L'intervista

«Bellinzona sarà il punto di riferimento per la ricerca sull'invecchiamento»

Avevamo parlato un mese fa del momento che sta vivendo l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB) – Ora è il turno dell’Istituto oncologico di ricerca (IOR): a che punto è il progetto per la costruzione del nuovo edificio di ricerca? Quali i cambiamenti in vista? – Ne parliamo con il presidente Franco Cavalli e il direttore Andrea Alimonti
©Gabriele Putzu
Giacomo Butti
27.03.2026 06:00

Bellinzona città della ricerca. Avevamo parlato un mese fa del momento che sta vivendo l’Istituto di ricerca in biomedicina (IRB). Ora è il turno dell’Istituto oncologico di ricerca (IOR). A che punto è il progetto per la costruzione del nuovo edificio di ricerca? Quali i cambiamenti in vista? Ne parliamo con il presidente Franco Cavalli e il direttore Andrea Alimonti.

È passato poco più di un anno dalla pubblicazione dei primi rendering del nuovo edificio IOR. Come procede il progetto?
Cavalli: «La tabella di marcia è stata rispettata: stiamo attendendo l'ultima luce verde dal Segretariato alla ricerca di Berna, che ha ricevuto il nostro progetto di massima. Ci attendiamo una risposta per la prossima settimana, ma da quanto abbiamo potuto appurare, non dovrebbero esserci grossi problemi. Una volta che sarà approvato dal Consiglio di Fondazione, contiamo di avere in mano entro tardo autunno il progetto definitivo».

Confermato l’investimento di 50 milioni di franchi?
Cavalli: «Tutto compreso, è più probabile che i costi si aggirino attorno ai 70 milioni, a causa di alcuni cambiamenti apportati al progetto, come l'inclusione di un grande auditorium che sarà utilizzato anche dalla Città di Bellinzona. Resta ancora da definire l'investimento pubblico: speriamo di poter ottenere circa 15 milioni dalla Confederazione, e altrettanti dal Cantone, più 10 dal Comune. Il resto a carico di IOR, IRB (che utilizzerà alcuni spazi dell’edificio di ricerca, n.d.r.) e sponsor privati».

IOR e IRB sempre più vicine..
Cavalli: «Sì, a livello pratico abbiamo già avuto modo di uniformare alcuni aspetti amministrativi, come ad esempio i programmi utilizzati a livello contabile, e proprio in questi giorni stiamo portando avanti le discussioni per unire tutto ciò che riguarda le risorse umane. C'è insomma un allineamento della struttura di servizio. Un gruppo di lavoro sta lavorando sul concetto di fusione (parziale, i due istituti rimarranno distinti) sotto il controllo di un'unica fondazione. Ci piacerebbe, in futuro, estendere quest'unione all'Istituto di ricerca traslazionale, IRT, ma considerate le differenze di governance (co-gestione USI ed EOC, n.d.r.), il discorso è evidentemente più complesso. Ora attendiamo conferma di un finanziamento da una grossa fondazione: se tutto va come speriamo, potremo incontrare Cantone e USI per avviare un importante progetto comune ai tre istituti bellinzonesi».

Di che cosa si tratta?
Alimonti: «Bellinzona ha compiuto un salto di qualità, negli ultimi anni, dal punto di vista della ricerca scientifica e siamo oggi in grado di attrarre, fra IOR, IRB e IRT, talenti da ogni angolo del mondo. Per continuare a crescere, però, oltre alle infrastrutture serve una visione comune. Per questo, riuniti l'anno scorso, i nostri tre istituti hanno deciso di cercare un'identità, dal punto di vista scientifico, puntando sul settore dell'invecchiamento».

Perché l'invecchiamento?
Alimonti: «IOR e IRB si occupano, ad altissimo livello, rispettivamente di cancro e infezioni. L'IRT, operando a contatto con i pazienti, si dedica principalmente a malattie cardiovascolari. Essendo queste tre delle principali cause di morte dei soggetti anziani, crediamo sia giusto puntare su questo settore per costruire ponti fra i diversi istituti presenti sul territorio. Vogliamo rendere Bellinzona il punto di riferimento svizzero per lo studio di malattie legate all'invecchiamento».

Dal punto di vista della ricerca, che cambiamenti porterà il nuovo edificio?
Alimonti: «A livello globale c'è sempre una lotta fra istituti per accaparrarsi i migliori talenti della ricerca, e per attirarli è necessario mettere a loro disposizione le migliori piattaforme tecnologiche. Vogliamo investire su questo aspetto e, per questo, abbiamo deciso di dedicare un piano del nuovo edificio di ricerca a queste tecnologie».

Può farci un esempio?
Alimonti: «Tra le avanzate piattaforme tecnologiche che inauguriamo quest’anno, spicca la risonanza magnetica a 7 Tesla (a fronte delle RM da 1,5 Tesla degli ospedali ticinesi, n.d.r.): un macchinario estremamente sofisticato che consente di ottenere immagini su modelli in vivo ad altissima risoluzione, aprendo nuove possibilità nello studio dettagliato delle strutture biologiche e riducendo il numero di animali impiegati nella ricerca. Nel nuovo edificio troverà inoltre spazio l’unità di bioinformatica IOR, recentemente istituita: un’infrastruttura che sfrutta software di intelligenza artificiale per potenziare le attività di ricerca, sia nell’analisi dei dati provenienti da esperimenti cellulari, sia nell’elaborazione dei cosiddetti “big data” dei database scientifici internazionali. Come detto, cerchiamo di puntare su piattaforme innovative per aumentare l'attrattività dell'istituto, ma non è semplice. Si parla spesso dei tagli sul settore scientifico effettuati in America, e alla conseguente fuga di cervelli. Ma anche la Svizzera sta riducendo i fondi per la ricerca. Al contrario, molti Paesi europei adottano politiche fiscali e aumentano gli investimenti pubblico-privati per attrarre ricercatori».

Nonostante queste difficoltà, lo IOR è a intercettare talenti della ricerca «in fuga»?
Cavalli: «Benché, a differenza di altri Paesi europei, la Confederazione non stia attivamente cercando di attirare ricercatori - anzi, i tagli rischiano di essere un grosso ostacolo - alcuni centri svizzeri e lo stesso IOR stanno comunque beneficiando di questi spostamenti. Il nostro istituto, oggi lo possiamo annunciare, potrà contare dal 1. settembre su Laura Pasqualucci, finora professoressa ordinaria alla Columbia University di New York, probabilmente la migliore negli Stati Uniti nella ricerca di base sulle cellule che producono i linfomi maligni. Per noi rappresenta un grosso passo avanti: profili di questo tipo attirano più finanziatori e ricercatori interessati a collaborare. Da sottolineare, poi, la crescente cooperazione con la Cina nel campo dell'oncologia, evidente anche nel numero di ricercatori cinesi che hanno deciso di lavorare a Bellinzona: oggi rappresentano il terzo gruppo più numeroso allo IOR, dopo italiani e svizzeri».