L'approfondimento

Andavano a caccia di pedofili: condannati

Una trentina di minorenni subirà conseguenze penali per aver partecipato all’adescamento e all’umiliazione pubblica di predatori sessuali in Ticino nei primi mesi del 2024 – Alcune vittime sono state a loro volta giudicate per le loro azioni – Il fenomeno da allora non si è più ripresentato
© Shutterstock
Federico Storni
09.10.2025 21:30

A un anno dall’annuncio del fermo di 18 minori e di un 18.enne per aver adescato, picchiato e umiliato presunti pedofili, la Magistratura dei minorenni ha comunicato la fine degli accertamenti penali di una delle vicende più scioccanti della storia recente del Ticino. Nel complesso le indagini hanno finito per riguardare una trentina di giovanissimi, «buona parte dei quali ha nel frattempo raggiunto la maggiore età». Le ipotesi di reato sono, a vario titolo, di ripetuta aggressione (tentata e consumata), estorsione, lesioni semplici o aggravate, ripetuta coazione (tentata e consumata), sequestro di persona e rapimento. A seconda della situazione personale, del grado di coinvolgimento e del ruolo assunto nei fatti, sono state rispettivamente decise condanne penali con pene privative della libertà (sospese condizionalmente) o delle giornate di prestazioni personali. A queste vanno ad aggiungersi, nei casi minori, la pena della multa o delle ammonizioni, mentre in un caso è stata disposta una misura protettiva. Come da prassi quando si tratta di giustizia minorile, che ha scopi diversi da quella «ordinaria» ed è più focalizzata sulla rieducazione che sulla pena, non sono stati forniti maggiori dettagli sulle singole posizioni, anche perché le misure sono in atto.

L’intervista, l’aggressione

I fatti - stando a nostre verifiche sarebbero in tutto una decina gli episodi di rilevanza penale - risalgono al periodo gennaio-maggio 2024. Ed è proprio in quei giorni che erano emersi sui media alcuni frammenti di questa vicenda. In particolare il 10 maggio 2024 su Radio Gwendalyn il giornalista e insegnante Marco Jäggli aveva intervistato, camuffandone la voce, alcuni giovani minorenni che aveva saputo essere partecipi dell’adescamento di presunti pedofili, pubblicando poi le confessioni e le umiliazioni a cui in alcuni casi li sottoponevano su una pagina Instagram ad accesso limitato. Due giorni dopo, in un parco di via Lucerna una donna aveva visto, e fotografato, quella che credeva essere un’aggressione fra coetanei. Erano, invece, alcuni dei cosiddetti cacciatori di pedofili. Ma la reale portata di quanto stava accadendo era emersa solo a ottobre - peraltro proprio il giorno seguente rispetto alla condanna per tentati atti sessuali con fanciulli dell’uomo aggredito nel parco di via Lucerna - con l’annuncio dei diciotto fermi.

Nessuna recrudescenza

Le successive verifiche della Magistrature dei minorenni e del Gruppo Minori della Polizia cantonale, hanno poi permesso di identificare altri giovani coinvolti a vario titolo nell’«impresa», portando il totale degli imputati attorno alle trenta unità. L’intervento delle Autorità, stando a nostre informazioni, avrebbe messo fine al fenomeno alle nostre latitudini, nel senso che da allora non sono più emerse notizie di comportamenti simili.

Il modello neonazista

La caccia e l’umiliazione di pedofili o presunti tali è un fenomeno mondiale, pur se relativamente contenuto, e in crescita (vedi articolo sotto). Nel caso specifico, stando a quanto raccontato dagli stessi giovani coinvolti, la scintilla sono state le attenzioni inopportune di un uomo nei confronti di una giovane. La reazione è invece stata ispirata dai video che il decennio scorso hanno reso famoso soprattutto fra gli adolescenti un pregiudicato neonazista russo morto alcuni anni fa. In questi video il pedofilo di turno veniva picchiato e umiliato, ad esempio rasandogli i capelli e costringendolo a bere urina. I video venivano poi dati in pasto ai social media in una glorificazione della giustizia fai da te. Tutti elementi che ricorrono con varie declinazioni anche nelle gesta dei giovani ticinesi, con alcuni video poi postati su una pagina ad accesso limitato. Alcuni di loro avevano anche raccontato i relativi exploit in una diretta diffusa sul servizio di streaming Twitch.

