L'approfondimento

Caso Zali, «dopo la crisi servono una rotta e un nuovo patto»

Tre politici di lungo corso analizzano il momento attraversato dalle Istituzionidopo le dimissioni del ministro leghista – Pietro Martinelli: «Le persone si sono sentite coinvolte» – Fulvio Pelli: «È giunto il momento di cambiare» – Paolo Beltraminelli: «Le Città vanno coinvolte»
©Gabriele Putzu
Giona Carcano
31.07.2026 06:00

«Guardiamo avanti»; «bisogna ristabilire il rapporto di fiducia fra i cittadini e le Istituzioni»; «ridiamo credibilità al nostro sistema democratico». Nel giorno delle rumorose dimissioni di Claudio Zali dal Consiglio di Stato, la politica ha cercato di tracciare una via, una rotta percorribile per provare a superare la tempesta che ha investito l’intero cantone. Sì. Ma come fare? Come leggere questo momento, fra i più bui della recente storia politica ticinese? E come ripartire su nuove basi dopo le tantissime parole dette e non dette durante la profonda crisi appena vissuta?

I momenti tristi passano

Abbiamo girato questi temi a tre ex politici di lunghissimo corso: Pietro Martinelli, già consigliere di Stato del Partito socialista, Fulvio Pelli, già presidente del PLR svizzero ed ex consigliere nazionale, e Paolo Beltraminelli, consigliere di Stato PPD tra il 2011 e il 2019. Premessa: tutti e tre vedono una speranza per il futuro. Un motivo, quindi, per cercare di andare oltre ciò che abbiamo appena vissuto. E non è poco, visto il profondo senso di sfiducia prodotto dalla crisi.

«I momenti tristi passano, arrivano sempre giorni migliori», ci confida ad esempio Martinelli. Dall’alto della sua grande esperienza politica, professionale e umana, l’ex «ministro» socialista invita a guardare un aspetto passato un po’ sotto traccia durante i giorni convulsi e, per alcuni aspetti, drammatici che hanno portato al passo indietro di Zali. «Ciò che mi ha colpito è il sentimento di indignazione emerso fra la gente comune», sottolinea. «Persone che solitamente non si interessano molto di politica, nelle ultime settimane si sono sentite coinvolte da ciò che stava venendo alla luce». Ed è proprio questo improvviso interessamento dei cittadini alla «cosa pubblica» a suscitare in Martinelli un certo ottimismo per il futuro. «Ci si è accorti dell’importanza che rivestono le nostre Istituzioni, e quale danno può essere loro arrecato», prosegue. «Lo Stato deve andare avanti, deve continuare ad adempiere ai suoi compiti di regolazione della vita economica e di sostegno alla socialità». Come aggiunge ancora l’ex consigliere di Stato socialista, «anche l’uomo della strada si è reso conto che la credibilità e l’autorevolezza dello Stato sono state messe in dubbio». Ma, appunto, superata la tempesta politica bisogna guardare avanti, «perché non ci sono alternative». Per Martinelli, le dimissioni del ministro leghista rappresentano un punto di arrivo di anni complicati, così come di una certa dialettica politica. «La definizione dei cinque ‘bambèla’, nel corso del tempo ha finito per produrre quei risultati che oggi sono sotto gli occhi di tutti». Una politica litigiosa, vendicativa, urlata all’esasperazione conduce in un vicolo cieco.

È giunto il momento

Anche il discorso di Pelli si riallaccia a quello di Martinelli. L’ex consigliere nazionale liberale radicale non parla di una sola Legislatura altamente problematica. «Il Ticino ha vissuto diverse Legislature difficili, improduttive, in cui il cantone si trova molto spesso con finanze insufficienti ed è ‘salvato’ solo dai dividendi distribuiti dalla Banca nazionale svizzera», osserva Pelli. «Tutto questo significa che è giunto il momento di cambiare. E il cambiamento avviene con le elezioni, che per fortuna cadono fra meno di un anno. Lì, in quell’occasione, i cittadini avranno la possibilità di ripensare le proprie preferenze espresse in passato. E, appunto, avranno il potere di indicare un cambiamento». Secondo Pelli, dunque, il Ticino ha bisogno di una cesura, di un taglio netto con il passato. «A ottobre ci ritroveremo con cinque partiti in Governo che sostengono cose incompatibili tra loro. Questo modello ha ampiamente dimostrato di non funzionare, perché non ha prodotto. Dal dopoguerra in poi, chi portava la responsabilità di governo era riconoscibile e quel modello veniva replicato proprio perché permetteva al Paese di avanzare. Oggi non è più così, e a risentirne è lo sviluppo dell’intero cantone». Inoltre, secondo il liberale radicale, l’entrata in Consiglio di Stato di Piero Marchesi non cambierà questo modello. «La Lega è un partito di opposizione, non vuole fare o creare. Non propone un sistema capace di funzionare. L’UDC si comporta allo stesso modo: dice no a molte cose. Quando invece cerca di proporre, lo fa nel modo sbagliato. Ad esempio: che tipo di proposta politica è voler bloccare la popolazione a dieci milioni di abitanti? Lo ripeto: i cittadini avranno la possibilità di cambiare modello. La vera domanda, poi, è se il Ticino saprà trovare una coalizione capace di governare». La responsabilità del cambio di passo è quindi nelle mani dei cittadini. A questo punto, Pelli esorta le persone a essere maggiormente partecipative. «Ho dedicato la mia vita a un partito», sottolinea. «Durante la mia attività ho conosciuto moltissime persone di buona volontà, che si mettevano a disposizione per la società. Oggi, purtroppo, manca un po’ di energia, la spinta a occuparsi della politica che spesso viene scelta come ultima ratio. In questo modo, però, il Ticino perde competenze essenziali. Il mio auspicio è che le persone tornino a interessarsi delle Istituzioni e a frequentare i partiti».

Ricucire i rapporti

Beltraminelli, nella sua analisi, indica come primo punto per recuperare la fiducia dei cittadini nello Stato la capacità di dialogo e ascolto tra Legislativo ed Esecutivo. «I rapporti tra i due poteri hanno raggiunto i minimi storici», nota l’ex consigliere di Stato. E ciò – al netto del caso che ha travolto Zali – produce immobilismo e fallimenti su questioni essenziali per i cittadini, «come le iniziative di cassa malati votate in settembre». Negli anni, per Beltraminelli, «nell’ingranaggio è stata messa troppa sabbia che mette sotto pressione l’Esecutivo, e ciò produce enormi problemi». Bisogna dunque formulare un «patto istituzionale» tra Governo e Parlamento in modo da ristabilire la situazione e tornare a governare il Paese. «Per ripartire», ribadisce il politico luganese, «serve dialogo e unità di intenti sui temi fondamentali che toccano i cittadini». Un altro aspetto centrale è «il coinvolgimento delle Città. I poli sono essenziali e svolgono una preziosissima funzione di prossimità con i cittadini. Vanno aiutati, non sacrificati». Al Ticino, conclude Beltraminelli, «serve maggior dialogo tra i livelli istituzionali». 

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