Politica

«Ticino 2020 va chiuso»

Una mozione targata PLR e sostenuta anche da Centro, UDC e Verdi chiede di tirare una riga sul progetto cercando però di salvarne alcune parti – La riforma, le cui origini risalgono al 2015, non è mai davvero sbocciata - Speziali: «Ora è necessario proseguire in modo mirato e settoriale» – Gobbi: «Salvaguardiamo gli elementi positivi»
© CdT/Gabriele Putzu
Giona Carcano
06.02.2026 16:37

«Chiudere Ticino 2020». Dopo averlo annunciato, il PLR è passato ai fatti formalizzando la richiesta al Consiglio di Stato tramite una mozione interpartitica. A firmare il documento, infatti, sono stati anche esponenti di Centro, UDC e Verdi. Dopo una lunga serie di critiche ricevute da quasi tutte le aree politiche nel corso degli anni, il progetto – le cui origini risalgono addirittura al 2015 – potrebbe dunque avviarsi verso la sua conclusione. Un progetto mai veramente sbocciato, come viene sottolineato nella mozione. «Il lavoro avrebbe dovuto svilupparsi grazie a diversi gruppi settoriali, incaricati di analizzare in profondità singoli ambiti (compiti, flussi, perequazione, organizzazione) e di formulare raccomandazioni operative», scrivono i deputati. «Al termine di tali lavori, il Consiglio di Stato si era impegnato a sottoporre al Gran Consiglio 7 specifici messaggi governativi con proposte concrete di riforma». Nel frattempo, tuttavia, nessun messaggio è riuscito ad arrivare all’attenzione del Parlamento. «La situazione di stallo attuale è ben lontana dagli intenti iniziali, le regole originarie e la proposta di un nuovo assetto Cantone-Comuni, capace di ammodernare il nostro federalismo e rinvigorire l’autonomia comunale».

Lavori fermi

Insomma, tirando le somme, la riforma Ticino 2020 non ha prodotto risultati tangibili, come evidenzia ancora la mozione. «I lavori dei gruppi si sono progressivamente rallentati fino, di fatto, ad arrestarsi, senza che vi sia stata una comunicazione formale di chiusura del progetto o una valutazione complessiva dei suoi esiti. Abbiamo semmai uno scambio di corrispondenza tra Cantone e Comuni, tutt’altro che rassicurante». A mancare è anche un bilancio complessivo e concreto del progetto, cosa che «rende difficile per il Gran Consiglio (e non solo) capire quali raccomandazioni siano state formulate e per quali motivi le riforme annunciate non siano sfociate in atti legislativi o regolamentari concreti, malgrado il credito concesso e le aspettative generate. Il punto critico, stando all’Associazione dei Comuni, sembra essere in particolare il principio di neutralità fiscale». I deputati hanno anche criticato l’impostazione di Ticino 2020, strutturata con un certo «dipartimentalismo».

Il «gigantismo»

Secondo i mozionanti, uno dei problemi intrinsechi al progetto è il suo carattere «onnicomprensivo». Un «gigantismo» che col passare degli anni ne ha snaturato gli intenti. «Il contesto politico e istituzionale è evoluto: il consolidamento delle aggregazioni comunali, una perequazione indiretta tutt’altro che secondaria, la crescita degli oneri nei settori anziani, assistenza e trasporti e il dibattito sulle competenze hanno mostrato i limiti di una grande riforma, alimentando la convinzione che una revisione globale sul modello TI2020 non sia più realisticamente perseguibile, con l’effetto di frenare altre riforme». Uno degli esempi citati è la riforma delle Autorità regionali di protezione, incagliatasi per parecchio tempo anche a causa di Ticino 2020. Solo una volta scorporata dal progetto è riuscita a vedere la luce con un primo voto positivo in Parlamento arrivato lo scorso gennaio.

Di qui, le principali richieste al Governo: presentare un messaggio di chiusura formale del progetto TI2020, che faccia il punto in modo sistematico sul lavoro svolto, i risultati raggiunti e le raccomandazioni emerse; spiegare le ragioni politiche, organizzative e operative per cui le riforme inizialmente previste non hanno trovato attuazione; indicare chiaramente se, in che misura e in quali ambiti i contenuti potranno ancora essere utilizzati come base per futuri interventi; confermare l’intenzione di procedere in futuro tramite messaggi tematici settoriali mirati; di precisare, nel medesimo messaggio di chiusura, come si intenda strutturare il dialogo con i Comuni nella definizione dei futuri messaggi settoriali.

«Facciamo passi avanti»

Come si può intuire dalle richieste formulate nella mozione interpartitica, l’obiettivo è sì la chiusura di Ticino 2020, ma cercando di salvare il salvabile. «Avvertivamo da tempo la necessità di dare un segnale concreto», spiega al Corriere del Ticino Alessandro Speziali, presidente del PLR e primo firmatario. «Il senso della mozione è quello di chiudere Ticino 2020 per fare passi in avanti». Non tutto, quindi, è da buttare. «In questi anni ci sono stati moltissimi incontri fra i due livelli istituzionali, ed è stato speso anche parecchio denaro», sottolinea Speziali. «Chiudendo Ticino 2020 si ha la possibilità di riprendere i singoli cantieri portati avanti sin qui e rilanciarli. Certo, però, che il tempo e le risorse impiegati nella riforma avrebbero potuto essere spesi meglio. Ora è importante trovare il modo di non sciupare tutto per accelerare su riforme mirate e settoriali».

A marzo l’incontro del comitato

La pensa così anche Norman Gobbi, il «padre» di Ticino 2020. «Prendiamo atto della mozione», premette il Consigliere di Stato. «Il Dipartimento delle istituzioni sta lavorando da mesi in questa direzione, con l’obiettivo di archiviare il progetto salvaguardando gli elementi positivi emersi nel corso degli anni. L’intenzione è quella di cercare soluzioni, condivise con tutti gli attori coinvolti, che permetterebbero di preservare e valorizzare quanto di buono è stato fatto». Un incontro fra le parti, come dice ancora Gobbi, ci sarà a breve. «Nel mese di marzo è previsto un incontro del comitato strategico paritetico composto da rappresentanti del Consiglio di Stato e dei Comuni. In quell’occasione si deciderà se proseguire lungo la direzione auspicata dal Dipartimento e quali saranno i prossimi passi».