«Vietare un corteo non ferma l’arrivo di persone violente»

La manifestazione anti-G7 annunciata per il 14 giugno a Ginevra, promossa dalla coalizione No G7 alla vigilia del vertice di Évian, continua a incendiare il dibattito, nonostante il rifiuto del Gran Consiglio di approvare la legge anti-cortei del PLR. Ne parliamo con la consigliera di Stato Carole-Anne Kast.
Signora Kast, l’Esecutivo cantonale ha parlato di un
dispositivo di sicurezza di «ampiezza inedita». Che cosa rende il G7 così
complesso da gestire anche per Ginevra?
«Quando parlo di un dispositivo di
un’ampiezza inedita non mi riferisco soltanto alla manifestazione del 14
giugno. Siamo di fronte a un evento internazionale con un livello di rischio
molto elevato, paragonabile ai grandi vertici ai quali partecipano capi di
Stato e di Governo. Le minacce da considerare sono molteplici e non si limitano
alla contestazione politica. Possono riguardare azioni di estremismo violento, sabotaggi,
cyberattacchi, campagne di disinformazione o tentativi di destabilizzazione. Va
considerata anche la possibilità che gruppi violenti cerchino di approfittare della
mobilitazione per provocare danni o incidenti. Il nostro compito è proteggere
al tempo stesso la popolazione, le infrastrutture strategiche e il corretto
svolgimento del vertice».
Una parte del mondo economico ha lamentato una
comunicazione tardiva. A posteriori, qualcosa poteva essere gestito
diversamente?
«Comprendo queste critiche. Occorre però ricordare che il Cantone
non organizza il vertice e che una parte delle informazioni dipendeva da decisioni
prese altrove, in particolare dalle autorità francesi. Abbiamo dovuto adattare
progressivamente il nostro dispositivo. Avremmo certo potuto comunicare prima, ma
con il rischio di trasmettere indicazioni destinate a cambiare poco dopo. Ho
ritenuto più corretto attendere elementi consolidati. Sul percorso della
manifestazione, invece, i contatti con le persone e le attività direttamente interessate
sono stati avviati per tempo, così da valutare insieme eventuali misure di
protezione».
Le autorità si sono preparate anche allo scenario di un corteo con
decine di migliaia di persone. Qual è la principale preoccupazione dei servizi
di sicurezza?
«Quando si parla di una mobilitazione di queste dimensioni, nessun
responsabile serio può affermare che non vi siano criticità. Temiamo soprattutto
i fenomeni di folla, i movimenti non controllati e la possibilità che alcune persone
partecipino con l’intenzione di provocare incidenti. Vi è inoltre l’eventualità
che gruppi ostili al vertice tentino di sfruttare l’impegno delle forze
dell’ordine lungo il percorso per condurre azioni altrove. Riteniamo di aver
predisposto le misure necessarie, ma sarebbe irresponsabile promettere il
rischio zero. La responsabilità delle autorità consiste nel ridurre al massimo
le criticità, non nell’ignorarle».
Il ponte del Mont-Blanc è diventato il punto
più controverso, anche politicamente. Alcuni volevano permettere ai
manifestanti di attraversarlo. Perché per il Consiglio di Stato è rimasta una
linea non negoziabile?
«Perché l’analisi della polizia porta a concludere che
il suo attraversamento aumenterebbe in modo significativo i rischi. Non è una
questione legata alle attività commerciali o ai possibili danni materiali. Il
problema riguarda prima di tutto la sicurezza dei manifestanti. In una
manifestazione di tali proporzioni, una struttura lunga quasi quattrocento
metri diventa uno spazio dal quale è difficile uscire rapidamente in caso di
emergenza. Se si verificassero malori, movimenti di folla, tensioni o altre
situazioni critiche, i margini di intervento dei soccorsi sarebbero estremamente
limitati. In una strada è possibile creare corridoi di sicurezza o permettere alle
persone di spostarsi lateralmente. Su un ponte, tutto diventa molto più
complesso. La nostra valutazione è che quel livello di rischio non sia
accettabile».
Ha sostenuto che un divieto generale della manifestazione avrebbe
potuto rendere la situazione più difficile da gestire. Perché?
«L’esperienza
dimostra che vietare un corteo non impedisce l’arrivo di persone che vogliono
creare disordini. Si rischia invece di aggiungere un secondo problema, privando
del diritto di manifestare anche cittadini che intendono farlo pacificamente. Dal
punto di vista operativo, una manifestazione autorizzata offre alla polizia maggiori
possibilità di prevenzione, dialogo e intervento. Ci sono interlocutori identificati,
un percorso definito e condizioni concordate. Se tutto venisse proibito, il
rischio sarebbe quello di assistere a iniziative spontanee, diffuse e
imprevedibili, molto più difficili da gestire».
La coalizione «No G7» ha
rinunciato al ponte dopo aver lasciato a lungo spazio all’ipotesi di iniziative
parallele se il percorso originale non fosse stato accettato. È uno scenario
che ancora vi preoccupa?
«Noi prendiamo seriamente in considerazione tutte
le ipotesi. Il Consiglio di Stato ha fissato una linea precisa sulla base delle
valutazioni di sicurezza e continua a privilegiare il dialogo. Il nostro
auspicio è arrivare a una soluzione condivisa, perché ciò consentirebbe di
garantire condizioni migliori per tutti. L’obiettivo rimane evitare qualsiasi
escalation e fare in modo che l’espressione democratica possa svolgersi in un
contesto sicuro».
Nelle ultime settimane ha parlato anche di un’apprensione che
la riguarda personalmente. Ci può dire qualcosa in più?
«Quando si
esercitano responsabilità di governo davanti a un evento di questa portata, è
naturale avvertire una certa inquietudine. Non significa essere pessimisti, ma
essere consapevoli della posta in gioco. Mi auguro che le persone che
desiderano esprimere una posizione politica possano farlo pacificamente, che la
popolazione possa continuare a spostarsi in sicurezza e che le forze impegnate sul
terreno non debbano confrontarsi con episodi di violenza».
Il Gran Consiglio
ha respinto, con 55 voti contrari e 42 favorevoli, la proposta di vietare la
manifestazione. Quel voto dice qualcosa sul difficile equilibrio tra sicurezza e
libertà?
«Credo che la questione di fondo sia proprio questa. Alcuni ritenevano
che la sicurezza imponesse una sospensione temporanea del diritto di
manifestare. Il Consiglio di Stato e la polizia sono giunti a una conclusione
diversa. La nostra valutazione è che un approccio proporzionato, fondato
sull’autorizzazione della manifestazione e su un rigoroso dispositivo di
accompagnamento, sia al tempo stesso più efficace sul piano operativo e più
rispettoso dello Stato di diritto. Il voto del Parlamento ha confermato questa
impostazione».
L’UDC sostiene che la sua appartenenza al PS abbia influito sulla
scelta di autorizzare la manifestazione. È così?
«Non sono d’accordo con questa
interpretazione. La decisione non è stata presa sulla base di calcoli di
partito, ma di analisi di sicurezza e del rispetto dei diritti fondamentali. Del
resto, la soluzione adottata non soddisfa pienamente né coloro che chiedevano
un divieto totale né chi auspicava un percorso molto più ampio. Questo dimostra
che non siamo di fronte a una scelta ideologica, bensì a una ricerca di
equilibrio. Il ruolo di un Governo non è giudicare le opinioni espresse, ma
garantire che possano manifestarsi nel rispetto della legge e della sicurezza collettiva».
