Botte nell’autosilo Genzana «Mai pensato di ucciderlo»

Le risultanze della documentazionemmedica e peritale, unitamente ai filmati della videosorveglianza, parlano chiaro per gli avvocati difensori dei due italo-albanesi: non è provato in alcun modo che i loro assistiti avessero accettato, come unico esito dei loro gesti, di uccidere il 28.enne ticinese. Al contrario, è stato accertato che non c’è mai stato un pericolo imminente di morte, motivo per cui non sussiste alcun reato di tentato omicidio intenzionale, così come è da escludere l’agire in correità tra i coimputati. È ripreso ieri mattina il procedimento penale a carico di quattro persone che la notte tra il 22 e il 23 giugno 2024 si sarebbero rese protagoniste di una violenta lite, nata per futili motivi, all’interno dell’autosilo Genzana a Lugano.
Da una parte due italo-albanesi residenti ad Alessandria – un 26.enne e un 25.enne, patrocinati rispettivamente dagli avvocati Olivier Ferrari e Rosa Maria Cappa – e dall’altra due ticinesi di 28 e di 23 anni accusati in via principale di rissa (in aula sono comparsi sia in qualità di imputati sia di vittime) e difesi dagli avvocati Marisa Alfier e Felice Dafond. Ad avere la peggio quella notte il 28.enne, colpito in testa con una mazza da baseball di alluminio dal 26.enne tanto da essere indotto in coma farmacologico per alcuni giorni. L’altro ticinese, invece, ha riportato un trauma cranico.
Sono state proprio le risultanze peritali ad essere state prese di mira da Ferrari e Cappa, caratterizzate da «una sequela di ipotesi» e «nessuna concretezza». La frase che meglio riassume il loro impianto difensivo è stata pronunciata dall’avvocato del 26.enne italo-albanese. «Non basta un teorico pericolo di morte solo perché è stata utilizzata una mazza da baseball, tanto più se non si è in grado di determinare l’esatto luogo d’impatto, la forza utilizzata e le conseguenti ferite arrecate». Insomma, la perizia «dice tutto e il contrario di tutto, e non è solida tanto da fondare un’accusa talmente grave come quella di tentato omicidio intenzionale», gli ha fatto eco Cappa, ribadendo come sia il suo assistito sia l’amico, quella sera, si siano solo difesi dal fare «minaccioso e provocatorio dei due ticinesi, che volevano chiaramente arrivare allo scontro diretto». I due legali hanno quindi chiesto il proscioglimento dei rispettivi assistiti dall’accusa principale di tentato omicidio intenzionale, ma se la Corte dovesse legiferare diversamente, è stata chiesta per entrambi una pena che non superi i 30 mesi sospesi.
«Rissa? Una forzatura»
La tesi che i due italo-albanesi avrebbero reagito per autodifesa è andata di traverso all’avvocata Marisa Alfier, che durante la sua arringa ha ricordato «la presenza della cicatrice alla testa» del suo assistito, così come ha chiesto il proscioglimento di tutti gli imputati dal reato di rissa visto che «non si è realizzato». Alfier ha sostenuto infatti che non c’erano due fazioni che si stavano affrontando quella sera, come ipotizzato dal procuratore pubblico Luca Losa. «I due ticinesi non hanno reagito e non hanno avuto un atteggiamento violento. Per configurare il reato di rissa è necessaria la partecipazione attiva e reciproca di almeno tre persone.
In questo caso, sussiste solo l’aggressione dei due italo-albanesi ai danni del mio assistito, che poi è finito in coma». Anche Dafond è stato dell’avviso che «parlare di rissa è una forzatura». Il 23.enne, in ogni caso, «ha riportato un trauma cranico e una distorsione del collo, non un piccolo ferimento con il cerottino, mentre gli altri due nessuna ferita. Stiamo parlando di un aggressione bella e buona ai danni dei due ticinesi». Così come Alfier, anche Dafond ha chiesto il proscioglimento del suo assistito dal reato di rissa.
«È stato massacrato»
Ma cos’è successo la notte tra il 22 e il 23 giugno 2024? Il diverbio è nato dopo che i ticinesi hanno chiesto della droga agli italo-albanesi, che si trovavano quella sera di passaggio a Lugano. Da lì, si è ben presto passati agli insulti e ad una prima colluttazione, al termine della quale i due italo-albanesi sono saliti in auto e hanno fatto per andarsene, ma i due ticinesi hanno iniziato a colpire con pugni e calci la loro vettura. Gli italo-albanesi sono allora scesi dall’auto e «hanno massacrato di botte» il 28.enne, come sostenuto dal procuratore pubblico nella sua requisitoria. Risaliti in auto, se ne sono poi andati (sono stati arrestati mesi dopo), ma non prima che il23.enne rompesse con un pugno il vetro posteriore dell’auto.
Losa ha chiesto che i due italo-albanesi vengano condannati a sei e a cinque anni e mezzo di carcere. Per il 23.enne ticinese l’accusa prospetta è una pena pecuniaria sospesa, per il 28.enne Losa si è rimesso al giudizio della Corte. La sentenza verrà pronunciata dalla Corte delle assise criminali, presieduta dalla giudice Monica Sartori-Lombardi, domani alle 11.
