Via da UBS, gli oligarchi russi accolti nelle banche USA

Il campanello d’allarme era suonato a cavallo fra il 2021 e il 2022, un paio di mesi prima dello scoppio della guerra, quando l’UBS era stata avvertita da fonti vicine all’amministrazione americana che Washington stava stringendo le viti nei confronti del regime di Putin. A inizio gennaio questi segnali hanno spinto la banca a «lanciare una grande operazione di pulizia» fra la sua clientela russa, allo scopo di ridurre l’esposizione verso Mosca. Il grosso dei fondi è comunque defluito dopo l’invasione dell’Ucraina, avvenuta verso la fine di febbraio, trovando in parte rifugio, e sta qui la notizia, nelle grandi banche basate a New York, Londra o Parigi. A sostenerlo è un’inchiesta giornalistica pubblicata dalle testate del gruppo Tamedia, a margine delle rivelazioni legate alla fuga di dati «Cyprus Confidential».
I giornalisti hanno interpellato fonti e specialisti del settore finanziario esterni e interni alla grande banca svizzera. Già negli corsi giorni, la fuga di dati aveva rivelato i legami tra le banche svizzere e gli oligarchi russi. Almeno venti di loro (fra questi anche l’ex patron del Chelsea Roman Abramovich) avevano uno o più conti in Svizzera dopo il 2014 e la prima invasione russa dell’Ucraina. Oggi questi venti uomini sono oggetto di sanzioni, la maggioranza in Europa e negli Stati Uniti, alcuni solo in Ucraina.
L’operazione avviata l’anno scorso da UBS ha toccato anche avvocati, notai, fiduciari e gestori di patrimoni appartenenti alla clientela russa. Sempre secondo Tamedia, gli attivi russi sono passati da 50 miliardi di franchi a una ventina, di cui circa 2 miliardi bloccati a causa delle sanzioni. La Finma, interpellata, non si è voluta esprimere. Le ricerche mostrano tuttavia che anche in epoca recente certe banche statunitensi erano pronte ad accogliere clienti russi molto esposti. Se i trasferimenti di denaro verso banche americane trovassero altre conferme, sarebbe un’amara ironia per la Svizzera, a detta dei giornali confederati. Nel marzo di quest’anno, l’ambasciatore a Berna Scott Miller aveva detto che la Svizzera non doveva essere usata per aggirare le sanzioni e che avrebbe potuto bloccare dai 50 ai 100 miliardi supplementari di fondi russi. «Il comportamento degli Stati Uniti non è solo ipocrita. Si tratta anche chiaramente di un attacco alla nostra piazza finanziaria» ha dichiarato il consigliere nazionale zurighese (PLR) Hans-Peter Portmann, dirigente bancario. «Da anni gli USA vogliono indebolire la nostra piazza finanziaria, ma spalancano le porte al denaro che arriva loro. Finché il dollaro sarà la valuta dominante, non avremo alcuna possibilità di opporci».
Bene ma si può far meglio
Benché la Svizzera abbia ripreso con celerità le sanzioni contro la Russia, sono emerse lacune nel coinvolgimento dei Cantoni e problematiche circa il ruolo di alcune figure professionali, come gli avvocati. È quanto constata, in un suo rapporto, la Commissione della gestione del Consiglio degli Stati. L’organo parlamentare reputa che le autorità federali abbiano chiarito troppo tardivamente le ambiguità cui sono stati confrontati i Cantoni per quel che riguarda l’esecuzione dell’ordinanza che istituisce provvedimenti in relazione alla situazione in Ucraina. Circa la notifica degli averi di persone o società sanzionate, l’obbligo di annuncio non è definito con sufficiente chiarezza e solleva interrogativi riguardo al suo rapporto con le disposizioni del Codice penale sul segreto professionale, specie degli avvocati.
Stando al rapporto, infatti, la Segreteria di Stato dell’economia (SECO), responsabile dell’applicazione delle sanzioni, spiega che che «il segreto professionale cui sottostanno gli avvocati quando agiscono nell’ambito di attività specifiche al loro settore - come il patrocinio in tribunale - prevale sull’obbligo di notifica previsto nella legge sugli embarghi: in questo caso gli avvocati non sono obbligati a notificare i valori patrimoniali che si presume siano interessati dall’embargo.
La situazione è diversa quando le prestazioni fornite riguardano la gestione di sostanza o le attività fiduciarie. Stando alla SECO, spiega il documento, «la questione potrà essere chiarita in via definitiva soltanto dai tribunali». Tenuto conto della situazione, la commissione chiede al Consiglio federale di procedere ai chiarimenti necessari dal profilo legale e, se del caso, di apportare le debite precisazioni.