L'editoriale

Tanta amarezza, ma che avventura indimenticabile

La semifinale era vicinissima, da qui l'enorme delusione, ma la Svizzera ha dimostrato che con la forza del gruppo si possono tramutare i sogni in realtà
La fine di un Mondiale storico per i rossocrociati. © AMY KONTRAS
Massimo Solari
12.07.2026 13:15

Da dove iniziare. Dall’orgoglio? Dall’amarezza? O da quei maledetti «se»? Stilare un bilancio del Mondiale rossocrociato, dopo quanto accaduto nei quarti di finale contro l’Argentina, è un esercizio per certi versi straziante. Perché la partita andata in scena al Kansas City Stadium l’avete vista tutti. E perché il confine tra l’eliminazione e un traguardo che sarebbe stato tanto inaudito, quanto meritato, si è rivelato sottilissimo. È l’ora della lucidità, dovrebbe esserlo, ma le emozioni – anche a così tante ore dalla tremenda sconfitta ai supplementari contro l’Argentina – continuano a non darci tregua. Così come il rosso sventolato da João Pedro da Silva Pinheiro in faccia a Breel Embolo. Sì, fa più male del 2014, e ciò a fronte di una prestazione che, per davvero, avrebbe dovuto fare rima con penultimo atto.

E allora iniziamo dall’orgoglio, per un’avventura che ricorderemo e che ricorderete per sempre. Sbocciato con un risultato clamoroso e tante critiche, il torneo americano si è chiuso tra gli applausi e la consapevolezza di aver realizzato qualcosa di memorabile. Eroi moderni, gli uomini di Murat Yakin hanno acceso l’intera Nazione, superando i propri limiti e non poche avversità. A contare, dunque, non sono solo la meta raggiunta e quella che, irresistibile, si stava stagliando all’orizzonte, in una notte calda e generosa nel Midwest. È il come ci siamo riusciti. Ed è anche il modo, struggente, che ci stava permettendo di prendere il sopravvento sui campioni del mondo.

Che coraggio, che solidarietà e che mentalità. Che grande Svizzera è stata quella che, a lungo, ha annichilito l’esercito di Messi e fatto dubitare un popolo intero. A spegnere l’ardore rossocrociato, ahinoi, è stato un cavillo. Per quanto al limite, direttore di gara e VAR hanno interpretato correttamente il regolamento, applicando una delle novità introdotte per questa competizione. Ma se lo smanioso interventismo della FIFA non ha falsato la sfida, le ha senza dubbio rubato l’anima, sferrando un colpo micidiale a quella, immensa, dei giocatori in campo. Eccola, dunque, l’amarezza e persino la rabbia che non ne vogliono sapere di andarsene, accanendosi lungo l’argine delle nostre palpebre e di quelle di milioni di tifosi.

Proprio così, siamo a quei maledetti «se». Alla frustrazione e alla disillusione che appartengono solo ai condizionali. Poiché è inevitabile spaccarsi la testa, ancora e ancora, chiedendosi quale epilogo avrebbe conosciuto un’Argentina-Svizzera affrontata, sino all’ultimo, ad armi pari. Così come è lecito domandarsi dove avrebbe potuto trascinarci – se il ginocchio non lo avesse tradito - quel fenomeno di Johan Manzambi. L’infausta defezione di colui che è destinato a diventare la principale attrazione elvetica, tuttavia, rischia di tramutarsi nel messaggio più prezioso del Mondiale appena tramontato. Basta soppesare, con oggettività, l’undici schierato nella partita più importante nella storia moderna del calcio rossocrociato, e fare altrettanto con gli elementi subentrati in corso d’opera.

A conquistare, una volta di più, il cuore degli svizzeri non è stata una rosa infarcita di talento e pezzi da novanta. Non siamo questo. E, verosimilmente, non lo saremo mai. A regalarci un mese indimenticabile è stato un collettivo che ha fatto tesoro dell’esperienza, delle ambizioni e dello spessore di una generazione di calciatori che ha cambiato definitivamente il DNA della Nazionale. Ammettiamolo: il futuro, una volta calato il sipario sul Mondiale americano, avrebbe potuto fare paura. Invece no. Grazie all’esempio di un capitano testardo, a cui piace sognare con i fatti, e a un commissario tecnico abile e al contempo sfacciato, la via da percorrere dispone di fondamenta solide. E allora, cara e incredibile Svizzera, tieniti stretti l’orgoglio, l’amarezza e un sano sentimento di rivalsa. Non si tratta di ripartire. Ma di insistere. 

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