Violenza domestica e femminicidi, i rischi legati a un'età più avanzata

«Le panchine rosse sono simboli importanti, ma non possono sostituire ciò che serve davvero: risorse, protezione e prevenzione. La memoria non basta. Servono politiche concrete e finanziamenti adeguati». Il collettivo «Io l’8 ogni giorno» parte dal terzo femminicidio registrato nel 2026 in Ticino per invitare presso la simbolica panchina rossa tutte e tutti al presidio di domani, alle 18, in piazza Simen a Bellinzona. Nella sua nota, il collettivo riporta l’attenzione di tutti sulla vittima del femminicidio di Faido, «una persona con una storia, relazioni, affetti e una vita che meritava di continuare». Tre i femminicidi in Ticino - oltre alla 56.enne di Faido, sono state uccise una 46.enne a Bellinzona il 28 gennaio e un’altra donna a Gnosca, il 13 febbraio -, già diciassette in tutta la Svizzera, oltre al tentato femminicidio di Bubendorf, Basilea Campagna, a metà febbraio. L’8 luglio, quindi alla vigilia dei fatti di Faido, un’altra donna, una 40.enne ucraina, era stata uccisa a Erlen, canton Turgovia. E le autorità hanno fermato un 53.enne tedesco, che altri non era che l’ex compagno. Un vicino di casa, al Blick, ha poi affermato: «Me lo aspettavo. È assurdo che sia dovuto accadere». Un anno fa, infatti, la polizia locale era già intervenuta per violenza domestica. Lo stesso vicino ha poi aggiunto: «L’uomo non è riuscito a superare la rottura». Gli era infatti stato imposto il divieto di contattare l’ex compagna. Il collettivo «Io l’8 ogni giorno», in questo senso, sottolinea: «La violenza contro le donne non nasce dal nulla: cresce in una cultura che continua a tollerare sessismo, umiliazioni e rappresentazioni degradanti».
Sopra i cinquant’anni
La NZZ am Sonntag è tornata sul tema. E citando un nuovo studio scientifico a lungo termine condotto dall’Università di San Gallo, scrive: «Ciò che spesso passa inosservato è che, mentre crimini come aggressioni o stupri sono statisticamente più probabili per gli uomini più giovani, i femminicidi mostrano un profilo anagrafico opposto». E riporta un virgolettato della professoressa di Diritto penale Nora Markwalder, pure responsabile del programma svizzero di monitoraggio dei femminicidi: «Nei casi di femminicidio commessi dal partner, l’età media è molto più alta». Anche nel 2025, stando ai dati citati dal domenicale, «oltre la metà di tutti gli omicidi in ambito familiare è stata commessa da uomini di età superiore ai 50 anni». Più di cinquant’anni aveva anche l’uomo autore del crimine di Faido, così come l’uomo sospettato dell’omicidio di Erlen. Un’altra ricercatrice, Delphine Roulet Schwab, professoressa all’Alta scuola della sanità di Losanna e presidente del Centro di competenza nazionale «Vecchiaia senza violenza», spiegava al 24 Heures: «Molti casi di violenza domestica vengono commessi da persone nella seconda metà della loro vita, perché la violenza domestica, soprattutto nelle relazioni, si sviluppa generalmente nel corso di un lungo periodo». Ma non solo: «È ulteriormente aggravata da crisi esistenziali come il pensionamento». Insomma, il passaggio alla pensione è visto come un momento di potenziale rischio negli equilibri domestici. Non è un caso, allora, se le cifre relative alla criminalità mostrano un importante aumento degli omicidi commessi da autori di età superiore ai settant’anni. E infine, c’è anche l’aspetto delle difficoltà nel chiedere aiuto. «Le generazioni più anziane spesso attribuiscono grande importanza al mantenere privati i problemi che considerano tali», ha aggiunto Schwab alla NZZ am Sonntag. Quindi, da un lato potrebbe esserci la mancanza di strumenti per chiedere aiuto, dall’altra il pudore derivante proprio dalla cultura citata dal collettivo «Io l’8 ogni giorno».
Gli spazi di denuncia
La necessità di spazi e di soluzioni per denunciare le violenze è sempre all’ordine del giorno. Basterebbe ricordare, in questo senso, il successo già riscosso nel primo mese dalla nuova hotline nazionale di ascolto. Nel solo mese di maggio, il «142» in Ticino ha ricevuto 122 chiamate, con una media di 4 al giorno. Ottanta di queste telefonate sono arrivate in orario d’ufficio, quando dall’altra parte del telefono rispondono le operatrici del Servizio per l’aiuto alle vittime di reati (LAV). Le restanti 42 - fuori orario - sono state gestite dal personale della Federazione cantonale Servizi Autoambulanze (FCTSA) appositamente formato. La Svizzera ha dovuto aspettare tanto, troppo, per avere questo numero dedicato. Ora, come dimostrano le riflessioni proposte anche dall’Università di San Gallo, un registro dei femminicidi - come richiesto da più parti politiche e suggerito dall’ONU -, potrebbe essere il prossimo passo da compiere nella giusta direzione.