Cantonali 2027

«A destra ancora molte incognite, ma la vera novità è a sinistra»

Con il politologo dell’Università di Losanna Oscar Mazzoleni facciamo il punto della situazione dopo l’intesa ritrovata tra Lega e UDC e la presentazione della lista con PS, Verdi e MpS – I progressisti formano «uno schieramento molto ampio, ma accettano anche una dinamica rischiosa»
© CdT / Gabriele Putzu
Paolo Gianinazzi
21.09.2026 06:00

Da una parte la destra, con Lega e UDC che, dopo mesi di litigi e un divorzio ormai consumato, sono tornate ad allearsi e a progettare una «casa comune». Dall’altra i progressisti, con PS, Verdi e MpS che presentano un’intesa inedita, con un fronte che va dal centro sinistra moderato alla sinistra d’opposizione dura e pura. Al centro, invece, i sono due partiti (PLR e Centro) che rischiano di restare schiacciati dai poli. E, sullo sfondo, una crisi istituzionale senza precedenti. Insomma, la partita per le elezioni cantonali 2027 è più incerta che mai. Con il professor Oscar Mazzoleni, politologo dell’Università di Losanna e direttore dell’Osservatorio della vita politica regionale, proviamo a fare il punto della situazione e a intravvedere qualche tendenza.

Dopo il divorzio, il matrimonio

Partiamo dalla novità più fresca. Il concreto riavvicinamento tra Lega e UDC, che (salvo cataclismi dell’ultimo minuto) correranno insieme alle Cantonali e alle Federali. Su questo fronte, spiega Mazzoleni, «siamo ancora in una fase aperta». In primis, «poiché ancora non conosciamo i dettagli dell’accordo», che andrà ancora scritto nero su bianco. Ma l’accordo, al contempo, rappresenta anche «una scommessa». «Le ultime elezioni, quando c’erano due leghisti uscenti, si svolgevano in una situazione ben diversa: l’UDC non aveva, almeno potenzialmente, la possibilità di accedere alla competizione interna. Oggi non è più così e c’è un’incertezza di fondo su quanto la Lega riuscirà a tenere in termini elettorali e su quanto l’UDC, invece, riuscirà ad avanzare. E soprattutto se la sua avanzata consoliderà i due seggi in Governo. Oggi non siamo affatto sicuri del risultato, e nemmeno loro lo sono». Un’incertezza di fondo che ha spinto i due partiti a unirsi nuovamente. «Penso sia anche per questo che vogliono allearsi: ritengono che una mobilitazione comune valga la pena in una prospettiva più ampia, nella quale i due partiti richiamano la creazione di una ‘casa comune’. Un progetto che potrebbe attirare un elettorato più ampio di quello che finora ha votato Lega e UDC: da un lato gli astensionisti, dall’altro una parte degli elettori delusi da PLR e Centro».

L’ipotesi assorbimento

Sul progetto di «casa comune», a chi vi intravvede un potenziale assorbimento della Lega nell’UDC, il politologo invita ad attendere e «a guardare a tre fattori fondamentali». Il primo «riguarda i futuri rapporti di forza, che saranno misurati non solo per il Consiglio di Stato, ma anche per il Gran Consiglio». Il secondo elemento «riguarda la capacità dei due partiti di collaborare fino in fondo in questo ciclo elettorale. Penso soprattutto per il Consiglio nazionale e per il Consiglio degli Stati, ma anche per alcuni Municipi, come quello di Lugano». In tal senso, «i rapporti di forza definiranno il peso dell’uno rispetto all’altro, ma misureranno anche la lealtà dei rispettivi sostegni elettorali nell’ambito dell’accordo». Il terzo fattore determinante, poi, riguarda il ruolo del Mattino. «Bisogna dirlo: il Mattino è essenzialmente della Lega, l’organo non ufficiale del partito, e nel contempo si profila come il settimanale della ‘casa comune’. Questo, secondo me, è un aspetto decisivo. Se non ci fosse il Mattino, valuterei la situazione in modo diverso. E finché esiste questo domenicale, difficilmente vedo una Lega puramente subalterna all’UDC, vista la capacità del giornale di essere presente nella sfera pubblica e considerato anche il fatto che l’UDC non dispone di mezzi di comunicazione altrettanto potenti».

