«Anche nella malattia continuiamo a cercare la gioia e la voglia di vivere»

Per una sera il rosa non è stato soltanto il colore di una battaglia. È diventato quello della leggerezza, dei bicchieri alzati, della musica, delle persone che si incontrano e, soprattutto, della vita che continua. Anche quando ha dovuto imparare a fare i conti con una diagnosi.
Oltre cento persone hanno partecipato mercoledì sera al Porto Bello, alla Foce di Lugano, alla seconda edizione della Notte in Rosa, organizzata dal Centro Seno Ticino in collaborazione con Clinica Sant’Anna, Affidea Brust Zentrum Ticino, Europa Donna della Svizzera Italiana e Genolier Foundation. Una serata nata per sensibilizzare sul tumore al seno e raccogliere fondi destinati a progetti e iniziative legati alla lotta contro la malattia.
La maggioranza delle presenti erano donne che quella malattia l'hanno incontrata davvero: alcune stanno ancora attraversando il percorso terapeutico, altre ne conoscono già le salite e le discese. Attorno a loro familiari, amici, medici, infermieri e persone che hanno scelto semplicemente di esserci. Tra queste anche Ricky Petrucciani, velocista ticinese e argento europeo nei 400 metri, che ha più volte mostrato sensibilità verso iniziative di carattere sociale.

Eppure, osservando la serata, la parola che sembrava meno adatta era proprio «malattia». Non perché la si volesse nascondere, ma perché almeno per qualche ora non doveva essere lei a stabilire le regole.
«Volevamo trovare un momento fuori dalle cliniche e dagli studi medici, nel quale potessimo incontrarci come persone, prima ancora che come professionisti o pazienti», racconta Roberta Donzelli, psiconcologa. È il senso di un appuntamento che, dopo l'esperienza dello scorso anno, ha trovato una risposta ancora maggiore.
La malattia oncologica porta inevitabilmente con sé paure che, viste dall'esterno, vengono raccontate soprattutto attraverso la sofferenza. Chi lavora ogni giorno accanto ai pazienti conosce però anche l'altra faccia di quella paura. «Lavoro in ambito oncologico da venticinque anni e quando si entra in contatto con l'idea della morte esplode una voglia di vivere che non ha eguali». Donzelli lo precisa subito: «Grazie al cielo, oggi tumore non significa più necessariamente morte». Restano fasi difficili, «ma c'è veramente una grande voglia di stare insieme, di condividere. È questo il segreto: affrontare le cose dure della vita con uno spirito leggero».
Leggerezza, dunque, non come superficialità, ma come possibilità di tornare a essere, almeno per una sera, qualcosa di più della propria cartella clinica.
Lo sa bene Erna Ramelli, infermiera specializzata in senologia, che accompagna le pazienti dalla comunicazione della diagnosi lungo il percorso di cura. Uno degli avversari più difficili, racconta, può essere proprio la solitudine. «Una serata così è importantissima perché significa condivisione, significa non sentirsi soli. Poter stare con persone che stanno vivendo lo stesso percorso dà tantissima forza. C'è un aiuto reciproco, un supporto genuino: le pazienti trovano forza nel gruppo».

Alla Foce quella condivisione aveva però la forma di una festa. Ed era esattamente questo il punto.
«Qui vogliamo celebrare la vita», continua Ramelli. «Malgrado le difficoltà, le terapie, il percorso faticoso e gli effetti collaterali, c'è sempre la vita dietro che ci spinge. Vogliamo celebrare lo stare insieme, il divertirsi, far vedere che si deve continuare a vivere anche mentre si affronta un percorso terapeutico».
Nel frattempo anche le possibilità offerte dalla medicina sono cambiate. Ramelli sottolinea l'importanza della diagnosi precoce e i progressi delle terapie di supporto, ma soprattutto il valore del lavoro di squadra: «La paziente deve percepire il gruppo che ha attorno, dall'oncologo al chirurgo e al radiologo. È proprio un gioco di squadra».
Una squadra nella quale la dimensione psicologica ha assunto un peso crescente. «Quando l'approccio è positivo e costruttivo si vede una differenza anche nella tolleranza delle terapie», spiega Donzelli. «Mente e corpo si aiutano a vicenda ad affrontare le cure».
Aprirsi agli altri, naturalmente, non è semplice per tutte. C'è chi teme di esporsi o di caricarsi anche della sofferenza altrui. L'esperienza dei gruppi, sostiene Donzelli, mostra spesso il contrario: «Le sofferenze si sbriciolano, perché rivedo le mie difficoltà nell'altra persona e capisco che è normale sentirmi così. Condividere il dolore lo normalizza, rassicura e dà una spinta».
La Notte in Rosa non ha dimenticare la malattia, ma ricordare tutto ciò che continua a esistere oltre la malattia. «La vita è fatta di tanti attimi e questo è uno degli attimi di gioia», conclude Donzelli. «Il percorso di cura è comunque un percorso di vita. Ci sono momenti nei quali si va giù, ma poi si può tornare su. Non bisogna spaventarsi. E la condivisione aiuta davvero a trovare forza».
