Eventi

Uno spazio di condivisione per la cultura italiana

A Basilea torna «Sconfinamenti», il festival dell’editoria e della lingua di Dante – Marianna Sirica, presidente dell’Associazione «Giovani in Rete» e organizzatrice dell’evento: «La finestra di scambio venutasi a creare negli anni ha superato le nostre aspettative»
© Jure Divich
Matteo Galasso
18.02.2026 22:15

Da qualche anno Sconfinamenti, festival di letteratura ed editoria in lingua italiana, riunisce a Basilea autori italofoni dal Belpaese, dalla Svizzera e dai Paesi di confine. Ideato e sostenuto dal Comitato degli italiani all’estero (Comites) e dall’Associazione Giovani in Rete (GIR), il progetto è pensato per portare libri e incontri oltre i confini e farli entrare nel tessuto culturale della Svizzera tedesca. Nel cuore dell’Europa centrale, in città la presenza italiana è una realtà storica che continua a ridefinirsi attraverso nuove ondate migratorie. Alle famiglie arrivate nel secondo dopoguerra, protagoniste della grande migrazione del lavoro, si affiancano oggi studenti, ricercatori e professionisti.

La lingua che affascina

Per Marianna Sica, presidente dell’associazione GIR e organizzatrice del festival, Sconfinamenti nasce con il desiderio di «creare uno spazio di scambio e di fruizione dei saperi in cui i confini linguistici e culturali si fanno più sottili, fino a diradarsi. Anche a Basilea, infatti, il plurilinguismo caratteristico della Confederazione assume un aspetto importante, non solo per la grande presenza italiana e internazionale, ma anche per una sorta di fascinazione nei confronti della nostra lingua da parte di molti germanofoni. L’idea di costruire con Sconfinamenti una finestra di condivisione tra la nostra comunità italiana e le diverse comunità linguistiche, ha superato in questi anni le nostre aspettative».

Mondi possibili e futuri

Oggi il festival richiama un pubblico non esclusivamente italofono, attratto da un programma che spazia dalla letteratura alla saggistica fino alla narrazione per l’infanzia, con un focus sull’esperienza migratoria. «Un pubblico intergenerazionale in cui si intrecciano migrazione storica e nuova mobilità giovanile», spiega Marianna Sica. Una scommessa di incontro tra culture e generazioni, per rinnovare i canoni con cui si celebra l’italianità in Svizzera e immaginare altri mondi possibili, senza confini».

«Per gli italiani all’estero, iniziative come questa rappresentano un’occasione per sentirsi parte attiva del tessuto culturale del Paese in cui vivono, senza rinunciare alla propria lingua e alla propria storia», osserva Francesco Troisi, direttore di Italoblogger. «Eventi come questo, però, rischiano di passare inosservati se non c’è un lavoro specifico di racconto e di promozione».

«Una minoranza, per avere voce, deve crearsi spazio», sottolinea Davide Leotta, membro del Comites di Basilea, ricordando come, in assenza di iniziative strutturate, l’italiano tenda progressivamente a indebolirsi anche all’interno delle stesse famiglie. I figli crescono in ambienti germanofoni e rischiano di allontanarsi dalla lingua e dalla cultura d’origine.

Comunità storiche e nuovi volti

La promozione della lingua e della cultura italiane rientra nei compiti istituzionali del Comites. «Proprio per questo», spiega Liborio Rovitti, anch’egli membro dell’ente, «il progetto ci è sembrato coerente con il nostro mandato». Il festival nasce infatti con un obiettivo duplice: rafforzare il senso di appartenenza della comunità italiana e, allo stesso tempo, aprirsi a un pubblico più ampio, non necessariamente italofono. «Non siamo più negli anni Sessanta», sottolinea. «Oggi parliamo di seconda e terza generazione di italiani. La lingua magari resta nel dialetto o nell’uso familiare, ma la cultura italiana, intesa come libri e letteratura, tende a perdersi». Da qui la scelta di promuovere eventi aperti, accessibili anche a chi si avvicina all’italiano per interesse culturale.

I riscontri, secondo gli organizzatori, non mancano. «In alcune associazioni italiane di cui faccio parte il 90% dei tesserati è germanofono», racconta Davide Leotta. Il confronto con il territorio resta però delicato. «Serve rispetto: bisogna prima capire come ragionano le comunità locali e poi provare a far conoscere il nostro modo di vivere». Molti cittadini della Confederazione frequentano l’Italia da anni, vi trascorrono le vacanze o seguono corsi di lingua italiana, che in Svizzera è riconosciuta come lingua nazionale, pur essendo minoritaria.

