L’intervista

«A Melide i miei anni più belli»

Matteo Pelli lascia la direzione di TeleTicino e Radio3i e torna a Comano in qualità di responsabile del dipartimento Programmi e Immagine della RSI
Matteo Pelli con Sacha Dalcol. © CdT/Chiara Zocchetti

Secondo Matteo Pelli, tutto è una questione di bollicine. Quelle che dice di sentirsi addosso, quelle che da sempre riesce a trasmettere. Non conta tanto il ruolo, il come e il dove, ma la voglia di fare, di fare con ciò che si ha. E di portarsi dietro le bollicine, certo, ora quindi di riportarle a Comano, alla RSI, lasciandone parecchie in eredità anche a Melide. Al suo posto, quale direttore di TeleTicino e Radio3i, Sacha Dalcol.

Matteo Pelli torna a Comano, sì. È questione di pochi mesi. Entrerà infatti in carica a inizio agosto, lasciando Melide - e quindi la direzione di TeleTicino e Radio3i - dopo otto anni e mezzo di un’avventura che lui stesso definisce esaltante. «Il periodo più bello della mia vita». Alla RSI avrà il ruolo di responsabile del dipartimento Programmi e Immagine.

Nel dicembre 2012, di fronte all’annuncio del suo passaggio a Melide, Matteo Pelli si definì «un neonato». E oggi?

«Gli anni vissuti qui sono quelli che più mi hanno fatto crescere. Alla RSI ho imparato un lavoro, un mestiere, ho imparato il valore del rapporto con il pubblico, ho potuto conoscere il pubblico. A Melide ho potuto poi sviluppare quello stesso lavoro da un altro punto di vista, ho potuto metterlo in pratica con quanto imparato sin lì, con la mia fantasia e con le necessità di un gruppo privato. Questa esperienza, da neonato mi ha portato a essere un semi-adulto (e sorride, ndr). Quello del marzo 2013 è stato sicuramente il passaggio più importante della mia vita».

Ora un nuovo passaggio, rimanendo ancora dietro le quinte.

«Sarà un lavoro sicuramente più impegnativo a livello di numeri e di collaboratori. Si tratta di una grande sfida, benché molto stimolante. Amo le sfide e amo mettermi in gioco. L’ho fatto da “neonato” quando avevo 34 anni e tutti mi davano del matto, lo rifaccio oggi a 43: un’altra sfida».

Ricorre molto, tra le tue parole, il concetto di «sfida». Cosa significa per te?

«La sfida per me è la possibilità di creare qualcosa di nuovo, partendo, da una parte, da un pensiero per me inedito e dall’altra dalla mia stessa mentalità. E quindi creare una modalità di lavoro nuova, che possa essere stimolante per tutti, anche se, non per forza, subito chiara a tutti. Mi piace il non dormire, se sacrificato alla ricerca di idee. Mi piaccono le problematiche, affrontarle e risolverle, all’interno di un gruppo. Mi piace creare, non distruggere. E mi piace lavorare con quello che trovo: è quello lo stimolo maggiore. Per me la vera sfida è quella. È un colore nuovo che devi fare tuo».

Melide in effetti porta addosso i tuoi colori. In questi otto anni come hai visto cambiare la realtà del gruppo attorno a te?

«Guarda, faccio fatica a parlarne. Tendo a commuovermi. Perché questo è stato il periodo più bello della mia vita. È stato il periodo in cui sono nati i miei figli, in cui mi sono sposato con mia moglie Eleonora. Un passaggio insomma importante nella mia formazione, da ragazzo diventato uomo, padre, figura paterna anche di una piccola grande azienda, che tassello dopo tassello è diventata qualcosa di ancor più grande. Penso ai capodanni, a “Sotto a chi tocca”, al guinness dei primati, ai “Morning Show”, ai conduttori che non lo erano, a persone che facevano un altro lavoro e si sono ritrovate bravissime al microfono, così come ai giornalisti televisivi ritrovatisi in un ruolo che sembrava naturale per loro da sempre - magari semplicemente non l’avevano sperimentato -. Insomma è una grande emozione per me pensare alla realtà di Melide».

Spesso abbiamo usato i numeri per raccontare la crescita di TeleTicino e Radio3i, ma a parole?

«È stata una crescita anche umana. D’altronde è impossibile pensare di poter avere una crescita numerica, in un’azienda, senza passare dal gruppo, dallo stare bene insieme. L’azienza cresce se al suo interno ci si capisce, ci si parla, e di conseguenza si lavora. Non credo nelle forzature, nel team building, nei bla bla, bensì nella schiettezza, nella sincerità, nel creare una reale affezione al progetto. Noi, a Melide, siamo passati da lì. Siamo riusciti a non essere personaggi, a essere invece prima di tutto gruppo, per poi, soltanto in seguito, diventare personaggi, mettendo ognuno nella condizione di esprimere il proprio talento. E il talento non mi fa paura, anzi, lo adoro. Abbiamo lavorato in questo modo, e così sono arrivati i numeri. La gente ha percepito che il progetto era vero, sincero».

