Riforma

Sulla disoccupazione dei frontalieri si apre un nuovo fronte con Bruxelles

L’UE è alle battute finali di una revisione che potrebbe costare cara alla Confederazione: le indennità di chi è rimasto senza occupazione dovranno essere assunte dallo Stato in cui il lavoratore era attivo - Questa mattina è atteso il primo via libera - Per Berna non c’è nessun automatismo
©Gabriele Putzu

Ci sono voluti più di 10 anni di negoziato tra i governi dell’UE e l’Europarlamento, ma alla fine - superate due battute d’arresto - a Bruxelles è stato trovato un accordo politico, seppur non ancora definitivo, sulla revisione del coordinamento dei sistemi nazionali di sicurezza sociale. La riforma aggiorna due provvedimenti, rispettivamente del 2004 e del 2009 e, tra le novità potenzialmente rilevanti pure per la Svizzera (ma senza applicazione diretta), contiene una riscrittura della norma sulle indennità di disoccupazione per i lavoratori frontalieri che esercitano la propria attività in un Paese diverso da quello in cui risiedono.

Con il nuovo assetto, che supera l’articolo 65 del regolamento 883/2004, i sussidi non saranno più erogati dalle casse previdenziali dello Stato di residenza, come accade nel sistema attuale (che prevede poi un meccanismo di rimborso solo parziale), ma al contrario dagli enti del Paese di ultimo impiego a cui hanno versato i contributi. È il principio noto come «Lex Loci Laboris».

Atteso il primo via libera

Questa mattina a Bruxelles è atteso il primo via libera alla riforma da parte degli ambasciatori dei 27 Stati membri riuniti nell’influente COREPER, il comitato dei rappresentanti permanenti. Poi sarà la volta del Parlamento europeo con un voto prima in commissione Lavoro e Affari sociali (il prossimo martedì) e in seguito, verosimilmente a luglio, dovrebbe tenersi l’approvazione finale da parte dell’Aula plenaria riunita a Strasburgo. Solo dopo questi passaggi formali, il regolamento potrà entrare in vigore. Se venisse recepito così com’è dalla Svizzera - eventualità non automatica -, una volta perso il posto un infermiere che vive a Como e lavora a Mendrisio, oppure un programmatore di Varese impiegato a Lugano, riceverebbero i sussidi non più dall’INPS (Istituto Nazionale Previdenza Sociale) italiano, ma da una cassa elvetica.

L’URC sarebbe responsabile

L’Ufficio regionale di collocamento (URC) sarebbe responsabile per i controlli di rito. Con 412 mila frontalieri attivi nel Paese, per l’assicurazione contro la disoccupazione il costo potrebbe essere pari a centinaia di milioni di franchi in più ogni anno, secondo alcune stime circolate ma non confermate dalla SECO. Attualmente, invece, la Confederazione interviene solo in modo limitato, rimborsando allo Stato di residenza del frontaliere tra le tre e le cinque mensilità, con un saldo quindi decisamente favorevole per la Svizzera.

«È inaccettabile che una persona paghi per anni imposte e contributi sociali in un Paese, per poi essere rinviata a un altro in caso di disoccupazione. Seguire la legge del luogo di lavoro non è solo una questione di equità, ma una conseguenza logica del mercato unico che tutti sosteniamo», ha affermato l’eurodeputata socialdemocratica tedesca Gaby Bischoff, che ha guidato la delegazione parlamentare nei negoziati.

Il Lussemburgo si oppone

È tra i governi dell’UE, però, che il cambiamento sulle prestazioni di disoccupazione è stato tradizionalmente avversato, tanto che il voto di quest’oggi nel COREPER si preannuncia come un test decisivo. Tra gli oppositori di lunga data c’è il Lussemburgo, dove il fenomeno di chi attraversa il confine ogni giorno per raggiungere la fabbrica o l’ufficio riguarda quasi la metà della forza lavoro (226 mila persone su 485 mila). E infatti, nelle trattative, il Granducato ha ottenuto un periodo transitorio di alcuni anni prima di essere assoggettato al nuovo regime.

