L'intervista

Abusi sessuali, «in Ticino la prevenzione andrebbe rafforzata»

La psicologa e responsabile della formazione adulti dell'ASPI Raffaella Brenni Tonella sul caso della scuola media di Giubiasco: «I segnali di abuso spesso si manifestano attraverso sintomi comportamentali»
©Gabriele Putzu
Giona Carcano
02.04.2026 21:59

L'arresto del docente della scuola media di Giubiasco, accusato di reati legati alla sfera intima di almeno due minorenni, ha scosso tutto il mondo della scuola e la comunità. Come prevenire gli abusi? Di quali strumenti possono disporre i genitori per riconoscere i segnali di abuso? E in Ticino, si fa abbastanza prevenzione? Ne parliamo con Raffaella Brenni Tonella, psicologa FSP e responsabile formazione adulti della Fondazione della Svizzera italiana per l'Aiuto, il Sostegno e la Protezione dell'infanzia (ASPI).

Quali sono i primi segnali che possono emergere dai bambini/ragazzi in caso di abusi a cui i genitori devono prestare attenzione? Come riconoscerli?
«I segnali di un maltrattamento o di un abuso non sono quasi mai di natura fisica evidente, ma si manifestano attraverso sintomi comportamentali, emozionali, psicosomatici o attraverso anomalie nella vita sociale. I genitori dovrebbero per esempio prestare particolare attenzione a disturbi improvvisi del sonno o dell'appetito, scoppi di rabbia, pianti immotivati o un estremo isolamento sociale. Un campanello d'allarme inequivocabile per un sospetto abuso sessuale è l'emergere di un linguaggio o di comportamenti sessualizzati che risultano palesemente sproporzionati rispetto all'età e allo sviluppo cognitivo del minore. Tuttavia l’abusante è spesso una persona vicina, amata, e attraverso la manipolazione crea confusione nella vittima e fa vivere emozioni ambivalenti al o alla minore. Vi è quindi un’incapacità di inquadrare l’accaduto, e senza un’educazione sessuale-affettiva e un dialogo sui limiti, spesso i minori, come pure gli adulti di riferimento, non riconoscono gli abusi».

L’importanza del dialogo fra genitori e figli appare centrale anche e soprattutto in queste situazioni. Come si può costruire un simile rapporto di fiducia e da quale età bisogna iniziare a sensibilizzare i bambini sulla «unicità» e la «privatezza» del proprio corpo?
«L'educazione al rispetto dei propri confini corporei deve iniziare molto presto, già da piccoli. Uno dei primi messaggi della prevenzione è ‘Il tuo corpo e tuo! Decidi tu come, quando e da chi vuoi essere toccato, oppure no’. È fondamentale non forzarli mai a manifestazioni d'affetto non desiderate (come baciare o abbracciare qualcuno a comando) e abituarli fin da piccoli ad ascoltare le proprie emozioni, secondo il principio del «mi fido di quello che sento». Il rapporto di fiducia si costruisce nel quotidiano attraverso un'educazione non violenta, mettendo limiti con rispetto e dando parole alle emozioni proprie e su quelle dei figli. Un legame solido nasce dalla presenza e dalla continuità affettiva, nel saper ascoltare i nostri figli nelle piccole situazioni quotidiane, non solo quando ci sono delle emergenze».

Una volta riconosciuti, che cosa bisogna fare? A chi bisogna rivolgersi e quale supporto è possibile fornire ai propri figli?
«La scoperta o il fondato sospetto di un abuso genera inevitabilmente reazioni emotive profonde, come incredulità, rabbia o paura, ma è vitale che gli adulti non si facciano prendere dal panico e, soprattutto, non si improvvisino investigatori. Indagare per conto proprio rischia di inquinare i fatti o di traumatizzare ulteriormente la vittima. Il minore non va mai colpevolizzato, ma creduto e supportato. In una fase di dubbio o sospetto, genitori e professionisti possono rivolgersi al Servizio LAV o alle Autorità Regionali di Protezione (ARP), che fungono da istanza di consulenza specialistica per capire come intervenire correttamente e a tutela del minore, oppure alla Polizia Giudiziaria, Sezione dei Reati contro l’Integrità della Persona (SRIP) per procedere con una segnalazione formale, sporgere denuncia o richiedere un intervento operativo tempestivo per tutelare l'incolumità del minore».

Il caso venuto alla luce oggi riguarda una scuola media. Che ruolo possono avere i docenti o i maestri nel riconoscere certi segnali di disagio in un allievo?
«I docenti e il personale scolastico rivestono il ruolo insostituibile di «sentinelle» sul disagio. Avendo il privilegio dell'osservazione longitudinale e quotidiana in un ambiente extra-familiare, possono notare precocemente variazioni critiche come crolli ingiustificati del rendimento, assenteismo, dinamiche di isolamento o atteggiamenti oppositivi improvvisi. Inoltre possono dare dei messaggi preventivi agli allievi, rinforzando il fatto di parlare e chiedere aiuto quando c’è un problema. In ogni caso il loro compito non è condurre indagini, bensì osservare e attivare la rete di protezione. Le direttive cantonali impongono un obbligo di notifica preciso: di fronte a constatazioni o segnalazioni di comportamenti inadeguati, il docente o il personale deve informare tempestivamente la Direzione, la quale ha l'obbligo di notificare gli organi di conduzione e vigilanza, attivando così le istituzioni preposte».

A suo avviso, in Ticino, la prevenzione andrebbe rafforzata?
«Assolutamente sì. La prevenzione primaria non è mai sufficiente e rappresenta lo strumento più efficace di cui disponiamo per contrastare la violenza. È scientificamente provato che laddove si opera con un intenso e continuo lavoro di prevenzione e sensibilizzazione, gli abusi diminuiscono e aumentano parallelamente le segnalazioni precoci. Come Fondazione raggiungiamo ogni anno circa 6.000 bambini e ragazzi nelle scuole ticinesi, ma per scardinare realmente il problema dobbiamo estendere questo raggio d'azione investendo in modo ancor più capillare sulla formazione degli adulti – docenti, genitori e professionisti –. Un ecosistema in cui le istituzioni, la scuola e la famiglia comunicano la medesima cultura del buon trattamento costituisce la barriera più formidabile contro chi cerca di approfittare dell'infanzia».