L'intervista

«Vietare un corteo non ferma l’arrivo di persone violente»

La manifestazione anti-G7 annunciata per il 14 giugno a Ginevra, promossa dalla coalizione No G7 alla vigilia del vertice di Évian, continua a incendiare il dibattito: ne parliamo con la consigliera di Stato Carole-Anne Kast
©REUTERS/DENIS BALIBOUSE
Matteo Galasso
05.06.2026 15:01

La manifestazione anti-G7 annunciata per il 14 giugno a Ginevra, promossa dalla coalizione No G7 alla vigilia del vertice  di Évian, continua  a incendiare il dibattito, nonostante il rifiuto del Gran Consiglio di approvare la legge anti-cortei del PLR. Ne parliamo con  la consigliera di Stato Carole-Anne Kast.

Signora Kast, l’Esecutivo cantonale ha parlato di un dispositivo di sicurezza di «ampiezza inedita». Che cosa rende il G7 così complesso da gestire anche per Ginevra?
«Quando parlo di un dispositivo di un’ampiezza inedita non mi riferisco soltanto alla manifestazione del 14 giugno. Siamo di fronte a un evento internazionale con un livello di rischio molto elevato, paragonabile ai grandi vertici ai quali partecipano capi di Stato e di Governo. Le minacce da considerare sono molteplici e non si limitano alla contestazione politica. Possono riguardare azioni di estremismo violento, sabotaggi, cyberattacchi, campagne di disinformazione o tentativi di destabilizzazione. Va considerata anche la possibilità che gruppi violenti cerchino di approfittare della mobilitazione per provocare danni o incidenti. Il nostro compito è proteggere al tempo stesso la popolazione, le infrastrutture strategiche e il corretto svolgimento del vertice».

Una parte del mondo economico ha lamentato una comunicazione tardiva. A posteriori, qualcosa poteva essere gestito diversamente?
 «Comprendo queste critiche. Occorre però ricordare che il Cantone non organizza il vertice e che una parte delle informazioni dipendeva da decisioni prese altrove, in particolare dalle autorità francesi. Abbiamo dovuto adattare progressivamente il nostro dispositivo. Avremmo certo potuto comunicare prima, ma con il rischio di trasmettere indicazioni destinate a cambiare poco dopo. Ho ritenuto più corretto attendere elementi consolidati. Sul percorso della manifestazione, invece, i contatti con le persone e le attività direttamente interessate sono stati avviati per tempo, così da valutare insieme eventuali misure di protezione».

Le autorità si sono preparate anche allo scenario di un corteo con decine di migliaia di persone. Qual è la principale preoccupazione dei servizi di sicurezza?
«Quando si parla di una mobilitazione di queste dimensioni, nessun responsabile serio può affermare che non vi siano criticità. Temiamo soprattutto i fenomeni di folla, i movimenti non controllati e la possibilità che alcune persone partecipino con l’intenzione di provocare incidenti. Vi è inoltre l’eventualità che gruppi ostili al vertice tentino di sfruttare l’impegno delle forze dell’ordine lungo il percorso per condurre azioni altrove. Riteniamo di aver predisposto le misure necessarie, ma sarebbe irresponsabile promettere il rischio zero. La responsabilità delle autorità consiste nel ridurre al massimo le criticità, non nell’ignorarle».

Il ponte del Mont-Blanc è diventato il punto più controverso, anche politicamente. Alcuni volevano permettere ai manifestanti di attraversarlo. Perché per il Consiglio di Stato è rimasta una linea non negoziabile?
«Perché l’analisi della polizia porta a concludere che il suo attraversamento aumenterebbe in modo significativo i rischi. Non è una questione legata alle attività commerciali o ai possibili danni materiali. Il problema riguarda prima di tutto la sicurezza dei manifestanti. In una manifestazione di tali proporzioni, una struttura lunga quasi quattrocento metri diventa uno spazio dal quale è difficile uscire rapidamente in caso di emergenza. Se si verificassero malori, movimenti di folla, tensioni o altre situazioni critiche, i margini di intervento dei soccorsi sarebbero estremamente limitati. In una strada è possibile creare corridoi di sicurezza o permettere alle persone di spostarsi lateralmente. Su un ponte, tutto diventa molto più complesso. La nostra valutazione è che quel livello di rischio non sia accettabile».

Ha sostenuto che un divieto generale della manifestazione avrebbe potuto rendere la situazione più difficile da gestire. Perché?
«L’esperienza dimostra che vietare un corteo non impedisce l’arrivo di persone che vogliono creare disordini. Si rischia invece di aggiungere un secondo problema, privando del diritto di manifestare anche cittadini che intendono farlo pacificamente. Dal punto di vista operativo, una manifestazione autorizzata offre alla polizia maggiori possibilità di prevenzione, dialogo e intervento. Ci sono interlocutori identificati, un percorso definito e condizioni concordate. Se tutto venisse proibito, il rischio sarebbe quello di assistere a iniziative spontanee, diffuse e imprevedibili, molto più difficili da gestire».

La coalizione «No G7» ha rinunciato al ponte dopo aver lasciato a lungo spazio all’ipotesi di iniziative parallele se il percorso originale non fosse stato accettato. È uno scenario che ancora vi preoccupa?
«Noi prendiamo seriamente in considerazione tutte le ipotesi. Il Consiglio di Stato ha fissato una linea precisa sulla base delle valutazioni di sicurezza e continua a privilegiare il dialogo. Il nostro auspicio è arrivare a una soluzione condivisa, perché ciò consentirebbe di garantire condizioni migliori per tutti. L’obiettivo rimane evitare qualsiasi escalation e fare in modo che l’espressione democratica possa svolgersi in un contesto sicuro».

Nelle ultime settimane ha parlato anche di un’apprensione che la riguarda personalmente. Ci può dire qualcosa in più?
«Quando si esercitano responsabilità di governo davanti a un evento di questa portata, è naturale avvertire una certa inquietudine. Non significa essere pessimisti, ma essere consapevoli della posta in gioco. Mi auguro che le persone che desiderano esprimere una posizione politica possano farlo pacificamente, che la popolazione possa continuare a spostarsi in sicurezza e che le forze impegnate sul terreno non debbano confrontarsi con episodi di violenza».

Il Gran Consiglio ha respinto, con 55 voti contrari e 42 favorevoli, la proposta di vietare la manifestazione. Quel voto dice qualcosa sul difficile equilibrio tra sicurezza e libertà?
«Credo che la questione di fondo sia proprio questa. Alcuni ritenevano che la sicurezza imponesse una sospensione temporanea del diritto di manifestare. Il Consiglio di Stato e la polizia sono giunti a una conclusione diversa. La nostra valutazione è che un approccio proporzionato, fondato sull’autorizzazione della manifestazione e su un rigoroso dispositivo di accompagnamento, sia al tempo stesso più efficace sul piano operativo e più rispettoso dello Stato di diritto. Il voto del Parlamento ha confermato questa impostazione».

L’UDC sostiene che la sua appartenenza al PS abbia influito sulla scelta di autorizzare la manifestazione. È così?
«Non sono d’accordo con questa interpretazione. La decisione non è stata presa sulla base di calcoli di partito, ma di analisi di sicurezza e del rispetto dei diritti fondamentali. Del resto, la soluzione adottata non soddisfa pienamente né coloro che chiedevano un divieto totale né chi auspicava un percorso molto più ampio. Questo dimostra che non siamo di fronte a una scelta ideologica, bensì a una ricerca di equilibrio. Il ruolo di un Governo non è giudicare le opinioni espresse, ma garantire che possano manifestarsi nel rispetto della legge e della sicurezza collettiva».