In questo intreccio di associazioni, iniziative e soggetti istituzionali, il Comites svolge un ruolo di coordinamento. «Siamo un catalizzatore, mettiamo insieme soggetti che, senza questo ruolo, forse non si parlerebbero». Una funzione che emerge anche sul piano istituzionale, come nel caso dei corsi di lingua e cultura italiana sovvenzionati dal Ministero degli Affari Esteri, per i quali è richiesto un parere obbligatorio dell’ente.

Una crescita costante

La scelta della sede ha contribuito in modo decisivo all’apertura del festival. Sconfinamenti si svolge all’interno di un Quartiertreffpunkt, una casa di quartiere cantonale. Steven Tirritto, cogestore della casa, spiega che si tratta di un punto di ritrovo per le diverse culture e lingue che vivono nella “piccola Basilea”. La comunità italiana è una delle più numerose del quartiere e sostenere un festival di letteratura è apparso naturale. L’approccio organizzativo, aggiunge, non cambia tra pubblico italiano e svizzero, anche se gli eventi vengono progettati per coinvolgere sia la migrazione storica sia i figli dei primi arrivati. La risposta del pubblico è cresciuta nel tempo. La letteratura ha spesso funzionato da elemento di curiosità iniziale, soprattutto durante le presentazioni dei libri. Restano tuttavia difficoltà evidenti: per chi non parla italiano è necessaria un’impostazione semplice e, talvolta, un contatto più informale, costruito anche attraverso momenti conviviali.

Dubbi iniziali divenuti interesse

Tra i partecipanti c’è anche chi proviene da altre esperienze migratorie. Un professore spagnolo residente a Zurigo osserva che eventi in una lingua diversa da quella dominante aiutano a non sentirsi dissolti rispetto alla propria identità. Più prudente il giudizio sul dialogo con il pubblico locale, che resta limitato a chi possiede già un interesse per la cultura italiana. Anche una parte del pubblico svizzero ha guardato al festival come a un’occasione di conoscenza. C’è chi racconta di essere arrivato per curiosità e di aver poi scoperto storie legate alla migrazione italiana, acquistando libri per approfondire una memoria che fa parte della storia della città, ma che non sempre trova spazio nel racconto pubblico.

Il programma ha ospitato autori italiani che hanno affrontato temi legati alla storia e alla cultura svizzera. Marco Minoletti, autore di Il fuoco e le falene, dedicato alla figura di Otto Gross e all’esperienza di Monte Verità, spiega che gli interessava «raccontare un momento in cui l’Europa ha davvero creduto di poter reinventare sé stessa. In Italia Gross è quasi sconosciuto. Per il pubblico di Basilea è un modo per riscoprire un pezzo di storia attraverso una voce narrativa italiana».

Più collaborazioni in futuro

Il bilancio complessivo è certo positivo, ma non privo di criticità. «Il problema principale sono le risorse», ammette Liborio Rovitti. Le sovvenzioni hanno subito un taglio e il festival ha assorbito una parte consistente del finanziamento annuale del Comites. Per il futuro sarà necessario rafforzare la sostenibilità del progetto e ampliare la rete di collaborazioni, evitando che l’iniziativa resti episodica.

Su questo punto interviene anche la deputata cantonale e sociologa Amina Trevisan. Pur riconoscendo il valore culturale del festival, osserva come sia difficile incidere sugli equilibri linguistici della Svizzera tedesca. Il significato più forte dell’iniziativa emerge piuttosto nel contesto migratorio, dove la lingua madre diventa uno spazio di riconoscimento e appartenenza. Da qui l’invito a costruire una rete più ampia e coinvolgere istituzioni culturali e accademiche del territorio, dal Literaturhaus Basel all’Università di Basilea, insieme al consolato italiano.

Dal pubblico italiano emerge soprattutto il valore linguistico dell’esperienza. Emanuela e Giulia, residenti a Basilea, raccontano: «Sembrava di stare in Italia. Quando parliamo in inglese ci sentiamo più trattenute. In italiano la comunicazione è immediata». Per loro, come per altri, il festival crea comunità. «Non è facile coinvolgere tutti», osservano, «la nuova migrazione è molto concentrata sul lavoro, ma questi eventi restituiscono socialità».

Quest’anno – dopo un’anteprima il 17 gennaio scorso con la presentazione di un documentario su Mattmark del deputato italiano Toni Ricciardi e della giornalista Rai Alessandra Rossi – il festival si svolgerà al Quartiertreffpunkt il 20 febbraio.