere decide una votazione popolare a livello federale. Nel 1985, il nuovo diritto matrimoniale e successorio venne contestato in un referendum promosso da Christoph Blocher. Fino agli anni Ottanta, ricorda il sito del Parlamento, il diritto matrimoniale svizzero distingueva i ruoli in modo chiaro: l’uomo era il capo dell’unione coniugale e la donna gestiva l’economia domestica. Con il matrimonio, la donna perdeva quindi alcune libertà fondamentali e aveva bisogno del consenso del marito in molte situazioni: per l’acquisto di un aspirapolvere, per l’apertura di un conto in banca, per esercitare un’occupazione remunerata fuori casa. La riforma, maturata nel solco della parità dei diritti sancita nella Costituzione dal 1981, prevedeva che tutte le questioni di famiglia fossero discusse e decise in comune dai coniugi. Secondo i referendisti, invece, non si sarebbe più potuto individuare chiaramente chi fosse il responsabile all’interno di una relazione coniugale. Alle urne, la proposta venne accolta con il 54,7%. Il voto delle donne fu decisivo. Il 61% delle votanti disse sì, mentre il 52% degli uomini si oppose.

L’elettorato femminile fu determinante anche nel 1994, quando venne sottoposta al popolo la norma penale contro il razzismo (che vieta l’istigazione pubblica all’odio e alla discriminazione razziale) accolta con il 54,6% di sì. In quell’occasione, ricorda l’AargauerZeitung, gli uomini si opposero con il 53% di no, mentre il 64% delle donne depose un sì nell’urna.

Stesso discorso nel 2008, con l’approvazione dell’iniziativa popolare federale per l’imprescrittibilità dei reati di pornografia infantile (passata con il 51,9%): disse no il 52% degli uomini, mentre il 58% delle donne si dichiarò a favore. La maggioranza femminile fu determinante anche nel 2014, con l’affossamento del credito per gli aerei da caccia Gripen, sostenuti dal 53% degli uomini ma avversati, sempre secondo la ricostruzione dell’Aargauer-Zeitung, dal 58% delle votanti. Al contrario, nel 2022 in occasione della riforma dell’AVS 21, che ha innalzato l’età del pensionamento delle donne da 64 a 65 anni, le donne sono state messe in netta minoranza da una maggioranza di uomini.

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