Formazione

Aumento delle tasse all'USI e alla SUPSI, Balbi: «Una scelta difficile, ma necessaria»

Per il rettore ad interim dell'Università della Svizzera italiana, intervenire sulle università per far quadrare i conti di Confederazione e Cantone «non è un segnale positivo», ma è opportuno non fare della questione «un allarme generalizzato»
©Chiara Zocchetti
Federica Serrao
24.08.2026 20:34

Due direzioni diverse, ma un obiettivo comune: quello di assicurare una formazione di elevata qualità e preservane l'accessibilità. È con queste parole che, nelle scorse ore, l'Università della Svizzera italiana (USI) e la Scuola universitaria professionale della Svizzera italiana (SUPSI) hanno annunciato, in un comunicato congiunto, l'aumento delle proprie tasse semestrali. Una scelta legata, inevitabilmente, alla significativa riduzione del sostegno pubblico, e che rientra nelle più ampie strategie finanziarie delle due scuole universitarie. Ma anche una scelta che, va da sé, accende numerose discussioni. In primo luogo, riguardo al futuro del sistema universitario svizzero.

«Da accademico, ricercatore, ma anche da cittadino, intervenire sulle università per far quadrare i conti della Confederazione e del Cantone non è un segnale positivo», commenta il rettore ad interim dell'USI, Gabriele Balbi, da noi contattato. I due atenei, infatti, si sono visti costrette a «ritoccare» le proprie tasse a causa dei tagli federali e, soprattutto, cantonali, che hanno colpito USI e SUPSI «con forza». «Questo taglio piuttosto esigente ci ha indotto ad agire il prima possibile». Come detto, ognuno con la propria strategia, ma con lo stesso interesse. Da un lato, SUPSI ha deciso di aumentare, per la prima volta in 15 anni, le tasse universitarie semestrali, portandole a CHF 1.000 per gli studenti residenti e a 2.000 per gli studenti non residenti. Dall'altro lato, USI – che, a sua volta, è intervenuta sulle rette per la prima volta in trent'anni di storia – ha adottato una strategia diversa, scegliendo l'aumento della tassa solo per gli studenti di nazionalità non svizzera. Per loro, la retta semestrale ammonterà a CHF 5.000, mentre gli studenti svizzeri e quelli domiciliati in Svizzera al momento del conseguimento della maturità continueranno a pagare CHF 2.000. «È stata una scelta difficile, forse la più complicata che abbiamo preso in questi 8-9 mesi di rettorato ad interim», confessa Balbi, senza nascondere gli effetti negativi che una decisione di questo tipo potrà avere. «È stata però necessaria, complice la forza e la velocità con cui sono avvenuti questi tagli, per mantenere l'equilibrio finanziario dell'università».

Le ragioni dietro a questa decisione, però, sono molteplici. «Quella principale è che abbiamo deciso di seguire le indicazioni che ci venivano date dalla Confederazione e, soprattutto, dal Consiglio di Stato, che sollecitavano all'aumento delle tasse di studio per gli studenti esteri». Ma le motivazioni non finiscono qui. «Oggi, l'USI è già l'università più cara per gli studenti svizzeri. Aumentarla ulteriormente, per questa categoria, avrebbe significato una minore attrattività per gli studenti svizzeri, ticinesi inclusi, cosa che invece è per noi fondamentale». A incidere sulla decisione è stato anche un benchmark condotto sulle università, pubbliche e private, del Nord Italia. Area da cui proviene una grossa fetta degli studenti iscritti all'USI, oggi. «Anche questi atenei, negli ultimi anni, hanno spesso aumentato le proprie rette», spiega Balbi. «Noi non lo facevamo dal 1996, anno in cui è nata l'università, e il nostro aumento è dell'ordine del 25%, che corrisponde all'incirca all'inflazione svizzera degli ultimi 30 anni». Un aumento che tuttavia, nel caso di SUPSI interesserà tutti gli studenti, attualmente immatricolati presso la scuola universitaria, mentre all'USI la modifica della retta interesserà le immatricolazioni a partire dall'anno accademico 2027-2028. 

Come detto, per Gabriele Balbi, i tagli al sistema universitario e il conseguente aumento delle rette, non lanciano un segnale positivo. «Bisogna, però, mettere in prospettiva alcuni aspetti. Per esempio, le rette universitarie negli atenei svizzeri sono ancora fra le più basse al mondo». Nonostante negli ultimi 12-18 mesi i Politecnici federali e numerose altre scuole universitarie svizzere abbiano aumentato le proprie tasse semestrali, altrove i costi sono decisamente più elevati. «Il sistema accademico svizzero è tra i migliori al mondo. Se confrontiamo sistemi di qualità analoga a livello internazionale, le tasse universitarie in Svizzera restano nettamente inferiori a quelle applicate, ad esempio, dalle migliori università britanniche e statunitensi». Balbi invita a non fare della questione «un allarme generalizzato». «Occorre tenere presente che il finanziamento pubblico nelle università costituisce un investimento strategico indispensabile per la prosperità e la competitività della Svizzera, e va mantenuto con continuità. Ad oggi non direi che in Svizzera sia in corso un cambio di prospettiva, ma ci sono segnali preoccupanti. D'altra parte, è anche vero che le università sono sempre più discusse. Ma questo non solo da noi, in tutto il mondo». 

Non sono mancate, in seguito all'annuncio dell'aumento delle tasse di studio, reazioni dal mondo dei sindacati. VPOD, in particolare, ha acceso i riflettori sulle conseguenze dei tagli di Confederazione e Consiglio di Stato, anche in altri rami universitari. In un contesto «di pressione», infatti, il sindacato teme possano esserci ripercussioni sul personale di USI e SUPSI. Eventuali misure che rischierebbero «di aggravare il precariato, aumentare i carichi di lavoro e comprimere gli impieghi universitari». «Naturalmente, essere un'università che può spendere molto, rispetto a una che deve far quadrare i conti, crea un ambiente diverso per i ricercatori e per chi ci lavora», ammette Balbi. «Molte delle azioni di contenimento della spesa e aumento degli introiti in questi mesi, però, sono state volte a evitare, in primo luogo, ogni tipo di licenziamento». Un aspetto che, come sottolinea il rettore ad interim dell'USI, viene messo al primo posto. «Abbiamo garantito il lavoro del nostro personale accademico, di ricerca, o amministrativo. In secondo luogo, abbiamo cercato di garantire un livello della didattica e un livello della ricerca più alto possibile. Per questo motivo, speriamo che chi lavora nella nostra università non avverta grandi cambiamenti rispetto al passato. Qualcosa andrà modificato, verranno applicate alcune misure che sono state studiate, altre ancora sono in studio». Un po' come avvenuto per l'aumento delle tasse comunicato nelle scorse ore. «Ma queste situazioni, in qualche modo, ci invogliano anche a dare ancora qualcosa di più. Sia a livello di didattica, che di ricerca». 

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