Chi è Claudio Zali, il consigliere di Stato che lascia il Governo

Quattro anni fa, il 1. giugno del 2022, la Lega dei Ticinesi festeggiava i trent'anni di Claudio Zali al servizio dello Stato in quota movimento. Quattro anni dopo, quella carriera si chiude con una lettera spedita in esclusiva a Radio Ticino. Ma chi è, davvero, Claudio Zali? E come siamo arrivati a questo epilogo? Andiamo con ordine.
Zali nasce il 27 settembre 1961 a Viganello, oggi quartiere di Lugano. Liceo linguistico in città, laurea in diritto all'Università di Zurigo nel 1986, brevetto di avvocato nel 1988. Quindi, apre uno studio ad Aranno. La politica arriva per vie laterali: simpatia per il movimento appena nato, una scheda per il Gran Consiglio, poi la chiamata di Marco Borradori.
Vent'anni in toga
Nel 1992, appunto, viene eletto giudice al Tribunale d'appello, camera civile, in quota Lega. Ci resta due decenni, fino alla presidenza del Tribunale penale cantonale. Nel mezzo, dal 2004 al 2008, un quadriennio in Consiglio comunale a Bioggio.
Un precedente, già allora. Nel 2008 finisce in un'inchiesta penale che si chiude con il proscioglimento dall'accusa di appropriazione semplice. Il Consiglio della Magistratura però lo multa: 2 mila franchi, per aver creato pregiudizio all'immagine della Magistratura. Aveva dato consigli a un'amica in una vertenza sulla compravendita di un ristorante.
Bellinzona, novembre 2013
Il 20 ottobre del 2013 muore Michele Barra. Il consigliere di Stato era malato e, da alcuni giorni, si era preso un congedo. I vertici della Lega, per sostituirlo, scelgono proprio Zali. Il quale, il 12 novembre 2013, lascia la toga ed entra in Consiglio di Stato quale direttore del Dipartimento del territorio.
Un'entrata, la sua, confermata in seguito dalle urne. Il consenso? 83.307 voti nel 2015, cifra che nessuno in Governo aveva mai avvicinato. Riconfermato nel 2019 e nel 2023, sempre al Territorio. Presidente del Consiglio di Stato nel 2018, nel 2022 e in questa legislatura. Il posizionamento, intanto, resta mobile: in televisione dichiara di sentirsi «più vicino ai Verdi che all'UDC», frase che l'Unione democratica di centro gli rinfaccerà a più riprese.
Quello scambio di Dipartimenti
Tutto parte dai due ministri leghisti. Sul finire della seduta del 28 maggio 2025, Zali e il collega Norman Gobbi mettono sul tavolo una proposta: scambiarsi integralmente i Dipartimenti che dirigono, il Territorio e le Istituzioni. Se ne riparla il 3 giugno.
La ragione dichiarata, spiegherà Gobbi in Parlamento, sta nella «volontà di Claudio Zali di prendere in mano la Giustizia» e nella sua stessa richiesta di cedere anche la Polizia. Marina Carobbio aggiunge un secondo motivo: il Governo ritiene che «alcuni dossier riguardanti la Magistratura necessitano di essere sbloccati». Sia Vitta sia Carobbio, come Gobbi, indicheranno nella «motivazione» personale di Zali l'elemento che più ha pesato sulla decisione. Il tutto in nome di «nuove idee e nuovi approcci», con Gobbi che riceve in cambio il progetto trasversale di semplificazione delle procedure.
C'è poi la lettura di chi osserva da fuori. Per il politologo Oscar Mazzoleni il Consiglio di Stato «ha dato priorità all'armonia interna, alla funzionalità del lavoro più che ad altre considerazioni», e lo scambio può essere letto come l'avvio della campagna elettorale della Lega per le cantonali. Il PLR, nella sua interpellanza, punge su un altro punto: mesi prima Gobbi era stato coinvolto in una vicenda di violazione della legge sulla circolazione stradale, ed era stato sentito anche dal Ministero pubblico.