Più volte in questi anni hai parlato del gruppo di Melide come di una famiglia. Ora tu stesso lasci questa famiglia. Ma come? E con quali emozioni?

«Lascio una famiglia sana, in crescita. Lascio un gruppo che non perderà l’affetto del pubblico, anche perché è un gruppo abituato alle prove, pure a quelle più difficili. Per quel che mi riguarda, lascio molte notti insonni, tanti abbracci e lacrime con i collaboratori. Hanno capito la mia scelta, la mia spinta al cambiamento, alle sfide, la mia apertura alle nuove opportunità. Fa parte del mio DNA. Avevo avuto anche altre opportunità, in passato, ma avevo deciso di non coglierle. In questo caso però, il progetto che mi è stato proposto era troppo stimolante per dire no. E in fondo per me è anche un ritorno alle origini, visto che lavorativamente nasco alla RSI. Oggi, certo, vi rientro con un ruolo completamente diverso. È difficile lasciare la famiglia di Melide. In questi giorni mi sono preso il tempo per parlare con ogni singolo collaboratore, del nostro rapporto, di cosa è stato. Ho annunciato la mia partenza attraverso una lunga serie di colloqui individuali, emotivamente molto intensi. Appunto, abbracci e sorrisi e lacrime. Emozioni che mi hanno fatto capire che sono stati otto anni che hanno lasciato un segno. Un segno che rimarrà a lungo anche sul pubblico, sulla percezione che il pubblico ha di Melide. È un gruppo che viaggia a vele spiegate e che avrà in Sacha Dalcol uno straordinario direttore. Lo seguirò da primo tifoso, da complice, da ammiratore. Sacha, ai miei occhi, è in assoluto il numero uno».

Quando mi dicevano che sarei tornato alla RSI, in questi otto anni, ogni volta rispondevo con sincerità: “No, non è possibile”. Ma ora in effetti è cambiato qualcosa

Molti, in questi otto anni, hanno spesso ripetuto: “Eh ma tanto poi tornerà comunque alla RSI”. Ecco, ora torni davvero. Tu come hai vissuto questa etichetta?

«Quando me lo dicevano, in questi otto anni, ogni volta rispondevo con sincerità: “No, non è possibile”. Ma ora in effetti è cambiato qualcosa, rispetto al passato, alle eventuali precedenti opportunità. C’è stato il coraggio di una scelta, fatta da CORSI e da Gilles Marchand, di trovare un direttore che fosse esterno all’azienda, quindi non frutto delle logiche aziendali; un direttore giovane, atipico. Con questa mossa hanno in fondo aperto alla possibilità di credere in un’azienda capace di avere un progetto futuro basato sulla forza presente, sì, ma anche su maggiore imprevedibilità e spensieratezza. Il tutto, comunque, sotto il grande cappello di un servizio pubblico che può però essere declinato in mille modi diversi. La mossa decisiva insomma è quella che ha portato alla nomina di Mario Timbal. Prima, lo dico senza nessun problema, non sarei mai tornato».

Una domanda che ti facemmo anche otto anni fa. Nel nuovo ruolo potrai ancora essere “Matteo Pelli”?

«Le bollicine le porto con me da quando sono nato, sono una mia cifra, non è una cosa che posso cambiare. Sarò lo stesso, con un’attenzione forse ancora più alta, frutto anche del percorso vissuto nel gruppo del Corriere, che mi ha lasciato la possibilità di muovermi con grande serenità. Ma sì, sarò sempre lo stesso, è il mio modo di essere, il mio modo di affrontare la vita e il lavoro. Tutto deve passare dalla sincerità e dall’energia. Si può sbagliare, posso anche sbagliare, ma ciò che conta è il cuore, la fiducia e l’entusiasmo».

Prima di buttarti nel futuro, un ultimo sguardo al recente passato. Dammi a caldo i tre momenti più forti di questi otto anni.

«Il primo: la prima volta in piazza Riforma per il capodanno. Sono le 23.45, guardo la folla davanti a noi. Impensabile trovarci lì. Poi guardo gli occhi dei miei collaboratori: l’emozione di chi sta giocando una partita importante. Un flash che mi ha fatto vibrare per giorni. Il secondo: l’impresa da guinness dei primati, con fuori più di mille persone che aspettavano come eroi Michael e Maxi B, ma anche tutti coloro che ci avevano lavorato. Un lavoro di team pazzesco, perché siamo sempre stati piccoli e questa è sempre stata la nostra forza. Il terzo: il primo giorno che mi sono presentato in radio. Ero con Marcello Foa e fui chiamato a fare un primo discorso: be’, ecco, diciamo che fu poco performante rispetto a quello che avrei potuto fare. Ero paonazzo, in difficoltà, mi aggrappai a battute troppo “splendide”; tutti mi guardavano, aspettandosi chissà cosa. Poi è stato tutto più semplice di quanto quel giorno non potesse lasciar intendere: la normalità di persone che si capiscono e che hanno un obiettivo comune. A Melide si continuerà a lavorare così, amando ognuno il proprio lavoro, il gruppo, con la voglia di sorprendere sempre. Io seguirò tutti da spettatore, da ascoltatore e da fan. So che mi sorprenderanno ancora».