La storia

Swissair, 70 anni di storia: dalla fondazione al grounding

Dalla fusione di Balair e Ad Astra nel 1931 al grounding del 2001: le tappe principali della storia di Swissair, la compagnia aerea nazionale svizzera
Marcello Pelizzari
02.10.2026 06:00

Un modello. Al punto da guadagnarsi un soprannome, «banca volante». Un simbolo, anche. Nata nel 1931 dalla fusione di due società, Ad Astra Aero e Balair, Swissair è stata un faro, anzi il faro dell’aviazione elvetica per decenni. Da una flotta iniziale che contava appena 13 velivoli a una rete di collegamenti impressionante. Fino, appunto, alla caduta, il grounding consumatosi il 2 ottobre 2001. Parentesi: una prima caduta, nel 1947, era stata evitata grazie all’intervento, pesante, dello Stato, con il settore pubblico che rilevò il 30,6% del capitale azionario tramite Ferrovie federali svizzere, PTT, Cantoni e Comuni. Pochi anni dopo, nel 1947, la Confederazione era intervenuta per aiutare Swissair a superare una crisi finanziaria, aggravata dalla svalutazione della sterlina britannica.

Negli anni Cinquanta, la compagnia di bandiera ha iniziato a volare davvero. Aggiungendo Asia e Sudamerica alle rotte verso Africa e Stati Uniti. Negli anni Sessanta sono arrivati i primi jet, otto anni più tardi la flotta sarà interamente composta da aviogetti. Nel 1971, invece, è arrivato il primo Boeing 747, il cosiddetto Jumbo. Anni felici, diranno gli storici, e di espansione: la maggioranza di Balair, rifondata nel 1953, nel 1972; la compagnia charter CTA nel 1978; un primo investimento in Crossair, il vettore regionale di Moritz Suter, nel 1988. A parlare, d’altro canto, sono i numeri: tra il 1960 e il 1989 le ore di volo sono passate da poco più di 80 mila a 188 mila, i dipendenti da 7.332 a 19.296. E il bilancio, beh, è sempre rimasto in attivo, con un alto grado di autofinanziamento. Di qui il soprannome di «banca volante».

D’accordo, ma il grounding? Il declino di Swissair è cominciato sul finire degli anni Ottanta e del turbocapitalismo squisitamente reaganiano. Fra il 1987 e il 1993 l’Europa, intesa come Comunità economica europea e, poi, Unione Europea, ha liberalizzato il traffico aereo, con Swissair ritrovatasi in posizione di svantaggio complice il no popolare all’adesione allo Spazio economico europeo. All’epoca, il consiglio di amministrazione riteneva che la miglior risposta possibile fosse una crescita, per certi versi smisurata, tramite l’ingresso nell’azionariato di altre compagnie europee, al fine di costruire una propria alleanza, il Qualiflyer Group. Nel 1995 l’acquisto del 49,5% della belga Sabena, in netta difficoltà; nel 1997 la nascita della holding SAirGroup e, parallelamente, della strategia Hunter, rivelatasi fallimentare. Nel 2000, per intenderci, con la memoria della sciagura di Halifax nel 1998 ancora fresca, il disavanzo toccava 2,9 miliardi di franchi. Un record. L’11 Settembre, nel 2001, ha accelerato una crisi tentacolare che si stava trascinando da tanto, troppo tempo. Logico, il 1. ottobre, l’annuncio di una moratoria concordataria, con la doccia fredda, anzi gelida del giorno dopo: senza liquidità, l’allora amministratore delegato Mario Corti, rimasto senza appigli, si è visto costretto a sospendere tutti i voli. Aerei a terra, piloti e passeggeri bloccati, a Zurigo come altrove. Il grounding.

Con l’aiuto dello Stato e il sacrificio di Crossair, la Svizzera riabbraccerà una compagnia di bandiera nel 2002: Swiss International Air Lines, più semplicemente Swiss. Nel 2005, tuttavia, Lufthansa ne rileverà il 49%, due anni dopo si prenderà anche il resto. Swiss, dal canto suo, nel 2009 metterà le mani sul marchio Swissair nell’ambito della procedura di liquidazione. A oltre ventiquattro anni dal collasso, nel 2025, SAirGroup verrà invece cancellata dal registro di commercio. Ai creditori sono andati 2,8 miliardi di franchi. La procedura, durata quasi vent’anni, è costata 220 milioni.

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