Bedretto, 9 luglio 2025
Riunione extra-muros in Val Bedretto, seduta fiume di oltre cinque ore. Decisione all'unanimità: lo scambio integrale non si fa, «non vi sono le condizioni». Ma qualcosa si muove. Dal 1. settembre a Zali passa la conduzione politica della Magistratura, e con essa quella della Polizia cantonale, ceduta da Gobbi su sua richiesta «tenuto conto delle sinergie operative con il settore della Magistratura e del prospettato processo che coinvolge due agenti della polizia cantonale». A Gobbi la Divisione delle costruzioni. Non un arrocco. Un arrocchino, come lo battezza subito la stampa.
Le spiegazioni arrivano con una nota scarna, senza conferenza stampa. Il Centro parla di «imbarazzante decisione», il PLR bombarda il Governo di domande. Trentasette granconsiglieri, su invito del Movimento per il socialismo, chiedono una seduta straordinaria e un rapporto dettagliato sulle ragioni politiche e amministrative dello scambio. Il Consiglio di Stato non dà seguito alla richiesta di rapporto.
Il 25 agosto il Gran Consiglio si riunisce al Palazzo dei Congressi di Lugano. Apertura alle 14.01, chiusura alle 19.33. Zali diserta l'aula, comunicandolo con una mail. Il Parlamento bacchetta il Governo ma non chiede passi indietro. Dai banchi, una sintesi: «La montagna ha partorito un topolino quando poteva partorire almeno un gatto selvatico».
Luglio 2026, tre fronti in pochi giorni
Circolano registrazioni di una telefonata del 2022 in cui, ricostruisce il Corriere del Ticino, Zali suggerisce a un'interlocutrice di far picchiare un'altra donna. Poco dopo, il secondo fronte: il Ministero pubblico apre un'istruttoria per abuso di autorità e tentata coazione. Il presidente del Governo avrebbe convocato nel suo ufficio funzionari cantonali e la giudice dei minorenni chiedendo la scarcerazione o il trasferimento di un quattordicenne, figlio di conoscenti, detenuto all'istituto minorile della Farera di Lugano. Infine, il terzo fronte: un'e-mail del luglio 2020 all'allora presidente del consiglio di amministrazione dell'Ente Ospedaliero Cantonale per l'assunzione di una conoscente. Il Governo la giudica con «toni e modalità discutibili».
Seguono tre sedute straordinarie del Consiglio di Stato. Magistratura e Polizia cantonale tornano al collegio, esercitate tramite Marina Carobbio, fino al termine degli accertamenti. L'arrocchino finisce lì, a poco più di un anno da Bedretto. Il Partito socialista chiede le dimissioni di Zali, PLR e Centro la sospensione cautelativa da tutte le funzioni, l'UDC le dimissioni immediate, con un riferimento allo stesso arrocchino: «L'ennesimo pasticcio avallato da un consesso incapace di dire di no». La Lega chiede tempo.
La lettera
Mercoledì, e siamo alla cronaca di queste ore, Zali scrive a Radio Ticino, l'unica emittente che a suo dire non si sarebbe accanita nei suoi confronti. Annuncia l'uscita, ma non subito: «Rimango in Consiglio di Stato solo il tempo necessario a completare alcuni lavori in corso e ad evadere delle pendenze. Fatto ciò, alla data che ho indicato lascerò serenamente il mio posto in Governo per gli ultimi mesi della legislatura a un subentrante che da tanto scalpita per scendere in campo e che ha assicurato di avere le soluzioni per tutti i problemi del Paese». Il nome non c'è, ma è facile intuirlo: il primo subentrante sulla lista Lega+UDC è Piero Marchesi.
Sugli audio, Zali afferema: «Il mio era lo sfogo, in privato, di una persona esasperata. Per deprecabile che sia, è stata l'espressione di una violenza solo verbale da parte di una persona profondamente afflitta. Non ho picchiato nessuno, non ho mandato a picchiare nessuno. Non sono un violento».
Zali chiosa tornando all'avvocatura. Ricordando le «azioni legali che serviranno a fare accertare nelle sedi appropriate chi in questa brutta vicenda ha violato la legge e chi invece no».
Resta una riga della lettera: «alla data che ho indicato». La data, nel testo diffuso, non compare: la Lega, tramite una nota, chiarisce che l'uscita avverrà alla fine di settembre. Nel frattempo Piero Marchesi attende, il Ministero pubblico istruisce, e in Consiglio di Stato i seggi occupati sono ancora cinque.
