Un'anima dilaniata in due: da una parte le piste da sci, dall'altra il dolore

Crans-Montana, il giorno dopo, è una località la cui anima è stata dilaniata in due. Da una parte le piste da sci e la pista di ghiaccio, ancora animate, il rumore metallico degli impianti di risalita, le lame che incidono il ghiaccio, le risate che si rincorrono al sole di gennaio. È la normalità ostinata di una stagione turistica che continua, quasi per inerzia. Dall’altra l’area attorno al Constellation, chiusa, immobile, come svuotata di aria. Qui il tempo sembra essersi fermato nella notte di Capodanno, nella notte in cui una festa si è trasformata in una tragedia di proporzioni difficili anche solo da nominare.
Il contrasto è violento. A pochi metri di distanza convivono due mondi che non comunicano: il brusio delle terrazze e il silenzio spezzato solo dai pianti dei genitori che vedono passare i carri funebri con dentro i loro figli, dagli abbracci stretti tra amici, dagli sguardi fissi di chi aspetta ancora una notizia. È un silenzio denso, insostenibile.
La cronaca parla di un’esplosione avvenuta attorno all’1.30 di notte, in un locale sotterraneo affollato per i festeggiamenti di Capodanno. Il bilancio è pesantissimo, il più grave degli ultimi anni in Svizzera: oltre quaranta vittime, centinaia di feriti, alcuni in condizioni gravissime. L’identificazione richiederà tempo, e così come quella dei dispersi, provenienti da tutto il mondo.
Dentro quel locale, il tempo si è dilatato fino a perdere forma. Lo racconta al Corriere del Ticino un ragazzo che si trovava nel seminterrato: dieci minuti vissuti come un’eternità. «Sono rimasto bloccato a terra, l’aria era irrespirabile, non vedevo nulla, avevo il fumo negli occhi, era il caos. Mi dicevo: morire così è da stupidi. Non potevamo fare nulla». Ricorda la folla, la confusione, le uscite che non si aprivano. Ricorda persone uscite senza vestiti, ustionate, disperate. «C’era troppa gente. Ho riflettuto trenta secondi e ho rotto una finestra. Ho avuto sangue freddo. Sono scioccato per tutto quello che ci è successo. Non è normale». Per difendersi dal calore ha usato un tavolo, trasformandolo in una barriera improvvisata contro il fuoco.
Fuori, la scena non era meno irreale. Un altro giovane, che ha prestato soccorso dall’esterno, racconta un Capodanno rovesciato. «Molti morti, è tragico. Di solito l’arrivo del nuovo anno è felicità, invece oggi siamo tutti distrutti dal dolore». Stava rientrando a casa quando un amico lo ha chiamato per avvisarlo che c’erano delle fiamme al Constellation. Tornando indietro ha visto fumo, polvere, persone che correvano senza una direzione. «C’era chi urlava, chi cadeva». Poi i primi ustionati che attraversavano la strada chiedendo aiuto, i corpi segnati, le mani tese. «Abbiamo aiutato due o tre persone. Poi sono arrivati i soccorsi, ma anche dopo che l’area è stata delimitata c’era ancora gente ustionata che chiedeva aiuto. Era una scena orribile da guardare».
Attorno al perimetro transennato, per tutta la giornata, si sono alternati silenzi lunghi e frasi spezzate. C’è chi riconosce un volto, chi spera di non riconoscerlo, chi controlla il telefono in continuazione. Ogni notifica è un sobbalzo, ogni chiamata un’incognita. In molti restano lì senza un motivo preciso, come se allontanarsi significasse tradire qualcosa, o perdere l’ultimo legame con chi era dentro.
Nel pomeriggio e nella sera, mentre sugli sci e sul ghiaccio si continua a scivolare, Crans-Montana abbandona quella patina di località turistica per riscoprirsi villaggio, raccogliendosi in chiesa. Circa quattrocento persone partecipano a un momento che va oltre la liturgia. Le famiglie siedono vicine, senza distinzioni. Non ci sono residenti e ospiti, ma una sola comunità colpita, che prova a stringersi insieme.
Il sacerdote parla di speranza senza mai edulcorare il dolore. Evoca Maria che attraversa l’oscurità, che accompagna chi soffre, che resta accanto alle famiglie nel lutto, nell’attesa, nella paura. Una speranza che non cancella la ferita, ma permette di restare in piedi, di continuare a camminare anche quando il futuro appare opaco. Non una fuga, ma una presenza, un invito a farsi carico gli uni degli altri, oggi e domani.
Fuori dalla chiesa, intanto, chi vive qui – tutto l’anno o solo per la stagione invernale – cerca di restare in contatto. Nasce un gruppo WhatsApp per condividere informazioni, per chiedere notizie, per capire chi manca ancora all’appello. È un gesto semplice, quasi istintivo, ma diventa una rete di sostegno improvvisata, un modo per non restare soli mentre le ore passano lente.
La notte cala di nuovo su Crans-Montana con una sensazione diversa. Le luci restano accese, ma qualcosa si è incrinato. Molti locali preferiscono chiudere con qualche ora di anticipo, non c’è voglia di festeggiare. “Non ce la sentivamo di fare finta di nulla, di essere sorridenti con i clienti”, racconta il gerente di un pub. Chi rimane aperto è preso d’assalto più che dai turisti dai giornalisti accorsi da tutta Europa e che hanno trasformato alcune tavolate in vere e proprie redazioni. La località che per molti è sinonimo di vacanza e leggerezza scopre la propria fragilità, e con essa una dimensione più intima, più umana. Tra le voci allegre sulle piste e il silenzio attorno al Constellation resta una frattura aperta. Dentro quella frattura, una comunità prova, con fatica, a riconoscersi di nuovo come tale.