Sempre riguardo all’ipotesi «assorbimento», occorre anche guardare a come l’UDC, partito a trazione nazionale, si è mossa nel resto del Paese. E, da questo punto di vista, aggiunge Mazzoleni, «l’UDC ha seguito essenzialmente due strade. La prima è quella delle intese elettorali, con accordi a destra e a geometria variabile, a seconda delle opportunità. Negli anni scorsi ha stretto accordi con il MCG, con Mass-Voll, ma anche con il PLR e il Centro». La seconda strada, invece, «è stata proprio quella dell’assorbimento. Penso al Partito degli Automobilisti, ai Democratici Svizzeri e allo stesso Schwarzenbach, che aveva fondato Azione nazionale prima di entrare nell’UDC». Il caso ticinese, avverte il professore, «è tuttavia un unicum: qui, almeno sulla carta, si prospetta una terza via. Non si parla di assorbimento, perché la Lega conserva ancora un peso elettorale a livello locale e istituzionale. Ma, allo stesso tempo, si vuole superare la semplice intesa elettorale».

Una coalizione allargata

Non va poi dimenticato, aggiunge il politologo, che ad aver spinto Lega e UDC a tornare a trattare c’è anche l’inedita alleanza che si è formata a sinistra. «Se l’UDC è arrivata adesso a un accordo con la Lega, è anche perché entrambi hanno visto che cosa sta accadendo a sinistra. È uno dei fattori che li ha spinti a non trascurare queste potenzialità. La posta in gioco, infatti, non è solo il Consiglio di Stato, ma anche il Consiglio nazionale, dove le cose non sono affatto scontate, e il Consiglio degli Stati dove, se non ci sarà un’intesa su Marco Chiesa, non è scontato che la sinistra resti fuori dai giochi».

Al netto dell’alleanza a destra, secondo Mazzoleni è proprio l’intesa tra PS, Verdi e MpS a essere la «vera novità» di questa tornata elettorale. E lo è per due motivi: «Il primo è che l’alleanza è stata allargata a un partito d’opposizione e protesta come il Movimento per il Socialismo, che non è tenero con nessuno. Un partito piccolo con una visibilità che non è certo minore a quella dei suoi due alleati elettorali». «Portare in casa una forza come l’MpS, non è certo esente da rischi», come non lo è la seconda novità, prosegue il professore, ossia «l’accettazione di una concorrenza interna esplicita», con la candidatura di «peso» di Greta Gysin.

La candidata dei Verdi da una parte, l’MpS dall’altra. Un rischio non da poco per il PS? «Certamente», risponde il politologo. «In genere le alleanze servono a minimizzare i rischi: permettono di raggruppare i voti, consolidando e rassicurando. In questo caso, invece, c’è una presa di rischio: da un lato si apre uno schieramento ampio, trasversale e potenzialmente capace di raccogliere consensi dal centrosinistra alla sinistra della sinistra; dall’altro si accetta una dinamica più rischiosa, sia sul piano degli schieramenti politici, sia per la concorrenza sul seggio in governo». Anche «per il centro-destra e la destra l’aperta concorrenza può rappresentare un’opportunità per puntare su una consigliera di Stato ritenuta più moderata. Tuttavia, proprio la concorrenza interna può attirare voti dall’esterno trasversali togliendo voti a candidati di altre liste, non solo quelle che si muovono nell’area del centro-sinistra».

In mezzo ai due poli

In tutto ciò, poi, ci sono i partiti del centro dello scacchiere, PLR e Centro. Resteranno schiacciati? «La penombra e il silenzio non avvantaggiano nessuno in politica», osserva Mazzoleni. « I due partiti storici del centro non sembrano essere ancora riusciti a profilarsi nella lunga campagna in vista delle elezioni cantonali». Ma il discorso non si chiude qui. «In un certo senso», aggiunge il professore, «la polarizzazione attuale è anche il frutto delle difficoltà dei partiti di centro. A destra e a sinistra si sta sfruttando, ancor più di quanto avvenuto in passato, l’opportunità offerta da un centro diviso che, come tale, non appare propriamente in fase ascendente. Nelle dinamiche politiche ticinesi tende a imporsi il principio che le intese sono da farsi anche se si è diversi. E questo nonostante non manchino i rischi e si voti con il proporzionale senza congiunzioni di liste, come nel caso delle elezioni cantonali. Con queste logiche, delle più o meno larghe intese dei loro concorrenti, i partiti di centro dovranno fare, volenti o nolenti, i conti».

Infine, un’ultima parola per la crisi istituzionale che il Cantone sta attraversando e che, in qualche modo, rende tutta la contesa elettorale più incerta. Su questo fronte, però, secondo Mazzoleni la crisi di quest’estate è solo un elemento che va ad aggiungersi a una tendenza più profonda, «quella dell’astensionismo e della frammentazione». Due fenomeni «che possono essere influenzati sia da quanto è successo quest’estate sia, più a lungo termine, da ciò che la politica ticinese ha prodotto nelle ultime due legislature: la difficoltà di portare avanti progetti ambiziosi e una certa conflittualità tra Parlamento e Governo».

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