Vittime al vaglio

Quanto agli adescati - l’adescamento avveniva sui social media o sulle app d’incontro, con i giovani che mettevano bene in chiaro di essere minorenni -, due di loro sono nel frattempo stati condannati a pene sospese. La posizione degli altri, in gran parte italiani, è ancora al vaglio degli inquirenti.

In Svizzera come in America, «nessuno può essere Batman»

«La vita non è un fumetto: nessuno può essere Batman». A dichiararlo era stato il procuratore distrettuale Christopher L. de Barrena-Sarobe, della contea di Chester, Pennsylvania. Da quelle parti, aveva agito un uomo mascherato che online si faceva chiamare Realjuujika. Realjuujika fece irruzione nella casa di un 73.enne e lo picchiò con un martello, causandogli ferite tali da costringerlo a un intervento chirurgico al cervello. Naturalmente, l’aggressore filmò il tutto con il telefonino, diffondendo la diretta in streaming. Del caso, si era occupato anche il New York Times, che poi ha allargato la lettura del fenomeno attraverso un’inchiesta di più ampio respiro. Il quotidiano ha analizzato centinaia di video e post sui social media e riassumeva: «Dal 2023 si sono verificati più di 170 violenti attacchi da parte di cacciatori di pedofili. L’analisi del NYT ha rilevato che «almeno 22 individui e gruppi hanno inflitto violenza in nome della caccia ai pedofili negli ultimi due anni, rispetto a circa altri 40 che hanno realizzato video simili senza violenza». Determinante appare il ruolo dei social media, che offrono una vetrina spettacolare a questi novelli vigilantes. E il vigilantismo «è per definizione spettacolare. È uno spettacolo punitivo», ha affermato Laurent Gayer, professore di ricerca senior presso il Centro di studi internazionali di Parigi, che ha studiato la giustizia extragiudiziale, intervistato sempre dal NYT. Nel corso della storia, i vigilanti hanno spesso utilizzato la teatralità per creare un pubblico che sostenesse le loro azioni controverse e, per definizione, ai margini della legalità. Inchieste simili sono state condotte in vari Paesi, anche dalla BBC. Nel documentario «Cacciatori di pedofili: l’ascesa dei vigilanti», la giornalista Livvy Haydock ha seguito le azioni di due gruppi di «hunters» del Regno Unito. Tutto girava attorno a una semplice domanda: «Facendosi giustizia da soli, i cacciatori stanno rendendo più difficili le condanne per la polizia (inquinando le indagini o le prove, n.d.r.) o stanno contribuendo a catturare predatori che altrimenti potrebbero sfuggire alla cattura?». «Diciamo: basta. Non provocate, non effettuate arresti. Fermate la caccia ai pedofili», sembra essere questa una possibile risposta a quella domanda. A fornirla, indirettamente, è stato però Simen Klok, il portavoce della polizia dei Paesi Bassi orientali, che di fronte all’ennesimo caso simile - che aveva portato all’omicidio di un 73.enne -, aveva chiarito: «Non ci aiutano». Arda Gerkens, amministratore delegato dell’Expertise Bureau for Online Children’s Abuse, un gruppo olandese che si impegna a fermare gli abusi sessuali sui minori, ha affermato: «Presentare i pedofili come un “nemico” che può essere sradicato distrae anche dalla realtà degli abusi sui minori». Il fenomeno, come abbiamo potuto capire dal caso ticinese, è giunto anche in Svizzera. Secondo un’inchiesta di Republik, la scena dei cacciatori di pedofili attirerebbe soprattutto giovani di estrema destra. «Le azioni di questi gruppi criminali non sono solo pericolose e illegali, ma saranno anche perseguite penalmente», aveva provato a chiarire Frank Kleiner, portavoce della polizia di Zugo. Già, perché nessuno può essere Batman.