«Abbiamo i vostri soldi, che cosa dobbiamo farne?»

«Abbiamo dei soldi sequestrati da qualche anno, che cosa dobbiamo farne?». Semplificando molto e con un pizzico d’ironia, è più o meno questo il contenuto di uno scritto indirizzato dal Ministero pubblico ticinese nel dicembre del 2024 alla Procura di Asti.
Da ormai dieci anni, infatti, su un conto della Procura giacciono 1,3 milioni di franchi sequestrati nell’aprile del 2016 a un imprenditore italiano, arrestato a Lugano l’anno prima in relazione al crac Borsalino. L’uomo, lo ricordiamo, era sospettato di essere a capo di un’associazione per delinquere «finalizzata alla commissione di plurimi delitti di bancarotta fraudolenta a danno di numerose società operanti soprattutto nel settore dell’energia e di altri reati connessi, oltre che di avere evaso l’IVA mediante l’allestimento di fatture false relative a operazioni commerciali inesistenti». Il danno imputato ai fallimenti avrebbe superato i 3 miliardi di euro, mentre quello per l’IVA di oltre 3 milioni. Dando seguito a una rogatoria internazionale, il Ministero pubblico aveva disposto il sequestro di 1,3 milioni di franchi, provento della compravendita di alcuni immobili a Lugano già di proprietà di una SA di cui l’imprenditore italiano era stato amministratore unico.
Passano gli anni e il 20 dicembre 2024, il Ministero pubblico ha chiesto informazioni alla Procura di Asti sullo stato del procedimento italiano, ricordando l’esistenza dei beni sequestrati in Svizzera di pertinenza della ricorrente. La risposta arriva il 7 gennaio 2025: le autorità astigiane informano che il 19 ottobre 2022, il giudice per le indagini preliminari del Tribunale di Asti ha condannato l’imprenditore a una pena di un anno e due mesi di reclusione, ordinando nei suoi confronti «la confisca di tutti i beni mobili, immobili, delle somme di denaro e degli strumenti finanziari tuttora in sequestro. La decisione è cresciuta in giudicato il 4 marzo 2023, così come è da tempo cresciuta in giudicata una prima condanna all’uomo per questa vicenda – una bancarotta seconda solo al crac Parmalat – risultante da un patteggiamento nel 2018: 5 anni di carcere.
Torniamo al presente: il 7 aprile dello scorso anno, il Ministero pubblico ordina la consegna all’Italia dei sopracitati 1,3 milioni di franchi. La SA luganese si rivolge alla Corte dei reclami penali del Tribunale penale federale che, con giudizio del 4 febbraio 2026, ne dichiara inammissibile il ricorso presentato il 6 novembre 2025, in quanto tardivo. In sostanza, la Corte ha ritenuto determinante, ai fini del computo del termine di ricorso, l’intimazione del 7 aprile 2025 alla sede iscritta nel registro di commercio, benché l’invio raccomandato fosse stato rinviato subito al mittente dato che la società risultava irreperibile all’indirizzo indicato.
La vicenda si è trascinata fino al Tribunale federale, che lo scorso 25 febbraio ha dato ragione all’istanza inferiore.

