Tapola: «La musica che ho studiato ora è parte del mio hockey»

L’Ambrì Piotta sta volando. Dietro l’inizio di stagione che ha portato i leventinesi ad occupare momentaneamente il quarto posto, c’è la filosofia di gioco di coach Jussi Tapola. In attesa dello scontro diretto di questa sera contro il Friburgo, andiamo alla scoperta del 52.enne finlandese.
Jussi Tapola, innanzitutto come sta?
«Bene. Quando si vince tutto è più facile. Sono entusiasta in vista della partita di oggi e delle ultime due settimane prima della pausa».
Dopo la partita contro il Servette si è addirittura fermato a spillare birre alla Gottardo Arena. C’era qualcosa da festeggiare?
«Avevamo organizzato un evento per i tifosi sotto il tendone e il compito dei giocatori era quello di spillare la birra per i fan. Io passavo loro le birre. Una semplice catena di montaggio, niente di più».
Com’era Jussi Tapola da giovane? Scatenato o tranquillo?
«Piuttosto tranquillo. Ai tempi non c’erano cellulari né Internet. Io mi intrattenevo praticando moltissimo sport: tennis, hockey, calcio, corsa, atletica leggera, sci. Ero sempre in movimento. Ciononostante, vivevo le partite con grande intensità emotiva».
Se non erro ha studiato anche musica: pianoforte e canto…
«Lo confermo».
Era uno studente portato?
«No. Se ho raggiunto un certo livello è perché mi sono impegnato tanto. È stata mia madre ad obbligarmi a studiare pianoforte, anche se a me interessava solo lo sport, in tutte le sue forme. Lei insegnava in una scuola di musica per bambini e voleva che imparassi a suonare uno strumento».
Per quanti anni ha studiato musica?
«Otto. Dai sette ai quindici anni. Ho anche completato il percorso alla scuola di musica, conseguendo il diploma. Ero in grado di suonare il pianoforte, anche se in seguito mi sono dedicato maggiormente alla chitarra».
La musica l’ha accompagnata anche più avanti. Quando è diventato maestro faceva infatti parte delle materie che insegnava ai suoi ragazzi...
«Sì, averlo imparato a suonare il pianoforte mi è tornato sicuramente utile».
Il mondo della musica fa ancora parte della sua vita?
«Certo. La musica aiuta a rilassarsi, a ritrovare la calma, a gestire le emozioni e a recuperare energie positive. Ascolto molta musica in palestra, durante gli allenamenti, prima delle partite e anche durante i viaggi in autobus».
Per imparare a suonare uno strumento servono pazienza, impegno e senso del ritmo. Sbaglio o sono gli ingredienti del suo hockey?
«Sei perspicace (sorride, ndr). Lo ammetto: penso che la musica abbia molto a che fare con lo sport. Una partita presenta ritmi diversi, come una melodia. La musica permette inoltre di gestire le emozioni. Aiuta a calmarsi, addormentarsi e anche caricarsi. Può influire moltissimo sul nostro stato emotivo».
Ci sono momenti in cui ascoltate musica tutti insieme o è un’attività individuale?
«Entrambe le cose. Prima delle partite c’è un momento comunitario. Di solito un DJ sceglie le canzoni e il resto della squadra esprime la propria preferenza. Un pollice in su per approvare, altrimenti si chiede di passare alla successiva. Una cosa è certa: a Miles Müller piace la musica rap (sorride, ndr)».
Torniamo al ghiaccio. Che tipo di giocatore era?
«Un pattinatore piuttosto bravo, anche se non ero particolarmente alto o robusto. Non ero forte nei duelli, ma avevo una tecnica discreta. Avevo un livello medio per una seconda lega».
Non è mai arrivato ai massimi livelli. Ma ad un certo punto ha preso la strada del coaching e, come allenatore, ha vinto molto. In questo pare essere portato…
«Sono diventato allenatore quasi per caso. Dopo aver studiato per diventare istruttore sportivo e insegnante, ho lavorato cinque anni in una scuola, continuando a giocare a hockey e collaborando con la Federazione finlandese. Quando la squadra di Hämeenlinna perse un allenatore dell’U18, mi chiesero di dare una mano. Dopo tre anni con l’U18 e il passaggio all’U20, Jukka Rautakorpi, uno dei migliori allenatori finlandesi, mi propose di entrare nello staff di una squadra di prima lega. Da allora sono passati quindici anni. Ho capito che allenare era più adatto a me rispetto all’insegnamento a scuola perché mi permetteva di esprimere anche le mie emozioni».
Poi è arrivato il trasferimento in Cina. Come mai?
«Dopo aver vinto due campionati in Finlandia, ho sentito il bisogno di cercare nuove sfide. L’opportunità è arrivata dalla Cina, con la KHL, che all’epoca disputava molte partite in Russia, pur avendo la propria base nel Paese asiatico. È stata una grande avventura, che mi ha permesso di scoprire una nuova cultura e uno stile di gioco diverso».
È vero che a un certo punto le hanno offerto dei vermi da mangiare?
«Credo fosse uno scherzo. Mi hanno portato un piatto dicendomi che erano vermi, ma era solo una pietanza che vi somigliava (ride, ndr). Durante il soggiorno, però, ho visitato alcuni ristoranti con cibi piuttosto particolari».
Quando è arrivato qui in Ticino, invece, c’è stato qualcosa che l’ha sorpresa?
«Sì, in positivo. Non mi aspettavo tifosi così appassionati, né un interesse per lo sport così forte, accompagnato da tanta attenzione mediatica. Dopo l’esperienza a Berna, pensavo che l’ambiente fosse più tranquillo e riservato. Invece in Ticino ho trovato tantissime persone coinvolte».
Guardando alla sua intera carriera, cosa la rende maggiormente fiero?
«I giocatori che, durante o dopo la carriera, mi hanno detto di aver apprezzato il mio lavoro per aiutarli a crescere. Il rapporto non è sempre stato semplice. A volte ho dovuto spronarli con decisione, parlando in modo diretto e sincero. Quando ci rincontriamo, però, ricordano conversazioni, allenamenti o momenti specifici che li hanno aiutati».
E un periodo davvero buio?
«L’inizio della mia esperienza da capo allenatore (con la nazionale U18, ndr). Fu un autunno difficile, segnato da tantissime sconfitte. Io, inesperto, arrivai vicino all’esonero. Poco prima di Natale, però, vincemmo una partita che probabilmente salvò la mia carriera e la stagione della squadra, poi capace di raggiungere la finale».
Quanto è complicato cambiare vita e lasciare indietro la famiglia?
«Parecchio. Io sono in Ticino, mentre la mia famiglia vive a Kirchberg, nella zona di Berna. Riusciamo comunque a restare in contatto e, ora che i figli hanno 18 e 17 anni, la distanza è più facile da gestire. Sono però molto felice della sfida che sto vivendo e onorato di allenare l’Ambrì Piotta. Finora l’esperienza sta andando molto bene».
Suo figlio gioca a hockey, mentre sua figlia?
«Va a cavallo e frequenta il liceo, mentre mio figlio studia alla scuola commerciale. Entrambi amano la Svizzera. All’inizio mio figlio era entusiasta del trasferimento, mentre con nostra figlia abbiamo dovuto parlare a lungo, perché avrebbe lasciato amiche e abitudini in Finlandia. Ora, però, nessuno dei due vuole più andarsene».
Tra dieci anni come le piacerebbe che venisse ricordato il suo periodo ad Ambrì?
«Per aver contribuito a costruire una cultura solida e vincente, mantenendo e valorizzando i principi biancoblù».
