Casse malati e conti cantonali, un enigma finanziario complicato

Poco più di due settimane fa il Consiglio di Stato ha licenziato il messaggio per l’attuazione delle due iniziative popolari accolte dai cittadini ticinesi lo scorso 28 settembre. Tutti e due i testi approvati causerebbero, se applicati in modo integrale, maggiori spese nell’ordine di 400 milioni di franchi l’anno per le finanze cantonali, a cui andrebbero aggiunti altri 50 milioni a carico dei Comuni. La tavola rotonda finale della giornata organizzata dal Centro di competenze tributarie della SUPSI e denominata «La fiscalità del domani» ha acceso i riflettori sul nodo cruciale delle finanze cantonali: come coprire le nuove spese generate dall’accettazione popolare delle due iniziative sulle casse malati, in un contesto di conti pubblici storicamente fragili? Una domanda da 450 milioni di franchi, appunto.
Renato Mondada (Divisione delle contribuzioni) e Samuele Vorpe, professore SUPSI, hanno illustrato il messaggio governativo del 15 aprile, che propone un’attuazione graduale in due tappe: la prima dal 2027 (costo 61,4 milioni di franchi: 51 a carico del Cantone, 10,4 dei Comuni) e la seconda a regime entro il 2029, con un onere stimato in 130 milioni annui solo per il Cantone.
Tagli ed entrate mirate
Per la prima tappa, il piano prevede un mix definito equilibrato: minori uscite per 25 milioni e maggiori entrate per 25 milioni. La misura clou è il supplemento straordinario dell’aliquota massima dell’imposta cantonale sulla sostanza (da 2,5 a 3 per mille, solo cantonale, per i periodi 2027-2029), che genererà 20 milioni annui senza impattare i Comuni e colpendo circa 9.000 contribuenti con patrimoni superiori a 1,38 milioni. Si tratta di una soluzione che il Consiglio di Stato presenta come transitoria e in linea con le richieste avanzate in campagna da una parte promotori delle iniziative, ossia dal PS. L’effetto stimato è di circa 20 milioni di franchi l’anno, senza conseguenze sui Comuni, ma il prezzo politico è evidente: si tratta di una tassa che colpisce una fascia ristretta di contribuenti e che rischia, una volta introdotta, di trasformarsi in uno strumento meno provvisorio di quanto si racconta.
Altra leva: aumento delle tasse sui trapassi immobiliari a titolo oneroso (da 1,1% a 1,2% fino a 2 milioni di valore; da 1,3% a 1,5% oltre), per 5 milioni di franchi di gettito extra. A regime, però, il buco resta aperto: 181,2 milioni totali, con stime potenzialmente sottovalutate vista l’evoluzione dei premi di cassa malati (già +4,4% medio nel 2026, ma +7,1% in Ticino).
Sfide multiple e leve fiscali
Il quadro congiunturale è cupo: geopolitica instabile, misure di risparmio federali in arrivo (10-28 milioni annui per il Cantone), mancato adeguamento della perequazione intercantonale (altri 9 milioni), la riforma EFAS, il finanziamento delle strutture sanitarie (altri 106-147 milioni l’anno dal 2028), la soppressione del valore locativo (55 milioni dal 2029 che potrebbero essere in parte compensati da una tassa cantonale sulle case secondarie). Infine, ci sarà l’entrata in vigore dell’imposizione individuale dal 2032, teoricamente neutrale dal punto di vista del gettito, ma sorprese - dal punto di vista dei costi - sono sempre possibili. Sono tutti fattori che potrebbero spingere i disavanzi oltre i 600 milioni di franchi nel 2029. Dati non sostenibili, secondo il consigliere di Stato e direttore del DFE Christian Vitta.
Il punto più delicato riguarda i valori di stima immobiliare. Secondo il Consiglio di Stato, il valore venale del patrimonio immobiliare ticinese corrisponde a 2,284 volte il valore di stima ufficiale, e una revisione generale richiederebbe la modifica di 32 basi legali. Senza meccanismi di neutralizzazione, l’operazione potrebbe generare oltre 400 milioni di franchi di maggiori entrate annue, ma il Gran Consiglio ha scelto di rinviare l’aggiornamento al 2035. In parallelo, è in votazione il prossimo 14 giugno l’iniziativa popolare che chiede di neutralizzare l’effetto fiscale e sociale di una revisione delle stime, impedendo che l’aumento complessivo dei valori generi automaticamente più tributi o meno prestazioni sociali.
Le fratture politiche
La discussione di ieri al LAC di Lugano ha mostrato una divisione netta sul modo di affrontare il problema. Christian Vitta ha difeso la necessità di una convergenza politica tra entrate e uscite, sostenendo che di fronte a disavanzi di queste dimensioni non si può agire solo con i tagli alla spesa oppure solo sulle entrate. Cristina Maderni, gran consigliera del PLR, ha ammesso la difficoltà di proporre aumenti d’imposta di questo tenore, ricordando però che non si può scaricare tutto sui livelli inferiori dello Stato e che c’è margine d’intervento maggiore anche sulle uscite. Il professor Marco Bernasconi ha avvertito che, con potenziali disavanzi fino a 600 milioni, molte misure concepite anni fa non hanno più la stessa logica. Gianluigi Piazzini, presidente della Catef, l’associazione dei proprietari immobiliari, ha difeso la casa - il patrimonio delle famiglie, l’ha definita - come ultima risorsa. «Non indebitiamo il Paese, preserviamo la socialità senza spremere troppo il ceto medio», ha avvisato. Ivo Durisch, deputato in Gran Consiglio per il PS ha respinto l’accusa di «voler mettere le mani nelle tasche dei contribuenti». «Si tratta di correzioni fiscali necessarie, non regali all’1% dei superricchi; l’aggiornamento stime del 15% è però, di fatto, uno sgravio, rispetto alla proposta originaria di portarlo al 75%».
La fotografia che è emersa è quella di un Cantone stretto tra una spesa sociale crescente e uno spazio fiscale sempre più limitato. «I premi di cassa malati continuano a salire, i sussidi crescono di circa 50 milioni l’anno e nuove riforme federali rischiano di aggravare ulteriormente il quadro», ha ricordato Vitta. In questo scenario, la fiscalità non è più solo uno strumento tecnico, ma diventa il terreno su cui si misura la capacità del Ticino di reggere la pressione sociale senza perdere la stabilità finanziaria.
