Svizzera, l'intesa con la Cina e la differenziazione

«Con l’ottimizzazione dell’accordo, il Consiglio federale migliora e garantisce l’accesso al mercato cinese, contribuendo così alla diversificazione dei mercati di sbocco per le aziende svizzere». Nella fase conclusiva del comunicato stampa del Dipartimento federale dell’economia (DEFR), della formazione e della ricerca, c’è forse il succo di tutta l’operazione. È quella parola, in realtà, a spiccare: «Diversificazione». Un concetto non particolarmente caro a Donald Trump. Nel tardo pomeriggio, di fronte all’annuncio della conclusione dei negoziati sull’ottimizzazione dell’accordo di libero scambio tra Svizzera e Cina, molti hanno pensato all’aut aut caratteristico del presidente americano. «Alcuni Paesi potrebbero dover scegliere tra Stati Uniti e Cina», disse già nell’aprile dello scorso anno. I dazi imposti qua e là hanno spesso avuto - tra le motivazioni - proprio il senso di una scelta tra partner, un obbligo a decidere, per evitare imposte più severe, da che parte stare e da che parte implementare i propri scambi commerciali: Cina o Stati Uniti? Ebbene, la Svizzera ribadisce di voler puntare sulla «differenziazione». Il senso dei negoziati con la Cina va proprio in quella direzione.
Il contenuto
Di che cosa si tratta, quindi? Come si legge nella nota del dipartimento diretto da Guy Parmelin - all’origine della bozza di intesa, al pari del ministro del Commercio cinese Wang Wentao -, la Svizzera ha raggiunto i propri obiettivi negoziali. Tradotto: se nell’attuale accordo di libero scambio quasi tutte le importazioni cinesi in Svizzera sono esenti da dazi, mentre ciò vale solo per circa la metà delle esportazioni svizzere verso la Cina, «l’accordo ottimizzato elimina questo squilibrio: d’ora in poi il 99,8% delle attuali esportazioni svizzere potrà accedere al mercato cinese in esenzione doganale; garantisce inoltre l’accesso degli investitori svizzeri al mercato cinese; infine, amplia e rafforza anche le disposizioni relative alle questioni ambientali e ai diritti dei lavoratori». L’accordo ottimizzato rafforza, come spiega la Confederazione, la certezza del diritto e la prevedibilità per le imprese e facilita gli scambi economici. Allo stesso tempo, salvaguarda il margine di manovra normativo di entrambi i Paesi. Da notare che la Cina ha acconsentito - per la prima volta in un accordo di libero scambio - a un riferimento alla Dichiarazione universale dei diritti umani. È stato inoltre inserito un paragrafo che fa riferimento ai diritti e ai doveri delle parti contraenti derivanti dagli accordi multilaterali in materia ambientale. Sono stati oggetto di negoziazione pure i temi delle norme di origine, della semplificazione degli scambi, del commercio dei servizi, del commercio digitale, della concorrenza e della cooperazione economica e tecnica.
Il percorso
Non va dimenticato come la Repubblica Popolare Cinese sia il principale partner commerciale della Svizzera dopo Unione europea e Stati Uniti. Nel 2025 il volume bilaterale degli scambi di merci, esclusi l’oro e altri oggetti di valore - ricorda sempre il DEFR -, ammontava a circa 33,5 miliardi di franchi. La Svizzera ha esportato merci per un valore di circa 15,2 miliardi di franchi nella Repubblica Popolare Cinese e ne ha importate per un valore di circa 18,3 miliardi di franchi. Sono serviti cinque cicli di trattative, a partire dal settembre del 2024, per arrivare sino a oggi. Ora, al termine delle verifiche giuridiche, la Svizzera e la Cina prepareranno la firma dell’accordo (e solo allora verrà diramato il testo completo), prevista ancora nel 2026. Seguiranno poi le rispettive procedure di approvazione nei rispettivi Paesi. Ma la strada, perlomeno, è segnata. All’inizio dell’anno, in occasione del World Economic Forum di Davos, lo stesso Parmelin aveva incontrato il vicepremier cinese He Lifeng, considerato come lo «zar economico» di Pechino. Il presidente della Confederazione aveva chiarito proprio l’importanza di mantenere e consolidare le relazioni con Pechino, ma non solo. Già in quell’occasione - così come, appena prima, nel corso del tradizionale incontro della sezione UDC zurighese all’Albisgütli - aveva sottolineato proprio l’intenzione di non volersi fermare a un solo fronte commerciale. Aveva parlato proprio di «diversificazione», un concetto che evidentemente tende a tornare spesso nella dialettica del consigliere federale e, quindi, nella strategia nazionale. «Il futuro della Svizzera dipende dalla diversificazione dei suoi mercati», aveva dichiarato. Sempre al WEF, nel suo intervento, He Lifeng aveva a sua volta riconosciuto: «Gli atti unilaterali e gli accordi commerciali di alcuni Paesi violano chiaramente i principi fondamentali e le regole dell’Organizzazione mondiale del commercio». E pronunciò le parole forse più significative dell’ultima edizione del WEF, con un chiaro destinatario. «I dazi e le guerre commerciali non hanno vincitori».
