Tassa sulla salute e ristorni, spunta un ulteriore assist giuridico

C’è un nuovo elemento giuridico nella vertenza sulla tassa della salute, il contributo adottato dal Parlamento italiano destinato ai «vecchi frontalieri». Secondo una mozione interpartitica presentata da Cristina Maderni (PLR), la misura violerebbe anche l’Accordo sulla libera circolazione tra la Svizzera e l’Unione europea.
Questo contributo, pur non essendo formalmente basato sulla nazionalità, «colpisce specificamente i lavoratori frontalieri che esercitano la propria attività professionale in Svizzera». Pertanto, si legge nell’atto parlamentare, tale tassa costituisce «un onere economico aggiuntivo direttamente legato all’esercizio di un’attività transfrontaliera».
Ebbene, secondo la giurisprudenza della Corte di Giustizia UE, «qualsiasi misura che renda meno attrattivo lavorare in un altro Stato è una restrizione alla libera circolazione».
In altre parole, tenuto conto che la tassa della salute grava esclusivamente o prevalentemente sui frontalieri che lavorano in Svizzera – riducendone il reddito netto e introducendo un trattamento di sfavore –, tale contributo non può che violare l’accordo di libera circolazione.
«Non solo», aggiunge, raggiunta dal Corriere del Ticino, la prima firmataria Cristina Maderni: «Con la mozione vogliamo sottolineare anche un altro meccanismo particolarmente problematico. Parte delle risorse raccolte dalla tassa verrebbe infatti destinata a incrementare e trattenere il personale medico e infermieristico italiano nelle aree di confine. Questo viola, una volta di più, il principio di libera circolazione», osserva la deputata liberale radicale.
Insomma, da una parte la tassa penalizza economicamente i vecchi frontalieri, dall’altra introduce un incentivo economico per rafforzare l’attrattività del lavoro nel sistema sanitario italiano nelle regioni di frontiera, incidendo, di fatto, sulle dinamiche del mercato del lavoro frontaliero. Di qui, appunto, la violazione dell’accordo di libera circolazione.
Le argomentazioni parlamentari si inseriscono in un dibattito già piuttosto acceso. A inizio mese, infatti, il Consiglio di Stato ha reso pubblici i risultati di una perizia giuridica appositamente commissionata. L’analisi, affidata al professor Pascal Hinny, ordinario di diritto tributario all’Università di Friburgo, è giunta a una conclusione netta. La «tassa della salute» è, nella sua sostanza, un’imposta – non un semplice contributo – e la sua applicazione ai lavoratori frontalieri viola gli accordi fiscali internazionali tra Italia e Svizzera. In particolare, poiché il contributo viene calcolato in base al reddito, la perizia lo qualifica come una vera e propria imposta sul reddito. Come tale, entrerebbe in conflitto con la Convenzione fiscale italo-svizzera e con l’accordo sui lavoratori frontalieri. Insomma, l’Italia non potrebbe applicarlo ai «vecchi frontalieri» senza violare gli accordi internazionali in vigore.
Ora, come detto, accanto a queste argomentazioni che vertono sull’accordo fiscale, se ne sono aggiunte di nuove, basate sull’Accordo di libera circolazione delle persone.
«Nelle prossime settimane il Consiglio di Stato dovrà decidere in merito al versamento a Berna dei ristorni dei frontalieri. Anche a fronte di questo nuovo elemento, riteniamo che vi siano tutti i presupposti per bloccare i ristorni, in attesa che Berna si attivi per chiarire le posizioni con l’Italia», commenta infine Maderni.
Insomma, in vista di questa scadenza, l’atto parlamentare sottoscritto da Fiorenzo Dadò (Centro), Daniele Piccaluga (Lega), Gianluca Padlina (Centro), Matteo Quadranti (PLR), Andrea Sanvido (Lega) e Alessandro Speziali (PLR) rappresenta anche un sostegno politico a procedere in questa direzione, nonostante Berna abbia espresso il suo parere contrario.
