Videosorveglianza, effetto deterrente «molto limitato»

Sempre più diffuse ma dall'effetto deterrente quasi nullo: le telecamere negli spazi pubblici sono al centro oggi a Berna del 24. Congresso sulla sicurezza urbana. Esperti, giuristi e forze dell'ordine si confrontano sull'effettiva utilità della videosorveglianza e sui rischi per la sfera privata.
Organizzato dalla Conferenza delle direttrici e dei direttori di sicurezza delle città svizzere (CDSCS), il congresso intende affrontare il tema «sotto tutti gli aspetti», dall'effettiva utilità della videosorveglianza ai casi pratici, passando per le possibilità tecniche e le questioni giuridiche ed etiche.
In Svizzera, la videosorveglianza rientra soprattutto nelle competenze dei Cantoni e dei Comuni. Ad esempio, a Ginevra, la Legge sull'informazione del pubblico, l'accesso ai documenti e la protezione dei dati personali (LIPAD) autorizza le telecamere soltanto per prevenire danni ai beni o alle persone, oppure per monitorare il traffico stradale. «I Comuni e le istituzioni pubbliche ne installano sempre di più, ma deve esserci una giustificazione», osserva Stéphane Werly, incaricato cantonale ginevrino della protezione dei dati e della trasparenza.
Intervistato dall'agenzia Keystone-ATS, spiega che il suo servizio non rilascia autorizzazioni, competenza che spetta generalmente ai Municipi. Fornisce tuttavia consulenza sulla collocazione, sul numero di telecamere, sulla durata di conservazione delle immagini (7 giorni, 3 mesi in caso di danni ai beni) e sul numero di persone autorizzate a visionarle. Il lavoro non è sempre semplice: dopo i furti, la volontà di installare più telecamere può prevalere sulla protezione dei dati personali.
«Ce ne sono ovunque»
Per Francisco Klauser, professore di geografia politica all'Università di Neuchâtel, è impossibile essere consapevoli di tutte le telecamere che ci circondano ogni giorno, «tanto sono diffuse ovunque». Di fronte a questa evoluzione, Stéphane Werly insiste sulla protezione della sfera privata, «qualcosa a cui teniamo molto». Descrive una tensione di fondo: «Ci sono due interessi contrapposti: quello di garantire la sicurezza delle persone e dei beni e quello di non vedere i propri dati personali trattati e conservati.»
Esistono alcune garanzie. Ogni telecamera attiva che raccoglie dati personali deve essere segnalata. Oltre ai cartelli nei luoghi pubblici, una grande maggioranza di Comuni, Città e Cantoni pubblica sul proprio sito internet la posizione delle telecamere, osserva l'incaricato. «Deve esserci trasparenza.»
Stéphane Werly ricorda che «tutti hanno il diritto di chiedere di accedere ai propri dati personali, non serve una 'buona ragione'». Spetta all'istituzione, qualora rifiutasse, di spiegarne il motivo. Tutte le istituzioni pubbliche devono inoltre basarsi su una norma giuridica per giustificare il trattamento dei dati personali. A Ginevra, l'incaricato tiene un «catalogo degli archivi» che elenca i dati detenuti dalle istituzioni pubbliche sui cittadini.
Effetto preventivo «molto limitato, se non inesistente»
Francisco Klauser, specialista in particolare delle questioni legate alla videosorveglianza, sostiene che, contrariamente a quanto si possa sentire e pensare, la sola presenza delle telecamere non basta a diminuire la criminalità. «L'effetto preventivo delle telecamere di sorveglianza negli spazi urbani è molto limitato, se non inesistente», spiega a Keystone-ATS.
Le telecamere possono invece aiutare a chiarire i fatti, ossia a comprendere lo svolgimento di un evento grazie alla visione delle immagini. «L'idea non è necessariamente quella di identificare la persona che commette un reato, ma di capire cosa è successo», aggiunge il professore. Possono anche essere utili durante specifiche operazioni di polizia, ad esempio integrando le loro immagini in tempo reale per guidare le forze dell'ordine. Ma le telecamere da sole non bastano: «servono esseri umani».
Presenza umana piuttosto che telecamere
La popolazione sembra del resto percepirlo. Secondo un'indagine condotta dal professore una decina d'anni fa, essa non si dichiara contraria alle telecamere, ma se potesse scegliere preferirebbe la presenza umana: gli intervistati a favore di un rafforzamento delle pattuglie di polizia sono risultati quattro volte più numerosi. Inoltre, «tre quarti della popolazione accettano la videosorveglianza effettuata dalla polizia, mentre tre quarti rifiutano quella effettuata da privati (banche, negozi di lusso, ecc.)», indica.
È «innegabile» che le telecamere stiano diventando più potenti e più «intelligenti», secondo Francisco Klauser. «Non è di per sé una novità, la videosorveglianza con riconoscimento facciale viene utilizzata da una ventina d'anni.» Per quanto ne sa, tuttavia, attualmente in Svizzera non esiste alcun progetto volto a sorvegliare gli spazi urbani in modo «sistematico».
Francisco Klauser sarà uno dei numerosi relatori del 24. Congresso sulla sicurezza urbana. Giuristi, responsabili della direzione degli affari sociali e della sicurezza, nonché comandanti di polizia prenderanno la parola oggi a Berna.