«Un secondo ticinese in Consiglio federale? Con Chiesa è pensabile»

Il seggio di Guy Parmelin non spetta per forza alla Svizzera romanda. E un secondo ticinese in Consiglio federale, accanto a Ignazio Cassis, «sarebbe senz'altro pensabile». A dirlo non è un democentrista qualsiasi, ma Caspar Baader, presidente della commissione di selezione incaricata dall'UDC di vagliare le candidature per la successione del consigliere federale vodese. In un'intervista alla «Volksstimme», giornale del suo cantone, Basilea Campagna, l'ex capogruppo UDC alle Camere federali apre di fatto la porta al consigliere agli Stati ticinese Marco Chiesa.
«La Romandia non ha un diritto vincolante»
Il seggio vodese deve rimanere alla Svizzera occidentale? E con Chiesa potrebbe entrare in gioco un secondo ticinese? Baader risponde partendo dai numeri. «Storicamente, nel Consiglio federale a sette membri la Svizzera latina aveva di regola due seggi. Solo con Parmelin sono diventati tre». Romandia e Ticino, ricorda, rappresentano insieme poco più del 30% della popolazione: «Aritmeticamente, questo corrisponde più o meno a due seggi». Per questo, al momento, non vede «una pretesa vincolante» della Svizzera romanda.
E qui entra in scena il Ticino. «Un secondo ticinese con Marco Chiesa sarebbe senz'altro pensabile, tanto più che Ignazio Cassis si trova piuttosto alla fine della sua carriera», afferma Baader. Del resto, aggiunge, ci sono già stati due consiglieri federali provenienti dallo stesso cantone, per esempio da Zurigo o da Berna. «Per me è secondario se questo seggio vada alla Svizzera tedesca, alla Romandia o al Ticino. Decisivo è che sia occupato da una personalità competente e con una forte capacità di leadership».
Parole che pesano, perché arrivano da chi, formalmente, deve restare neutrale. Chiesa, consigliere agli Stati dal 2019, ha guidato l'UDC Svizzera dal 2020 al 2024: proprio la commissione presieduta da Baader si era occupata, all'epoca, della ricerca del nuovo presidente del partito, sfociata nella sua nomina.
Otto in corsa, una sola donna
Le sezioni cantonali hanno proposto otto nomi: oltre a Chiesa, la consigliera nazionale ginevrina Céline Amaudruz, i consiglieri nazionali Thomas Aeschi (ZG), Michael Graber (VS) e Rémy Wyssmann (SO) e tre membri di governi cantonali, Jean-Pierre Gallati (AG), Franz Ruppen (VS) e Pierre Alain Schnegg (BE). Aeschi non ha ancora dato la sua disponibilità definitiva, ma per Baader non è un caso particolare: «Tutti possono ritirarsi fino all'elezione, se la loro situazione personale cambia».
Diversi big hanno invece rinunciato: la consigliera agli Stati Esther Friedli, la consigliera di Stato zurighese Natalie Rickli e il consigliere nazionale Thomas Matter. È il segno che la carica ha perso attrattiva? «Non credo. Abbiamo pur sempre otto candidati!». Accettare l'incarico, spiega Baader, significa mettere in secondo piano la vita privata e abbandonare quella professionale. Friedli gestisce con Toni Brunner il ristorante «Haus der Freiheit», Matter ha una banca, Rickli è già in governo e potrebbe puntare al Consiglio degli Stati. «Per molti, semplicemente, non è il momento giusto». Lo stesso Baader, racconta, si era trovato davanti alla scelta tra la corsa al Consiglio federale e la professione: «Ho scelto la professione».
E la presenza di una sola donna? «È andata così. Dobbiamo proporre le persone più adatte, che vogliono e possono assumere la carica». A suo dire nel partito non c'è un problema di ricambio femminile.
La partita dei dipartimenti
Sullo sfondo c'è la redistribuzione dei dipartimenti. Secondo Baader, il ministro della giustizia Beat Jans o quello della difesa Martin Pfister potrebbero voler passare al Dipartimento dell'economia, liberando il DFGP o il DDPS. «Lì ci sono grandi compiti di conduzione: ristabilire la prontezza di difesa del nostro esercito e risolvere finalmente i problemi nel settore dell'asilo e della migrazione». Serve dunque una personalità con esperienza di comando. I consiglieri di Stato la portano in dote, ma la si può maturare anche altrove, ad esempio nell'economia. «Non mi aspetto nulla», precisa riguardo a Jans, «ma chi vuole pianificare deve esaminare tutte le varianti».
Fedeltà alla linea
Il criterio più importante, per Baader, è che i partiti mandino in governo persone fedeli ai loro temi chiave. Niente più «uova del cuculo» deposte dal Parlamento nel nido altrui. Per l'UDC significa: no all'«accordo di sottomissione» con l'UE, indipendenza e neutralità, sicurezza interna ed esterna, espulsione degli stranieri criminali, controllo dell'immigrazione e rafforzamento della difesa. E la collegialità? «Non significa che un consigliere federale non possa portare in discussione le posizioni del suo partito». Significa solo sostenere le decisioni una volta prese, come fece Ueli Maurer.
Le prossime tappe
Ora la commissione condurrà le audizioni. Potrebbe dichiarare eleggibili tutti e otto i candidati, escluderne alcuni motivando la scelta oppure raccomandare una rosa più ristretta. La proposta andrà alla direzione del gruppo parlamentare. Il gruppo deciderà il ticket il 20 novembre. Il 9 dicembre l'Assemblea federale plenaria eleggerà il successore di Parmelin, che lascia a fine anno dopo undici anni in governo. E i favoriti di Baader? «Certo che ne ho, ma non li dirò. Come presidente devo restare obiettivo».