Il confronto rimane politico

Ma il regolamento 883 si applica già ora oltre i confini dell’UE, a Svizzera, Liechtenstein, Norvegia e Islanda. Per Berna in particolare, rientra nell’Accordo sulla libera circolazione delle persone. Anche la nuova disciplina potrebbe quindi estendersi ai Paesi non UE - fanno notare fonti diplomatiche di Bruxelles -, sebbene senza automatismi. Se il pacchetto «Bilaterali III» UE-Svizzera fosse già stato approvato ed entrato in vigore, l’accordo si sarebbe aggiornato attraverso la procedura di recepimento dinamico, che richiede comunque sempre il consenso elvetico (in mancanza, l’UE potrà adottare misure di compensazione).

Al contrario, nel contesto vigente, il confronto rimane politico: in risposta alle prevedibili pressioni di Bruxelles per l’adeguamento dovrà essere Berna a decidere se dar seguito alla revisione, seguendo il consueto iter interno (incluso un eventuale referendum) per trasporre il principio della «Lex Loci Laboris» nel diritto nazionale.

UDC e Lega si sono già schierate contro questa regolamentazione. Sullo sfondo, dopo le tensioni sui dazi UE sull’acciaio e sulla tassa di transito per i veicoli stranieri che attraversano la Confederazione, il timore è che il nuovo fronte aperto sui diritti sociali dei frontalieri possa influenzare il dibattito nazionale sui «Bilaterali III» e causare contraccolpi in vista del voto, il 14 giugno, sull’iniziativa popolare «No a una Svizzera da 10 milioni», che vuole impedire di superare questa soglia di popolazione residente prima del 2050.

Le reazioni

«La Svizzera non è direttamente coinvolta nei lavori di revisione a livello dell’UE, ma segue da vicino i lavori». A spiegarlo è la Segreteria di Stato dell’economia direttamente sul portale dell’assicurazione contro la disoccupazione (AD) e del servizio pubblico di collocamento. Berna tiene anche a precisare che «il processo istituzionale dell’UE richiederà ancora un po’ di tempo prima che il progetto venga definitivamente approvato». Poi, però, la questione dovrà essere regolata internamente. «Un’eventuale modifica del regolamento non trova applicazione diretta in Svizzera», ricorda la SECO, aggiungendo che la questione del recepimento da parte elvetica «dovrà essere esaminata a tempo debito». La SECO, contattata dal Corriere del Ticino, non ha per ora rilasciato ulteriori informazioni. L’UDC, in una presa di posizione, si è già scagliata contro questa possibilità. «Oltre 400 mila lavoratori frontalieri dell’UE beneficiano degli alti salari svizzeri. Come se non bastasse, ora la Svizzera dovrebbe anche pagare centinaia di milioni di franchi per i lavoratori frontalieri dell’UE disoccupati», critica il partito, che chiede al Consiglio federale di «opporsi con fermezza» già all’interno del comitato misto Svizzera-UE. I democentristi parlano di «conseguenze disastrose per la Svizzera», con costi stimati fino a un miliardo di franchi all’anno. Sul tema ha annunciato una mozione anche il consigliere nazionale Lorenzo Quadri (Lega). Il deputato ticinese chiede al Governo, già a titolo preventivo, di comunicare subito all’UE, «senza attendere discussioni nel Comitato misto, che non intende adeguarsi alla nuova regolamentazione sul versamento delle indennità di disoccupazione ai frontalieri, qualora venisse adottata da Bruxelles». A suo avviso, le nuove disposizioni avrebbero un impatto anche sui Cantoni con un numero elevato di frontalieri, tra cui il Ticino. I quali «dovrebbero potenziare, a proprie spese, gli Uffici regionali di collocamento» per far fronte agli «annunci in massa di frontalieri».
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