In aula

A Lugano mendicava soldi, poi è stato espulso per rapina

Condannato un cittadino eritreo senza fissa dimora reo di aver sottratto con la forza del denaro a un passante, mentre in altre due occasioni ci avrebbe provato, ma senza riuscirci – A Lugano dormiva per strada, nei bagni pubblici, al parco Ciani e in alcune cantine – Accusa e difesa avevano chiesto che rimanesse in Svizzera
© CdT/Chiara Zocchetti
Valentina Coda
01.10.2026 17:56

A Lugano dormiva dove gli capitava. Per strada, all’interno dei bagni pubblici, al parco Ciani e in alcune cantine, spaccando perfino il lucchetto e le porte per accedervi. Un appartamento, però, ce l’aveva, ma gli è stato tolto per via della sua dipendenza dal crack, che abbinata alla schizofrenia paranoide di cui soffre l’ha portato nell’ultimo anno a condurre una vita (è arrivato in Svizzera dall’Eritrea undici anni fa con uno statuto di rifugiato) del tutto disorganizzata. Ha iniziato ad importunare i passanti tra le vie della città mendicando qualche franco, e a furia di racimolare soldi si è comprato un monopattino, oltre alla droga. È stato arrestato lo scorso gennaio, perché rispetto ai 209 interventi di polizia di cui si è reso protagonista (tutti reati bagatellari), questa volta ha sottratto con la violenza cento franchi dal borsellino di una persona. In altre due occasioni ha invece tentato, con insistenza e utilizzando anche espressioni minatorie (in un caso è spuntato pure un coltello), di rubare del denaro ad altre persone, come ad esempio il deposito dei bicchieri di vetro durante il «Villaggio di Natale» in piazza della Riforma.

Nonostante i suoi deficit psichici e il fatto che i reati – tra cui rapina consumata e tentata, danneggiamento e violazione di domicilio – siano stati commessi in un periodo di forte disagio personale (ora sotto controllo grazie al percorso in carcere) non c’è stato alcun caso di rigore che potesse salvare il 28.enne senza fissa dimora dall’espulsione dalla Svizzera per 5 anni, oltre a rimanere dietro le sbarre per 14 mesi con l’obbligo di sottoporsi a un trattamento ambulatoriale.

«Propensione alla violenza»

La questione al centro del dibattimento non è stata tanto il contenuto dell’atto d’accusa, di cui l’imputato si è assunto tutte le colpe, quanto se espellerlo o meno dalla Svizzera. L’unica persona a volere l’imputato fuori dai confini elvetici – contrariamente alla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo e alla legale del 28.enne, l’avvocato Francesca Pieretti Gerrits – è stato il patrocinatore di due accusatori privati, l’avvocato Pascal Delprete, in quanto «l’uomo costituisce un pericolo per l’ordine pubblico svizzero». Di più, Delprete ha evidenziato in aula, oltre ai 209 interventi di polizia da gennaio 2025 a gennaio 2026 riferiti all’imputato, anche «la propensione all’utilizzo della violenza. Ritengo che la popolazione, compresi i miei assistiti, meritino di vivere e poter passeggiare sul suolo pubblico in tranquillità». Accusa e difesa, invece, erano arrivate in aula con un accordo di pena che prevedeva, oltre a 22 mesi interamente da espiare dietro le sbarre, la rinuncia all’espulsione per consentire all’imputato di curarsi visto l’alto rischio di recidiva. Inoltre, «con lo statuto di rifugiato l’espulsione non è verosimilmente eseguibile», ha detto Lanzillo.

La Corte, presieduta dal giudice Marco Villa, ha avuto però una visione diversa rispetto alle parti. Oltre a modificare la richiesta di pena pattuita da accusa e difesa, Villa ha rilevato che la decisione di espulsione si basa soprattutto su una considerazione: l’imputato non si è mai ambientato, nonostante sia in Svizzera da lungo tempo. Anzi, «ha commesso solo reati e non ha dimostrato la volontà di cambiare malgrado le opportunità che lo Stato gli ha dato sia come rifugiato sia come curatela per uscire dalla sua situazione».

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