Virus Shamonda, primo contagio umano in Francia: in Svizzera colpiti circa 200 animali

Un virus che fino a pochi mesi fa era conosciuto soprattutto per la sua circolazione negli animali è stato individuato, per la prima volta al mondo, anche nell’uomo. Il caso è stato segnalato in Francia, dove un paziente con il sistema immunitario gravemente compromesso è morto all’inizio di ottobre all’ospedale di Lione. Le complicazioni cerebrali riscontrate potrebbero essere collegate all’infezione da virus Shamonda, anche se sono ancora in corso accertamenti per confermare il nesso causale.
Il virus in Svizzera e in Ticino
Ma la notizia riguarda da vicino anche la Svizzera. Secondo l’Istituto di virologia e immunologia (IVI), al 14 ottobre erano stati confermati quasi 200 casi positivi negli animali in 22 Cantoni, tra cui il Ticino, dove il 20 agosto il risultato delle analisi è stato positivo per alcuni bovini.
Il virus era stato individuato per la prima volta nel nostro Paese il 31 luglio, in campioni prelevati da bovini con febbre, diarrea e un calo della produzione di latte. In seguito, è stato rilevato anche in feti bovini abortiti e nel tessuto cerebrale di cavalli affetti da gravi disturbi neurologici (encefalomielite e vasculite) . Si tratta della prima comparsa in Svizzera di un altro virus del sierogruppo Simbu dopo il primo focolaio del virus di Schmallenberg nel 2012.
L’IVI segnala che la fase acuta dell’ondata sembra ora attenuarsi, ma sottolinea comunque l’importanza di continuare a monitorare la situazione, in particolare durante l’inverno, analizzando gli aborti e gli animali giovani con malformazioni o anomalie.
Come si trasmette
Lo Shamonda appartiene al genere Orthobunyavirus e al sierogruppo Simbu. La trasmissione avviene attraverso la puntura di piccoli moscerini del genere Culicoides, che possono diffondere il virus tra gli animali. Nel caso francese, questa è l’ipotesi principale, ma non è ancora stata identificata la specie responsabile.
Le autorità sanitarie francesi considerano il caso eccezionale, anche in ragione delle condizioni molto fragili del paziente. L’Organizzazione mondiale della sanità e il Centro europeo per la prevenzione e il controllo delle malattie (Ecdc) sono stati informati.
Al momento non vi sono evidenze di trasmissione diretta dai bovini all’uomo né di contagio da persona a persona. Il rischio per la popolazione generale è quindi fortunatamente considerato molto basso.
I rischi per gli animali
Il virus è stato isolato per la prima volta nei bovini in Nigeria già nel 1965. Negli animali può provocare febbre (anche superiore ai 40°C per 1-2 giorni), inappetenza, diarrea e una forte diminuzione della produzione di latte. Particolare attenzione è rivolta agli effetti durante la gestazione: il virus è stato individuato anche in feti bovini abortiti e si ipotizza che possa essere trasmesso dalla madre al feto, provocando aborti.
In Svizzera sono stati inoltre identificati due cavalli con gravi patologie neurologiche, nei cui tessuti cerebrali è stato rilevato materiale genetico del virus. Le analisi hanno mostrato una stretta affinità con i ceppi circolanti contemporaneamente nei bovini.
Si tratta di un risultato rilevante, perché amplia lo spettro degli animali nei quali il virus è stato individuato. Sono tuttavia necessari ulteriori studi per chiarire pienamente le conseguenze dell’infezione.
Nessun vaccino, ma nessun allarme alimentare
Al momento non esistono tuttavia vaccini né trattamenti antivirali specifici contro il virus in questione. La prevenzione si concentra sulla protezione degli animali dagli insetti vettori e sulle misure di biosicurezza negli allevamenti.
Per le persone, invece, non sono stati identificati rischi legati al consumo di carne o latte e non sono nemmeno previste restrizioni alimentari. Le normali precauzioni contro le punture di insetti, come l’uso di repellenti e di indumenti coprenti, restano comunque una misura prudenziale.
La priorità, per gli esperti, è continuare a seguire l’evoluzione del virus e individuare tempestivamente eventuali nuove infezioni. Il primo caso umano in Francia aggiunge quindi un elemento importante al quadro epidemiologico, ma, sulla base delle informazioni disponibili, non modifica in ogni caso la valutazione di un rischio molto basso per la popolazione generale.
