Svizzera-UE, si fa strada l’idea di andare alle urne due volte

Una cosa è certa: bisognerà attendere. Il pacchetto di accordi tra Svizzera e Unione europea, negoziato negli ultimi cinque anni, non sarà discusso in Parlamento prima di settembre. Il Consiglio federale, venerdì 13 marzo, ha dato il fischio d’inizio alla «partita in casa», presentando il messaggio (un malloppo da 1.056 pagine) all’attenzione del Parlamento.
L’appuntamento alle urne è previsto per il 2027 oppure per il 2028 (nell’ottobre del 2027 ci saranno le elezioni federali), ma sarà in ogni caso un argomento da campagna elettorale. Il dibattito, ormai lanciato da tempo soprattutto dal campo UDC, ha già raggiunto nel mese di marzo le Commissioni del Consiglio degli Stati. Sono otto quelle coinvolte. Oltre alla sostanza (tre nuovi leggi federali e l’adeguamento complessivo di 36 leggi federali), a far discutere è anche la forma. A fine marzo si è tenuta un’audizione pubblica per parlare del tipo di referendum: cinque esperti di diritto europeo sono stati ascoltati per ore dalla Commissione delle istituzioni politiche degli Stati. La questione, per il momento, rimane in sospeso.
A far parlare in questi giorni è invece un altro aspetto: domenica, i giornali di Tamedia hanno reso noto che alcuni parlamentari vorrebbero che il pacchetto di accordi venga suddiviso. E dunque che il popolo vada a votare in due momenti separati.
Quattro decreti
Facciamo un passo indietro. Il Consiglio federale ha previsto quattro decreti per questo immenso pacchetto di accordi. Il primo decreto, il più consistente, riguarda gli aspetti istituzionali ed è definito «pacchetto di stabilizzazione»: include anche l’adozione dinamica del diritto UE e una procedura arbitrale, che saranno introdotte in cinque accordi già esistenti (libera circolazione delle persone, ostacoli tecnici al commercio, trasporti terrestri, trasporti aerei e agricoltura). Poi ci sono gli elementi «nuovi», definiti anche accordi di sviluppo: il protocollo sulla sicurezza alimentare, l’accordo sulla sanità e l’accordo sull’elettricità. Quest’ultimo è quello che potrebbe incontrare le maggiori resistenze in Parlamento.
Aumentare le possibilità di un sì
Alcuni parlamentari di PS, Centro e PLR, vorrebbero proporre due votazioni. Prima sulla parte istituzionale e solo dopo, in un secondo momento, tornare alle urne per i nuovi accordi (in particolare quello sull’energia elettrica). Tamedia ha sentito ad esempio i consiglieri nazionali Simon Michel (PLR/SO), Elisabeth Schneider-Schneiter (Centro/BL) ed Eric Nussbaumer (PS/BL), tutti particolarmente favorevoli agli accordi con l’UE. «Con queste manovre per cercare di massimizzare le probabilità di approvazione popolare, però, perdono di legittimità», critica il «senatore» ticinese Marco Chiesa (UDC). «Prima cercano di evitare il voto con la doppia maggioranza, poi arriva la richiesta di suddividere la votazione e c’è anche un terzo aspetto: l’interesse a fare il più veloce possibile per non approfondire il contenuto degli accordi», deplora il consigliere agli Stati, secondo cui «questa non è democrazia, ma strategia». L’UDC in una nota parla di «sotterfugi e inganni di ogni genere» e promette battaglia nel caso in cui si dovrà votare su più domeniche. «Forse c’è una maggioranza che potrebbe andare in questa direzione. Ma dovrà confrontarsi con un partito che su questo tema non cederà di un millimetro», afferma Chiesa.
Compromesso
Il consigliere nazionale Hans-Peter Portmann (PLR/ZH) propone anche un compromesso per cercare di far salire a bordo i più scettici: mettere al voto prima gli accordi di stabilizzazione (con referendum facoltativo) e poi i tre nuovi accordi con l’obbligo di avere la doppia maggioranza di popolo e Cantoni (referendum obbligatorio).
Chiesa, dal canto suo, respinge anche questa possibilità. A suo avviso, serve la doppia maggioranza per tutto il pacchetto. «C’è un convitato di pietra che non viene mai citato. È l’iniziativa Bussola. A seconda di quando andrà al voto, potrebbe avere un impatto». L’iniziativa «Per la democrazia diretta e la competitività del nostro Paese – No a una Svizzera membro passivo dell’UE» vuole estendere il referendum obbligatorio in materia di trattati internazionali. A marzo, gli Stati hanno respinto di misura (23 voti a 22) una mozione di Martin Schmid (PLR/GR) che chiedeva al Governo di far votare l’iniziativa popolare Bussola prima dei nuovi accordi con l’UE.
Tutto in un’unica domenica
E il Consiglio federale? A suo avviso, dovrebbe essere deciso in un’unica giornata, ovvero tutto in una domenica. Tuttavia, anche il Governo vuole separare questo pacchetto alle urne in quattro parti: il popolo dovrà quindi pronunciarsi separatamente su ciascuna delle quattro questioni. Se la parte «di stabilizzazione» viene adottata e (almeno) uno dei tre accordi respinti, non ci saranno conseguenze. Invece, se il popolo dovesse respingere la parte di stabilizzazione, andrebbero a cadere anche gli altri tre. È una condizione posta da Bruxelles: l’UE non è disposta a concludere nuovi trattati con Berna finché la Confederazione non accetterà di introdurre norme istituzionali negli accordi esistenti.
