Andavano a caccia di pedofili: condannati

A un anno dall’annuncio del fermo di 18 minori e di un 18.enne per aver adescato, picchiato e umiliato presunti pedofili, la Magistratura dei minorenni ha comunicato la fine degli accertamenti penali di una delle vicende più scioccanti della storia recente del Ticino. Nel complesso le indagini hanno finito per riguardare una trentina di giovanissimi, «buona parte dei quali ha nel frattempo raggiunto la maggiore età». Le ipotesi di reato sono, a vario titolo, di ripetuta aggressione (tentata e consumata), estorsione, lesioni semplici o aggravate, ripetuta coazione (tentata e consumata), sequestro di persona e rapimento. A seconda della situazione personale, del grado di coinvolgimento e del ruolo assunto nei fatti, sono state rispettivamente decise condanne penali con pene privative della libertà (sospese condizionalmente) o delle giornate di prestazioni personali. A queste vanno ad aggiungersi, nei casi minori, la pena della multa o delle ammonizioni, mentre in un caso è stata disposta una misura protettiva. Come da prassi quando si tratta di giustizia minorile, che ha scopi diversi da quella «ordinaria» ed è più focalizzata sulla rieducazione che sulla pena, non sono stati forniti maggiori dettagli sulle singole posizioni, anche perché le misure sono in atto.
L’intervista, l’aggressione
I fatti - stando a nostre verifiche sarebbero in tutto una decina gli episodi di rilevanza penale - risalgono al periodo gennaio-maggio 2024. Ed è proprio in quei giorni che erano emersi sui media alcuni frammenti di questa vicenda. In particolare il 10 maggio 2024 su Radio Gwendalyn il giornalista e insegnante Marco Jäggli aveva intervistato, camuffandone la voce, alcuni giovani minorenni che aveva saputo essere partecipi dell’adescamento di presunti pedofili, pubblicando poi le confessioni e le umiliazioni a cui in alcuni casi li sottoponevano su una pagina Instagram ad accesso limitato. Due giorni dopo, in un parco di via Lucerna una donna aveva visto, e fotografato, quella che credeva essere un’aggressione fra coetanei. Erano, invece, alcuni dei cosiddetti cacciatori di pedofili. Ma la reale portata di quanto stava accadendo era emersa solo a ottobre - peraltro proprio il giorno seguente rispetto alla condanna per tentati atti sessuali con fanciulli dell’uomo aggredito nel parco di via Lucerna - con l’annuncio dei diciotto fermi.
Nessuna recrudescenza
Le successive verifiche della Magistrature dei minorenni e del Gruppo Minori della Polizia cantonale, hanno poi permesso di identificare altri giovani coinvolti a vario titolo nell’«impresa», portando il totale degli imputati attorno alle trenta unità. L’intervento delle Autorità, stando a nostre informazioni, avrebbe messo fine al fenomeno alle nostre latitudini, nel senso che da allora non sono più emerse notizie di comportamenti simili.
Il modello neonazista
La caccia e l’umiliazione di pedofili o presunti tali è un fenomeno mondiale, pur se relativamente contenuto, e in crescita (vedi articolo sotto). Nel caso specifico, stando a quanto raccontato dagli stessi giovani coinvolti, la scintilla sono state le attenzioni inopportune di un uomo nei confronti di una giovane. La reazione è invece stata ispirata dai video che il decennio scorso hanno reso famoso soprattutto fra gli adolescenti un pregiudicato neonazista russo morto alcuni anni fa. In questi video il pedofilo di turno veniva picchiato e umiliato, ad esempio rasandogli i capelli e costringendolo a bere urina. I video venivano poi dati in pasto ai social media in una glorificazione della giustizia fai da te. Tutti elementi che ricorrono con varie declinazioni anche nelle gesta dei giovani ticinesi, con alcuni video poi postati su una pagina ad accesso limitato. Alcuni di loro avevano anche raccontato i relativi exploit in una diretta diffusa sul servizio di streaming Twitch.
Vittime al vaglio
Quanto agli adescati - l’adescamento avveniva sui social media o sulle app d’incontro, con i giovani che mettevano bene in chiaro di essere minorenni -, due di loro sono nel frattempo stati condannati a pene sospese. La posizione degli altri, in gran parte italiani, è ancora al vaglio degli inquirenti.
